venerdì 23 Agosto 2019

La ‘Via della Seta’ per Marco Polo non finì molto bene

Nuova via della Seta, grande la confusione sotto il cielo e chi la spara più grossa, con Di Maio che rincorre Trump, «Italia first». Cala Trinchetto, e sarà forse un accordo «cornice», grandi e buone intenzioni, concrete quanto certi buoni propositi. Fino a ieri firma dell’accordo in bilico con Salvini vestito da avamposto governativo atlantista.
Per aiutare, Remocontro propone memoria della prima vera Via della Seta e di quel Marco Polo che non face una gran bella fine.

‘Il milione’, memoriale dal carcere

La ‘Via della Seta’ per Marco Polo non finì molto bene
La storia favolosa di Marco Polo comincia in realtà in un luogo assai poco piacevole: quando cominciò a dettare a Rustichello da Pisa i suoi ricordi straordinari, il veneziano era rinchiuso nella cella oscura di un carcere genovese. Dopo il celebre viaggio durato ventiquattro anni, dal 1271 al 1295, Marco Polo infatti era tornato a Venezia, ma aveva ripreso il mare giusto in tempo per essere catturato dai genovesi, nemici di Venezia – e soprattutto spregiudicati concorrenti commerciali –, in seguito alla battaglia di Curzola nel settembre del 1298. In carcere era avvenuto l’incontro con Rustichello da Pisa, un altro prigioniero della repubblica di San Giorgio, che si trovava li da ben quattordici anni, essendo stato catturato dopo la battaglia della Meloria (1284), nel corso della quale i genovesi avevano sconfitto duramente i pisani. I due prigionieri erano assai diversi: Marco Polo era essenzialmente un mercante intraprendente e Rustichello un letterato colto e poliglotta (e secondo alcuni anche un po’ pedante), ma dalla collaborazione nacque un libro tra i più famosi al mondo.

Mercanti si diventa studiando

Per secoli si è discusso se il libro fosse opera di fantasia o descrizione di eventi e situazioni reali, se si trattasse di letteratura giovanile o per lettori esigenti, ma spesso è sfuggita un’altra importante chiave di lettura: la mentalità mercantile o, se si vuole usare un’espressione contemporanea spesso abusata, lo spirito imprenditoriale. La pratica della mercatura, disdegnata dall’aristocrazia europea e italiana, che preferiva i tornei o altri divertimenti dispendiosi, ma non redditizi, a Venezia costituiva invece una necessità: la città era protesa sul mare, priva di mura, di terraferma e di un entroterra a proteggerla. Il potere politico, la prosperità della città e il prestigio delle nobili casate erano dunque affidati alle navi, alle rotte che percorrevano e soprattutto al lauto guadagno ottenuto dal commercio. Con disinvoltura si praticavano allora tutti i porti del Mediterraneo o le tappe della ‘via della seta’, perché indipendentemente dal fatto che sventolassero bandiere crociate o con la mezzaluna, il commercio produceva comunque ricchezze. Per questo, appena adolescenti, ma ben istruiti nell’abaco e nella corretta compilazione di una lettera commerciale o di credito, si prendeva la via del mare, oppure, come nel caso del nostro Marco, si attraversava un continente a piedi attratti dalle prospettive di lauti guadagni.

I denari diventan mosca

A testimoniare come la grande mercatura internazionale avesse già proprie leggi e principi, basta citare un proverbio che ricorre qualche volta nei commenti alle centinaia di edizioni de «Il milione»: «Chi fa mercantia e non la conosca, i suoi denari diventan mosca». E poiché nessun mercante lo desiderava, si impratichiva prima nelle annotazioni dei debiti e dei crediti, nella minuziosa compilazione degli inventari e nell’annotazione veloce di tanti particolari che andavano dai discorsi fatti con altri alle confidenze più riservate, fino alla descrizione di oggetti unici e singolari (e per questo potenzialmente di grande valore). Per conoscere le monete straniere – e non essere truffati nei cambi – esistevano già dei piccoli manuali chiamati «pratiche» che annotavano anche prezzi, dogane, balzelli, itinerari e costi di trasporto. Tutto il resto si imparava con l’esperienza, ma occorrevano anche spirito di avventura e soprattutto una certa prontezza d’ingegno nel cogliere le opportunità, perché la fortuna si andava a cercare la dove si trovava e non già sulla soglia di casa.

Difficili ritorni

Scambi vantaggiosi

Quando i Polo all’andata fecero tappa a Soldaia (l’attuale Sudak in Crimea), la località sul mar Nero era una piccola colonia veneziana che sarebbe diventata genovese qualche decennio dopo. I mercanti avevano al seguito oggetti preziosi opera di raffinati artigiani ed orefici veneziani già conosciuti e ricercati sui mercati: ad esempio le creazioni dei ‘cristalleri’, che lavoravano il cristallo di rocca o il quarzo e già da decenni – nonostante le incertezze politiche – si vendevano a Costantinopoli. Prima che il viaggio si trasformi in avventura a causa di una guerra locale tra i tatari che impone una deviazione, i mercanti veneziani hanno già accumulato altrettanti oggetti preziosi sapendo che il loro valore commerciale una volta arrivati in laguna triplicherà e ne sono consapevoli e soddisfatti. Lo stesso Marco, in carcere a Genova, descrivendo ancora il prologo alla sua opera, prima della deviazione lungo le carovaniere e prima di affrontare il ‘viaggio’ vero e proprio, segue una propria logica commerciale e annota con precisione che una pelle di zibellino «tale da poter bastare per una pelliccia d’uomo» può valere duemila bisanti d’oro, o solo mille se di qualità inferiore. Gli affari, insomma.

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