Privacy Policy Nuvole in un mondo privo di cielo -
martedì 10 Dicembre 2019

Nuvole in un mondo privo di cielo

Lettera d’amore per ogni cuore coraggioso, per ogni sfida rivoluzionaria, per chi non si arrende alla stupidità così semplificata che ci rende inutili. Mentre i nostri padri…

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È disorientante essere una nuvola in un mondo privo di cielo.
Questa frase ispirata da un verso di una poesia di Petro Pietri mi rincorre in una giornata grigia in cui l’orizzonte appare a quadrettini, velato di un colore ondulato. Accanto alla tastiera del Mac c’è carta, tanta carta accatastata in anni e anni, appunti e riflessioni, spazi mentali e punti di vista. Blocchetti di carta densi di una scrittura anarchica e simbolica, minuscola che due pagine più in là esplode in una gigantesca rincorsa alla parola che cerca il suo senso in una frase.

Poi leggere è difficile. Ci vuole lo stato d’animo giusto per scavare nelle lettere oblique. Quel giorno era ventoso e lo stato d’animo era appeso a un filo. A rintracciare sapori e desideri carezzando il ruvido di un cartoncino. Eppure è così. Ogni segno, geroglifico o disegno, è testimone perfetto, getta nella memoria esatte coordinate nello spazio e nel tempo. Punteggia la strada, rende dolce lo sguardo, il percorso.

Ne “Gli Anni” di Annie Ernaux lei ripercorre la sua vita e la nostra, prendendo tra le dita fotografie sbiadite, immagini catturate senza perfezione, per un caso, per gioia, per fissare il più possibile un istante impossibile da fissare, per giocare. Traccia itinerari. Ci ricorda l’ottimismo di quando eravamo immusoniti, con gli occhiali grandi e l’incertezza nel gesto. Poi la grandezza dell’età matura, con le sue certezze senza paura. E con quel pizzico di pessimismo che non sapevamo ancora sarebbe apparso all’orizzonte. Quindi la via delle cose che si perdono, di colpo o lentamente. Dei ricordi che pesano, delle scelte ambigue e del cuore puro che non le condivide.

Come in un percorso al contrario, siamo qui. Camminiamo ancora e lo facciamo davvero. Ma abbiamo attraversato il deserto dei rottami e non siamo stati convinti di farlo, di essere nuvole senza cielo, fin quando qualcosa di magico è apparso. Un suono, un quid che non sappiamo, il che-di-animale che vìola ogni idea di certezza e ti fa scoprire un mondo nuovo.
In questo tempo sconosciuto le cose prendono forme inimmaginabili. Le parole sono le stesse e i libri letti, quelli adorati, gli altri conservati con amore e dolcezza si rivelano i compagni di viaggio decisivi. Così come gli scartafacci che non nascono per essere pubblicati ma per vivere di vita propria.

Scrivendo sull’abitare, sulla vita che si schiude al mistero, che non lo nega e cerca in ogni passo una domanda nuova, una dolcezza, una verità che sottile si poggia sul dubbio, emerge sempre questo denso fumo antico di poeti sconosciuti. Di amori improvvisi, rime appese al buonsenso delle cose semplici, all’anarchia dei versi straordinari. Poesie che punteggiano gli appunti. Pieri, poco più in là Arsenij Tarkovskij. Il padre, sussurro sempre quando ne parlo a chi conosce Nostalghia di Andrej Tarkovskij.

C’è sempre qualcuno in quel momento epico che, leggiadro sostiene che si tratti di una rottura di scatole. Di rimbalzo salta fuori Wittgenstein: il mondo è tutto ciò che accade. Un atlante di pazzia, improvvisazioni, solchi scavati col la zappa, disegni di matita sulle pareti calcinate di una casa borghese nel centro di Torino, lo sguardo di una ragazza di cinquanta anni fa, inciso nella memoria come se la vita intera fosse stata dedicata a quell’attimo, a quel non sapere niente più.

E poi Velimir Chlebnikov, Attila Jozsef, le parole che fanno bene, quelle che fanno male. Se volete sentirvi davvero ricchi guardatevi le mani è lì che si trova la definizione di magia. Un appunto breve, non ricordo neanche di quando. Però mi fa pensare alla bellezza. Alla vita che abbiamo scelto come conseguenza dell’amore. Alla riscoperta del gesto rivoluzionario, della cura e dell’attenzione.
Immersi nel cuore di una comunità, sapendo che non serve dire altro, non servono stellette né alcun doppiopetto a coprire una camicia con le iniziali ricamate, per sapere dove poggi i piedi, dove agiscono le mani, dove il pensiero facendosi azione crea spazi di libertà.

Non esiste altro modo. Scriveva Simone Weil che la libertà autentica non è definita da un rapporto tra il desiderio e la soddisfazione, ma da un rapporto tra il pensiero e l’azione… Quindi da senso critico, capacità di vedere e di non accettare per buone le verità che appaiono più semplici e a portata di mano. “Ogni giudizio si applica a una situazione oggettiva, e di conseguenza a un tessuto di necessità”. C’è sempre una scelta da fare nel quadro di una opposizione tra servitù e libertà. Tra la facoltà di scegliere con apparente facilità ciò che è imposto e avere coscienza di sé, della storia, della terra, della memoria, di quello che serve per essere un uomo libero.

Chiudo con una poesia che racchiude il mistero. Di Pedro Pietri. Siamo noi, visionari e gentili, i figli.

la mia gente ha
camminato sulla luna
prima che le astronavi
venissero messe in commercio
e scambiò rum originale
ad altissima gradazione alcolica
con gli abitanti indigeni
della luna
contro macchine da scrivere manuali
da lasciare sotto gli alberi
di natale e chissà
forse uno dei loro figli
da grande saprà salvare
la tradizione orale
del non mettere punti e virgole

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