sabato 20 luglio 2019

La Bosnia scuola di odio etnico per lo stragista australiano. Perché?

‘Raccontini’, vecchie cose scritte con altre motivazioni. Oggi il prologo ad un libro sulla Bosnia vecchio di quasi 20 anni.
Due le occasioni di ‘rilancio’: l’orrore della Bosnia presa come scuola d’odio dallo stragista australiano, e l’ormai prossimo ‘ventennale’ delle bombe Nato sulla Jugoslavia per il Kosovo, 24 marzo 1999.

La Bosnia non è un Paese qualsiasi

La Bosnia scuola di odio etnico per lo stragista australiano. Perché?

La Bosnia non è un Paese qualsiasi. Forse non lo è mai stato, per la sua storia antica, in parte poco investigata dagli stessi studiosi e, certamente, poco praticata dagli studenti. Anche quelli di casa.
Neppure la Bosnia delle più recenti tragedie post jugoslave gode della dovuta attenzione. In casa, perché ogni parte etnica ancora insiste a raccontare la “sua storia”, senza curarsi di metterla a confronto con quella del nemico di ieri che resta avversario oggi. Almeno ad evitare le falsità più clamorose e ridicole.
Nel mondo, perché la cattiva coscienza di quel macello, lasciato consumare di fronte agli occhi freddi delle telecamere per quattro anni, non prevede eroi ma soltanto complicità internazionali o vergognosi opportunismi. Scrivere di Bosnia, insomma, è un azzardo. Racconto di emozioni forti e inevitabilmente personali di fronte all’impossibile contabilità di colpevoli e innocenti. Salvo scegliere di limitarsi alla documentazione inoppugnabile dell’oggi, come accade in questo libro, sfiorando il buco nero dell’altro ieri in cui si nascondono tanti fantasmi e disegnando l’assoluta incertezza del domani.

La macchina del tempo

La Bosnia per me rappresenta una maledetta macchina del tempo, come quelle dei fumetti. Schiaccio il pulsante del 1991-92 e mi ritrovo all’avvio di tensioni jugoslave che neppure il più folle degli stessi protagonisti di allora poteva immaginare. Fai un salto alla fine 1995 e ti ritrovi nel mondo ingessato dell’alta diplomazia internazionale che, nel dicembre di Parigi, annuncia la fine del macello bosniaco grazie agli accordi di Dayton, Stati Uniti.
Con l’intervento dei suoi caccia bombardieri sulla Bosnia, poche bombe e un po’ di uranio impoverito, gli USA avvertono la Serbia e assieme seppelliscono l’immagine di una forza militare internazionale a guida Onu. Fine dei “Caschi blu” in missioni di interposizione militare di grande impegno e resurrezione di una Nato sepolta sotto il crollo del Muro di Berlino e reinventata come nuovo sceriffo atlantico sul fronte occidentale.

Dalla tragedia alla commedia

Fine 1995 nella gelida Parigi. Ero tra la stampa chiamata a raccontato l’evento della “Pace”. Già allora si litigava sulle parole. Un semplice cessate il fuoco, per i pessimisti. Un accordo di transizione, per la politica bosniaca a giustificarsi per qualche rospo che ogni parte era stata costretta a ingoiare. La Pace maiuscola per le vanità della diplomazia internazionale. Dalla tragedia alla commedia. Ricordo Bill Clinton, celebrante primo di quella liturgia, parlare da un pulpito di fronte ai tre Presidenti balcanici firmatari costretti dell’accordo.
Il bosniaco Izetbegovic, il Presidente della secessione dalla Jugoslavia ed il fautore della identità culturale della popolazione musulmana. I Bosniacchi, si chiamano oggi. Milosevic, Presidente della Serbia e padre padrone della fazione serbo bosniaca di Karadzic che la guerra interna avevano iniziato. Franjo Tudjman, Presidente della Croazia, il complice di Milosevic della progettata spartizione di quelle montagne e delle sue genti.

