martedì 16 luglio 2019

L’uscita britannica dalla Ue più difficile dell’addio all’Impero

Brexit, Westminster sa cosa non vuole, ma non sa cosa vuole. Approvato emendamento che esclude il “no deal” ma non sanno cosa fare dopo. Non l’addio del Regno Unito alla Ue alla mezzanotte del 29 marzo, ma mesi dopo. Ma a maggio ci sono le elezioni europee e se UK fosse ancora nell’unione i suoi cittadini dovrebbero votare. E una proroga limitata comunque da approvare da tutti i 27 all’unanimità. Difficile anche questa, ma nessuno vuole la responsabilità di un addio senza accordi commerciali e per lo spostamento e i diritti delle persone.

GB caos, sa cosa non vuole
ma non sa cosa vuol fare

L’uscita britannica dalla Ue peggio della decolonizzazione dell’impero
Se esistesse la paranoia in politica, il Parlamento britannico avrebbe bisogno di cure. Westminster sa cosa non vuole, ma non sa cosa vuole. Esclude il “no deal” ma non sa cosa fare dopo. Nessun l’addio del Regno Unito alla Ue alla mezzanotte del 29 marzo, ma mesi dopo. Ma a maggio ci sono le elezioni europee e se UK fosse ancora nell’Unione i suoi cittadini dovrebbero votare. E tutti i conti dei parlamentari da ripartire tra gli Stati, da 27 nuovamente da 28, da rifare. Peggio del caos anche sul piano giuridico. E una proroga limitata comunque da approvare da tutti i 27 all’unanimità per niente scontata.

House of Caos

«La Brexit è diventata un massacro politico e il Parlamento britannico è il tragico palco di un Paese allo sbando, che oramai non ha più alcuna certezza», scrive da Londra Antonello Guerrera su Repubblica. Leonardo Clausi, Manifesto, scrive di ‘trilogia’: «tre voti in tre giorni». No all’accordo firmato da Theresa May con l’Unione europea, No a un’uscita dall’Ue senza accordo. Oggi terzo atto, quasi certa decisione di chiedere un ‘Rinvio’ dell’uscita, se mai sarà. ‘Estensione dell’articolo 50’. Va beh, uno si dice, un rinvio e poi finalmente se ne andranno che di questa Brexit non se ne più neppure a sentirla nominare.

9 mesi nasce un nuovo governo?

Rinvio di due o di nove mesi, discuteranno oggi i parlamentari pigiati nell’auletta di Westminster, senza probabilmente decidere, divisi su tutto. Ma tra due o nove mesi di rinvio nascono una infinità si diversi pasticci. Nel primo caso il Paese dovrebbe partecipare alle elezioni europee, nel secondo caso, certamente anche alle proprie elezioni politiche anticipate. Problema è che la decisione finale sulla concessione di un rinvio, e di quanto, spetta sempre a un’Ue che ha al suo interno un bel manipolo di sovranisti molto destri e molto ambiziosi, votati all’incasso del voto di protesta, quale che sia la ragione dello scontento.

Fumo di Londra

Batosta dopo batosta anche in casa Tory, Theresa May ora prova a spaventare i suoi conservatori euroscettici con uno slittamento che potrebbe annacquare o cancellare la Brexit, e quindi, coniglio dal cappello, votare il suo accordo in un nuovo drammatico voto prima del Consiglio europeo del 21 marzo. A Westminster oggi può accadere di tutto. Il dramma è che neppure loro, i rappresentanti eletti del Regno Unito, sanno bene cosa vogliono e sanno come arrivarci. Siamo al dopo Theresa May con lei tenuta ancora in Downing Street in attesa che le coltellate in corso in casa Tory indichino il sopravissuto. Brexit forse, MayExit prossima e sicura.

Secondo referendum?

Nuovamente ventilata l’ipotesi di un secondo referendum per ribaltare la scelta della Brexit. Lo sostiene l’ex premier Tony Blair, ma questo piano non ha una maggioranza in Parlamento. Più probabile la convocazione di nuove elezioni chieste dai laburisti di Jeremy Corbyn. Delle elezioni bisognerebbe però vedere il risultato. «Non è detto che vincano i laburisti pro Ue e i conservatori potrebbero essere guidati da un euroscettico come Boris Johnson. E se nessuno avesse da solo la maggioranza il problema si ripresenterebbe uguale», racconta  Leonardo Causi da una Gran Bretagna poco nota, «Paese dove i senza fissa dimora continuano a morire per strada, aumenta l’uso dei banchi alimentari, dilaga la povertà infantile, le scuole non riescono a pagare gli stipendi».