domenica 18 Agosto 2019

Memoria di supermercato televisivo da dietro il teleschermo

‘Raccontini’ il titolo della rubrica: raccontare senza la pretesa di trasmettere contenuti. Semplici storie. Come proporre paesaggi d’epoca, a saper stendere le parole con la morbidezza di un pennello. Curiose cartoline d’altri tempi. La memoria come obbligo nei confronti di se stessi di fronte a modelli di vita votati al consumo dell’oggi e alla proposte mirabolanti per uno splendido domani. Anche in politica, oggi, è tutto futuro. Forse per il passato troppo incerto di molti.

La sfida, la paura e il coraggio

Memoria di supermercato televisivo da dietro il teleschermo

Racconto per il semplice gusto della memoria dopo una vita trascorsa a raccontare sotto il vincolo dei fatti. Il mito e l’incubo della notizia nella galera apparentemente oggettiva del giornalismo, quando forse sarebbero servite più parole a descrivere persone, situazioni, sofferenze intime e stati d’animo. Sentimenti in cui riconoscersi o dissociarsi, oppure semplici elementi utili a leggere meglio quel presente che altri pretendono di spiegarci. Per 35 anni sono stato venditore di notizie al banco affollato del supermercato televisivo. Giornalista lo sono ancora, anche se ora la televisione la frequento soltanto guardandola. Oggi con in più l’obbligo a supplire l’assenza all’appuntamento domenicale di Francesca de Carolis bloccata al momento da altri impegni. Un po’ inseguendo indegnamente il suo stile, ci proviamo.

Supermercato televisivo, dicevamo. Da dietro il teleschermo è tutto diverso. Qualche volta meglio, molto spesso peggio, e soprattutto, sempre e comunque molto improvvisato. La televisione del nostro consumo quotidiano, buona o cattiva che sia, resta sempre e comunque il miracolo dell’improvvisazione organizzata. Ad evitare di confondere le idee, questa volta non ho nulla da raccontare che valga anche un solo trafiletto di giornale. Non più venditore di notizie quindi ma narratore di storie apparentemente inutili, come appaiono le favole. L’incredibile che si cela dietro la più rigorosa realtà. Persone esistite ma mai raccontate in quel modo, fatti noti e apparentemente certi che celano situazioni paradossali ed infine, il mestiere di giornalista che spesso sconfina nella pura follia.

Prigioniero dell’obbligo di sintesi, posso raccontare i moventi della mia vita in tre sole parole: sfida, paura e coraggio. La sfida comunque, paura sempre, coraggio qualche volta. La viltà è soltanto l’altra faccia del coraggio ed è dunque compresa in ogni biografia sincera. La sfida comincia dall’infanzia e la esprimi verso il mondo che, per fortuna, disegni a tuo piacimento con la fantasia. La paura arriva tra l’adolescenza e l’età adulta quando il mondo reale inizia a svelarsi, a sovrapporsi ai sogni, ad imporre la sua arrogante supremazia. Da allora in poi ti occorre il coraggio del battagliare con te stesso e gli altri nella vita che si muove sulla base di regole che ci sono imposte. Un coraggio che solitamente va e viene, a volte vincente a volte sconfitto nella regressione alla personale realtà in cui cullavi la tua infanzia. La viltà si esprime soprattutto nella tentazione di correggere anche i ricordi, soprattutto quando la vita inizi a declinarla con troppi verbi al passato.

La memoria principale che ho è quella della sfida. Dagli inizi. Raccontata con i versi di Guccini, comincia dai sogni poveri della mia infanzia, “tra la via Emilia e il West”. Radici. Mi sono immaginato, vissuto come un Tex Willer raddrizza torti, salvo scoprire dopo che le praterie cui sono stato costretto a cavalcare nella vita sarebbero state quasi sempre in salita. Ragazzino, correvo imitando il galoppo di un cavallo invulnerabile mentre il bastone che impugnavo era un Wincester infallibile o una Colt dai colpi infiniti. Negli scontri dell’età adulta mi sono cimentato troppo spesso contro il buon senso e la prudenza. Ho affastellato tra loro valori difficilmente conciliabili. Idealità e carriera, famiglia ed avventura, genitore e abile corsaro. Spesso ne sono usciti dei pasticci. Ho cercato di fare bene un lavoro che sovente procura del male. Sono pentito di molti dettagli, ma quel lavoro lo rifarei, forse perché so di non saper fare altro.