Opportunismi politici

Da un anno e mezzo era nata la “Federazione croato-musulmana”, dopo che gli ultra nazionalisti croati di Erzegovina avevano provato a scannare i musulmani di casa loro, a Mostar e dintorni. L’immagine del bombardamento e della distruzione del secolare ponte di Mostar ne è la memoria visiva per tutto il mondo. Personalmente ho ricordi di picchetti militari di orfani Ustascia a Kiseljak, alle porte di Sarajevo dove i nuovi alleati dei Bosniacchi sfilavano con svastiche e SS stilizzate sui loro elmetti.
Ma restiamo alla commedia. La formula d’obbligo usata da Clinton l’ho inchiodata in testa. “Mister President Milosevic, Mister President…”. Mancava soltanto la candidatura dei tre al nobel per la pace e la vergogna avrebbe raggiunto l’inarrivabile. In prima fila, ad applaudire, tra gli altri, il ministro degli esteri spagnolo Javier Solana. L’uomo che quattro anni dopo, nei panni di segretario generale della Nato, avrebbe seppellito “Mister President Milosevic” sotto una valanga di bombe. Lui e quello che restava di Jugoslavia.

Sarajevo assediata, coda dell’acqua

Ricordo intimo

La Bosnia per me è, insomma, ricordo amaro, intimo, in parte rimosso. Quegli anni maledetti tra il ’92 e il ’95, quattro dei gironi dell’inferno. Ho vissuto Sarajevo e il suo martirio. E’ stata la città che più ho amato dopo la mia Genova. L’ho amata nella sua sofferenza resistente e sempre dignitosa. Nella sua caparbietà ostinata. Nella rabbia condivisa, nelle morti quotidiane, col mondo indifferente contro cui provavo a battermi con inadeguate cronache e reportage.
Da Sarajevo, io privilegiato che potevo, scappavo spesso: un mese, un mese e mezzo a giocare a rimpiattino coi cecchini e le granate ed eri fuori. Fuori di testa, ma in salvo. In quattro anni di quel macello avrò resistito si e no un anno a mezzo accanto agli assediati, accanto ai bersagli, bersaglio a mia volta.
All’inizio, nella canea giornalistica mondiale accampata tra le mura sventrate dell’Holiday Inn, lungo il “viale dei cecchini”, poi, più esperto, in case private meno costose e meno esposte. Ma ogni tanto, confesso, disertavo e mi fermavo qualche settimana di più a casa.

Da Sonya Karadzic

Giornalisticamente corretto, passavo le linee e andavo a Pale, nella ridicola “Capitale” della corte di Karadzic. Hotel Olimpic, nello squallore di generali da burletta, sotto l’autorità isterica di Sonya Karadzic, la figlia che governava, ammetteva o cacciava la stampa straniera. Il vantaggio era capire la dimensione dell’odio e leggere le pressioni internazionali vissute dall’altra parte. Poi, l’opportunismo del cibo. Sì, mangiare e bere. Sarajevo era la fame.
Tutti a Sarajevo pativano la fame, ricchi ospiti occidentali compresi. Non c’era nulla e i soldi non ti servivano. Fame, concetto sconosciuto nella nostra cultura dell’abbondanza. Quanto proprio va male parli di sottoalimentazione. A Sarajevo le donne in età perdevano la fertilità per carenza alimentare e tutti fumavano le “Drina a stampa”. C’era sovrabbondanza di tabacco nella vecchia manifattura jugoslava all’interno della città, ma mancavano carta e filtri. Carta riciclata da vecchie pubblicazioni ad aggiungere piombo al catrame. Nessun problema. Si moriva di ben altro allora.

Centomila morti dopo

Centomila vittime è il conto esatto, o almeno quello più attento e verificato. Forse un milione di profughi, forse di più. Ed accadeva alla vigilia del 2000 a poche centinaia di chilometri dall’Italia pacificata e grassa. Da impazzire per i sensi di colpa. Scappavi da Sarajevo e poi, qualche settimana di respiro a casa, sentivi di voler tornare. Quasi a dover espiare la colpa collettiva dell’indifferenza e dell’impotenza.
Chi ha vissuto quelle esperienze a lungo non ha voglia di scrivere libri, forse per non confessare pubblicamente cose viste e vissute che io sento ancora oggi come colpe personali. Neppure questa sconclusionata prefazione è stata una scelta facile. Non volevo scrivere e poi, temendo l’apparenza dell’arroganza, il cedimento.
Nel nome e per conto dei miei fratelli della Sarajevo dell’assedio, fratelli che allora venivano chiamati soltanto “musulmani”, dei fratelli serbi che combattevano e difendevano la città condivisa da sempre, dei fratelli croati che facevano altrettanto accompagnando il cardinale Pulic, in vistosa divisa pastorale da bersaglio perfetto, sino alla cattedrale per la messa. Avevo amici di cui ignoravo l’identità nazionale o di fede. E’ per quella Sarajevo che scrivo.

