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venerdì 20 Settembre 2019

Buco nero Siria, la guerra che c’è ma non si vede

La guerra siriana che si esaurisce all’orizzonte del modesto villaggio di Al Baghouz, sull’Eufrate dove cronache sempre più rare accennano all’ultima resistenza dell’ultima Isis, che non è mai l’ultima come battaglia e come sfida della disperazione. Alberto Negri prova a spiegare cosa accade

Siria «buco nero»

Buco nero Siria, la guerra che c’è ma non si vede
«La Siria dei “buchi neri”, un conflitto con un campo gravitazionale così intenso che non se ne vede la fine». Audace Alberto Negri in questo paragone astrofisico, per spiegare cosa sta accadendo in Siria e che nessuno di fatto ci racconta. Perché mica crederete che quella guerra infinita si esaurisce all’orizzonte del modesto villaggio di Al Baghouz, sull’Eufrate dove cronache sempre più rare accennano all’ultima resistenza dell’ultima Isis, che non è mai l’ultima come battaglia e come sfida della disperazione?
«Dal buco nero di Al Baghouz vediamo emergere, insieme a centinaia di cadaveri di donne e vittime yazide nelle fosse comuni, i prigionieri dell’Isis e le loro famiglie. E le mogli dei jihadisti accusano ad alta voce gli americani di essere i veri massacratori del popolo siriano», spara Negri sul Manifesto.

Il Califfato vincente

Memorie di antico potere, quando la bandiera nera sventolava a 15 chilometri da Damasco e a 70 da quello di Baghdad. E la memoria degli orrori che il nostro comodo cerca di allontanare, come quelli vissuti e narrati da Lamya Haji Bashar la giovane yazida, premio Sakharov, ridotta in schiavitù dai jihadisti. E la domanda che quella vittima pone al mondo sotto forma di dubbio: «Vedo che oggi escono dall’assedio e chiedono di tornare a casa, mi domando se questa sia davvero giustizia: forse dovrebbero affrontare un processo alla Corte penale internazionale». Ma il problema ancora più grave, per Alberto Negri, è che la guerra non finisce in questo lembo di terra siriana di Al Baghouz dove si stima ci siano ancora 5-7mila combattenti.

I cinque inganni

1) A Idlib e nel Nord siriano, 2,5 milioni di abitanti, ci sono ancora decine migliaia di jihadisti affiliati di Al Qaida, con stime variabili da 20mila a 40mila. Resa e ricollocazione affidata a un accordo tra Russia, Turchia e Iran, ma non c’è ancora niente di deciso neppure dopo il vertice trilaterale di Sochi del 14 febbraio. L’aviazione siriana da giorni martella a Khan Shaykhun e Jisr Shughur, rispettivamente a sud e a ovest di Idlib, dove sono asserragliate anche le milizie filo-turche.

2) Conflitto curdi Turchia. I curdi, considerati da Ankara dei «terroristi», chiedono una forza internazionale di interposizione mentre Erdogan allarga la sua «fascia di sicurezza» dopo essersi impossessato di Afrin dove ormai si insegna il turco e Ankara ha imposto la sua economia. La fida di Erdogan a Usa e Nato non è solo sull’acquisto del sistema di difesa missilistico russo S-400 e per gli S-500 di prossima generazione. «È chiaro che vuole il via libera di Putin, il quale nicchia, mentre tiene sulla corda gli americani».

3) Resta il motivo strategico che nel 2011, ha trasformato la rivolta popolare contro il regime alauita, in una guerra per procura contro l’influenza dell’Iran, l’alleato storico di Assad. Interessi e alleanze inconfessabili: la Turchia con le monarchie del Golfo e le potenze occidentali che pur di abbattere il regime ‘hanno sostenuto i jihadisti’, «e se non ci credete, leggetevi l’intervento del colonnello francese François-Régis Legrier sulla Revue de la Défense nationale», con grande disappunto delle Forze Armate.

4) Israele, che gli Stati uniti si ritirino o meno, continuerà i raid in Siria contro i pasdaran iraniani. Azioni militari che coinvolgono inevitabilmente gli Hezbollah, alleati di Teheran in Libano. Gli israeliani guardiani della regione per mandato di Washinton, ma anche Putin, deve raggiungere un accordo sia con l’Iran che con Netanyahu incontrato la scorsa settimana a Mosca. Compromesso possibile? Putin vincitore della guerra con Iran e Assad, ha anche grandi interessi politici ed economici con Israele, la Turchia e le monarchie del Golfo.

5) La fine territoriale dell’Isis non è la fine del jihadismo. «Continueranno azioni di guerriglia e l’insurrezione sunnita, tra Siria e Iraq, non è sepolta perché le rivendicazioni settarie restano sia in Siria che tra la minoranza sunnita dell’Iraq. Come non è certo evaporata sull’Eufrate l’ideologia dell’Isis che si è diffusa con le sue affiliazioni ben oltre i confini del Medio Oriente, dall’Asia all’Africa». Conclusione di Alberto Negri, «la fine dell’Isis riflette il netto contorno di una sconfitta militare ma anche il destino tragico e precario di interi popoli e nazioni».

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