La paura, superati gli incubi delle favole, l’ho frequentata nella quotidianità della vita nascondendola spesso sotto una corteccia d’incoscienza o atteggiamenti da sbruffone. Paura della mia ignoranza rappezzata con letture postume a scuola sepolta. Paura di non essere all’altezza mentre, follemente, cercavo sempre nuove sfide. Paura delle ritorsioni mentre inseguivo altri nemici ancora più potenti di quelli affrontati prima. Paura di non dare senso ad un lavoro esercitato contro ogni ragionevole prudenza. Paura della inutilità di un impegno che mi raccontavo nobile e indispensabile. La paura finale, attualità da età adulta, il rischio di dover scoprire che il mondo giornalistico radiotelevisivo cui ho appartenuto, sia precipitato in un asservimento tale da non giustificare più l’astratta nobiltà di “Servizio pubblico”, travolgendo anche la buona fede di chi, battendosi contro corrente, vi si è trovato per tanti anni coinvolto.

Il coraggio sono stato costretto a praticarlo quando la sfida e la paura mi hanno portato con le spalle al muro. Dalle paure scolastiche causate dalla pelandronite da studio ordinato, sino alle fobie da vigilia di trasferta che ancora mi porto dietro. La paura prima come scudo all’incoscienza del durante. Interrogazione, esame, reportage, intervista, diretta televisiva o guerra che fosse. Da casa immaginavo il peggio e, la notte prima, insonne, tutto il male lo avevo già vissuto. Ciò che accadeva dopo era sempre meglio. Quando sei in ballo e devi sopravvivere, tiri fuori quello che hai, quello che sai o quello che non sapevi neppure di avere e di conoscere. Alla fine il coraggio è soltanto la razionalizzazione della paura. Darle una dimensione, e tenersela accanto senza farsi sovrastare. Il coraggio è paura quanto basta, dosata tra i diversi ingredienti indispensabili per sopravvivere.

Nella mia vita d’avventura ho frequentato assassini di mestiere e di ideale, ho pianto accanto ai familiari delle loro vittime che non coglievano la differenza. Ho cercato inoltre di capire anche l’umanità lacerata di chi aveva ucciso. Ho provato a distinguere tra lotta armata che sceglie il suo bersaglio e il terrorismo che uccide nel mucchio, litigando spesso col comune buon senso. Non ho mai avuto il coraggio di affrontare il distinguo labile fra i due modi di essere assassini con i familiari degli uccisi. Ho inseguito misteri e trame senza arrivare ad alcun bandolo definitivo. Ho inseguito verità labili per mezzo mondo senza trovare alcuna certezza. Ho frequentato guerre tra bande e tra Stati, scoprendo che spesso la differenza nell’ammazzare era solo nello sventolare di uno straccio fatto bandiera.

Ho incontrato e ho persino familiarizzato con assassini di fatto ma non di anima. Almeno così riuscirono a farmi credere. Un distinguo che credo esiste davvero. Brigatisti che avevano sbagliato bersagli e pagina della storia assieme a terroristi usati da terzi come strumento. I mandanti morali, mille volte inseguiti, sono il fallimento finale delle mie numerose inchieste. Oltre a loro, lontani mille miglia del Potere maiuscolo, piccoli e grandi fuorilegge, “faccendieri” di caratura internazionale e mediatori truffaldini tra Stato e antistato. Spie d’istituto e delatori di vocazione. Mafiosi di massimo livello e mafiosità miserabile a raccattare gli spiccioli del malaffare. Ho amato la politica delle forti idealità e non riesco a respingere la nausea per l’attuale mercatino che disonora la parola.

Ho persino incrociato Capi di Stato. Presidenti di serie A e Presidenti burattini o assassini. Ho avuto l’onore di stringere la mano ai tre più recenti Presidenti italiani, e l’obbligo rituale di scambiare i tre baci ortodossamente rituali col “Presidente” della Serbo-Bosnia Radovan Karadzic. Ma i nomi che mi pesano sulla memoria delle emozioni sono altri. I miei incontri coi “cattivi” per definizione. Moretti, Curcio, Balzerani, Gallinari, Braghetti e tanti altri brigatisti rossi. Il fascistissimo Delle Chiaie. L’ubiquo Pazienza. I “deviati” D’Amato e La Bruna. La Cia di Le Winter e Brenneke. Il Kgb di Karel Koecher. La mafia nobilitata da Masino Buscetta e la versione italiana del Padrino interpretata da don Tano Badalamenti. Le ombre cupe di Licio Gelli e della sua loggia segreta che ancora sento gravare sul Paese.

Una galleria di fantasmi che mi appare infinita. Spettri che erano persone. Di molti tra loro non conosco la fine. Vivi o morti che oggi siano, alcuni pezzi della loro esistenza mi appartengono. Mi hanno turbato e mi hanno arricchito. Forse fanno persino parte della storia minuscola che ci fa umani. L’ubriacatura di una grandezza fuori dalla regole da raccontare senza l’obbligo di un giudizio morale. Può essere umanamente buono un assassino? Non possedendo le parole della fede, ho esercitato il personale “non giudizio” attraverso l’ascolto, senza mai cadere nella condivisione. Conoscere senza complicità per capire. Che è virtù evangelica poco frequentata soprattutto dalla politica delle appartenenze che tutto o nulla perdona sulla base della schieramento.

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