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mercoledì 23 Ottobre 2019

Siria 8° anno, il grande imbroglio, caos e accordi sottobanco

La diplomazia ufficiale contraddetta dagli accordi sotto banco. Usa e Russia giocano a smarcarsi. Israele “stretto” tra il fronte del Golan e quello di Gaza. Mentre Iran e Arabia Saudita sono in rotta di collisione

Siria, il grande imbroglio

Siria 8° anno, il grande imbroglio, caos e accordi sottobanco
Una cosa è sicura: Stati Uniti e Russia lavorano sotto traccia per spartirsi i pani e i pesci, cercando di non pestarsi i calli a vicenda. La diplomazia “parallela” s’ingegna per cercare di minimizzare i danni di una guerra che ha messo a soqquadro tre continenti e i cui effetti “di lungo corso” potrebbero ancora riservare amarissime sorprese. Ma andiamo con ordine. Gli Stati Uniti, che ufficialmente si dovevano ritirare, invece danno l’impressione di voler restare ancora e, anzi, zitti zitti e quatti quatti, si stanno confrontando col Cremlino per “pareggiare” le forze sul terreno (circa 3 mila uomini a testa). Ergo: a sbaraccare (parzialmente) ora sono i russi. Putin non avrebbe gradito la mossa di Trump, ma i suoi generali evidentemente l’hanno convinto che l’orso americano non morde.

Tante partite in corso

Notizie in arrivo dalle solite fonti “bene informate” parlano del ritiro (definitivo) di almeno tre battaglioni di forze speciali (daghestani e ceceni) da Homs e Palmyra. Inoltre, tornano a casa i caccia-bombardieri di ultima generazione (Sukhoi 24 e 25), sostituiti da aerei più vecchi nella base di Khmeimim. Gli unici fronti ancora accesi restano quelli della provincia di Idlib (a nord) e di Baghuz, a sud, dove ormai restano pochissime sacche di resistenza dell’Isis. A Idlib i turchi giocano sporco. Perché alimentano gli attacchi del gruppo estremista ribelle di Hayat al-Tahrir. A Baghuz, invece, il Califfato sta per esalare l’ultimo respiro. In un’inchiesta sul campo, il corrispondente di guerra della BBC, Quentin Sommerville, offre uno spaccato realistico della fine dello Stato Islamico.

Jihadisti pronti all’uso

Con i combattenti superstiti e le loro famiglie che fuggono in tutte le direzioni e che potrebbero alimentare, nel prossimo futuro, una lugubre diaspora del terrore. La tv di Stato britannica sottolinea che, nonostante la rovinosa sconfitta, i miliziani dell’Isis più indottrinati non demordono e promettono vendetta. Un nuovo serbatoio pronto ad alimentare la strategia del terrore a casa e all’estero? Probabile. Per questo i servizi segreti occidentali dormono con un occhio aperto. In ogni caso, i giochi diplomatici, come detto, sono aperti e, a volte, s’imbrogliano, evidenziando apparenti contraddizioni, dato che le partite si disputano su più tavoli. Uno è quello del Golan e, quindi, di Israele. Netanyahu ha un chiodo fisso: gli sciiti di Hezbollah e quelli delle Guardie rivoluzionarie iraniane delle Brigate al-Qods.

Guerra sunniti sciiti

Per questo si è spinto a firmare un (impegnativo) memorandum d’intesa con Putin, che forse ha spiazzato un pochino Trump. In sostanza, dalla Siria devono smammare tutte le forze straniere. E così la paperella del gioco dell’oca ritorna al punto di partenza. A prima della “Primavera araba” siriana (o francese e inglese?) che in nome e per conto della democrazia (e chi l’ha mai vista in Medio Oriente?) ha sotterrato un milione di esseri umani e ne ha fatti scappare altri 5 milioni. Tutto questo mentre Bashar al-Assad resta saldamente al suo posto, i curdi sono in subbuglio, è scoppiata la “terza guerra mondiale” tra sunniti e sciiti e l’Iran degli ayatollah è ormai in aperta e pericolosa rotta di collisione con l’Arabia Saudita. Teheran in settimana ha buttato un’altra tanica di kerosene sul fuoco.

Netanyahu fuori bersaglio

Alì Shamkhani, segretario del Supremo Consiglio di Sicurezza iraniano, ha attaccato le potenze regionali (ovviamente Riad) dicendo che spendono i loro petrodollari in “progetti nucleari sospetti”, e così facendo mettono a rischio gli equilibri della regione. L’Iran, ha detto l’esponente della teocrazia persiana, saprà rispondere. Un “altolà” che segue quello più esplicito del Ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zarif, che aveva accusato gli Usa di vendere tecnologia nucleare ai sauditi. Last but not least, l’ultima annotazione va fatta sul fronte di Gaza. Dopo il lancio di razzi contro Tel Aviv, effettuato da Hamas, a Gerusalemme divampano le polemiche. Gli analisti israeliani criticano la loro aviazione per avere bombardato “a casaccio” almeno 100 obiettivi nella Striscia, senza averne azzeccato uno che sia uno. Gli aerei con la Stella di David avrebbero colpito solo edifici deserti e desolate pietraie. Mentre i miliziani di Hamas se la ridevano.

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