La Sarajevo che amai

La Sarajevo di oggi, così ben descritta nel libro, confesso, non la amo. Anzi. Ad ogni ritorno, una amarezza in più, altri segni di disillusione che mi feriscono. Non certo a rimpiangere l’inferno degli anni ’90. Salvo forse lo spirito di ostinata resistenza, la speranza che dal fondo quel pozzo nero, alla fine, si sarebbe potuto soltanto risalire e che tutto, dopo, sarebbe stato migliore.
Ero presente anche all’ultima tornata elettorale e tutto si è ripetuto senza che nulla di quanto solennemente proclamato e promesso dalla politica internazionale e nazionale sia stato mantenuto. Nel frattempo passeggio nella “mia” Sarajevo che si arricchisce di bar, di veli e di moschee, mentre non vedo attorno una sola fabbrica nuova. Vado a Mostar e vedo la vetrina del ponte ricostruito e la trincea delle distruzioni lungo la Neretva che continua a segnare la frontiera di una Federazione finta. Vado nella Republica Srpska, a Banja Luka, e ritrovo un Dodic che, dopo aver catturato col moderatismo d’inizio i voti di Karadzic, ora cavalca l’orgoglio nazionalistico serbo trovando sponda nei nazionalismi contrapposti degli altri piccoli politici etnico-identitari. La più bassa forma di politica rivolta all’incasso del consenso. Potere personale e corruzione.

L’antico ponte di Mostar già colpito, prima di essere abbattuto

Nadira, amica mia

Una cosa mi ha particolarmente colpito nella Sarajevo del 2010. La frase di una mia vecchia e cara amica. Donna colta e irriducibile “jugoslava”, oltre che miscredente musulmana per origini familiari. Da lei, inaspettata, la versione bosniaca del “Si stava meglio quando di stava peggio”. Evidente paradosso, a denunciare la caduta delle speranze. Nell’inferno di ieri, dopo poteva esserci soltanto una resurrezione. Nel pantano di oggi è molto più difficile intravvedere una speranza. La stessa frase m’è stata ripetuta, di fronte ad un seggio, da un giovane che la guerra aveva solo sfiorato. Segno terrificante, per una Bosnia che ho visto martirizzata ma caparbiamente ostinata a voler decidere un suo futuro. Il mondo occidentale, che ha assistito alla sua devastazione, sembra oggi impotente. Altre minacce esterne, altre priorità e un’Unione europea sempre più gonfia e meschina. Tutti più avari e disattenti. Con la Bosnia che diventa ostaggio di fronte all’altro pasticcio internazionale che ha imposto al mondo un Kosovo etnico indipendente. Fiato alle trombe dei nazionalismi, visto che premiano, mentre la Bosnia, lentamente, muore in attesa di un’Europa che ipocritamente balbetta promesse di integrazione che non sa assolutamente se mai potrà mantenere.

I nostri primi morti

Ultima annotazione, suggerimento aggiuntivo al completo itinerario bosniaco proposto in questo libro attraverso parole ed immagini. A Mostar, se mai ci capiterete, oltre ad ammirare il ponte ricostruito e i monumenti all’odio sulle sponde del fiume, andate a cercare un cortile all’interno a un gruppo di case popolari nel quartiere musulmano. Troverete una piccola lapide di marmo con i nomi di tre italiani: Marco Lucchetta, Sasha Ota e Dario D’Angelo. Colleghi Rai della redazione di Trieste uccisi da una granata nel 1994.
Oppure fate una passeggiata nel centro di Sarajevo. La strada principale ancora intitolata al maresciallo Tito. Quasi di fronte alla fiamma perpetua dei caduti nelle guerre mondiali, una lapide ricorda gli oltre cento giornalisti ammazzati in Bosnia. Ormai slavata dalle intemperie s’intravvede l’incisione di due fili spinati tagliati da una penna d’oca. Un tempo si vedeva anche una goccia rosso sangue. Parlare, scrivere, insistere con libri come questo. Per non perdere, con la memoria, anche la speranza che nulla di quanto ci racconta la Bosnia possa mai più ripetersi.

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