sabato 20 luglio 2019

Vikton Orban cruccio dei Popolari, a chi conviene la rottura?

Viktor Orban dentro o fuori il Ppe? Lo scontro tra diverse anime dei Popolari, primo gruppo politico in Europa in termini di voti, seggi e posti di comando. Poi il voto del Parlamento europeo sulle violazioni dello stato di diritto in Ungheria, fa esplodere le contraddizioni.

La scusa ufficiale

Vikton Orban cruccio dei Popolari, a chi conviene la rottura?

Il contrasto è ufficialmente esploso quando il partito Fidesz, mano politica di Orban in Ungheria, ha preso di mira il presidente della Commissione Ue Junker, accusandolo dell’immigrazione “incontrollata” favorita, secondo loro, proprio da Bruxelles. Rudemente categorici a Fidez, visto che Junker è espressione della stessa famiglia di democratici cristiani a cui Fidesz è affiliato a livello europeo. Dodici partiti di vari Paesi della famiglia popolare, hanno chiesto l’espulsione di Fidesz. Rozzo Orban li ha definiti “utili idioti”, buoni solo a dare una mano alla sinistra. Ma ormai la questione Orban è aperta, e dovrà essere decisa dell’assemblea Ppe del 20 marzo a Bruxelles.

Qualcosa a perdere

grosso e di riflesso sulla Csu bavarese che, un po’ più educata e nei toni e nei modi, a destra c’è e ha sempre tentato di tenersi vicino il partito guidato da Orban. Legami storici Budapest Berlino che motivi di opportunità politica. Non solo perché il Ppe, dato in discesa alle elezioni, perderebbe anche i 12 seggi degli esponenti ungheresi. Fuori dai Popolari per Orban varie opzioni: aderire a Enf, raggruppamento guidato da Marine Le Pen e con dentro Matteo Salvini. Oppure confluire nell’Ecr, secondo gruppo parlamentare europeo in termini numerici, in origine scissione a destra dello stesso Ppe e a cui, altra taccia italiana, ha aderito recentemente anche Giorgia Meloni.

Doni ai sovranisti

Proprio per evitare di ‘regalare” un pezzo da novanta come Orban ai sovranisti che naturalmente lo amano, i democristiani bavaresi insistono chiedendo a Orban qualche segno di disponibilità, un gesto di scuse, ma con passi indietro difficilmente accoglibili, tipo riammettere in Ungheria la Central Europa University, fondata da Soros, che era stata bandita dal Paese lo scorso dicembre. Viktor Orban convinto di trarre comunque vantaggio. A stupire anche noi cronisti, la valutazione diversa dell’eurodeputato della Lega Mario Borghezio, che non applaude alla rottura cara a Salvini ma esprime preoccupazioni. “Con Orban fuori da Ppe si perde preziosa cerniera tra il Ppe e i partiti a destra dell’emiciclo europeo”

Orban da lontano

Su l’Inkiesta, un Orban poco noto. Orban che ha usato per anni il Ppe come una specie di scudo rispetto alle autorità della Ue, per applicare le sue politiche in patria e, nello stesso tempo, allargare verso destra i margini della coalizione “popolare” e alla fin fine dare dignità in Europa all’agenda nazionalista e sovranista che fino a qualche tempo fa sembrava una bestemmia. Operazione astuta, condotta su scala continentale, ma non nuova nella biografia di Orban. Non era lui il giovane sociologo mantenuto agli studi a Londra dalla Open Society di George Soros che aveva fondato Fidesz come partito liberale e progressista e l’aveva poi mano mano spostato su posizioni conservatrici e infine nazionalistiche?

Modello Berlusconi

Altro democristiano alla Orban, Manfred Weber, bavarese, pezzo grosso della Csu giù citato. Per Weber e Ppe, dialogare con i sovranisti ha obiettivi precisi. Esempio, ammortizzare in prevedibile calo dei socialdemocratici. Per governare l’Europa, il Ppe dovrà trovarsi una spalla. Appoggiarsi a un vasto rassemblement di partiti sovranisti o simili, dalla Lega Nord a Fidesz, al polacco Diritto e Giustizia all’Fpoe austriaco alleato del popolare Sebastan Kurz. Pasticcio conservatore di difficile amalgama. Salvo alchimie italiane. Berlusconi che propone il patto popolari-sovranisti alla Lega, offrendole l’allettante prospettiva di avvicinare la stanza dei bottoni di Bruxelles. Per Berlusconi, riportare Forza Italia al governo, anche se come socio di minoranza. Cinque stelle e Di Maio addio.

 

AVEVAMO DETTO

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