domenica 18 Agosto 2019

Corea e il modello vietnamita, ciò che Kim non si può permettere

Vietnam, ‘economia di mercato orientata al socialismo’ dal 1986. In Cina dal 1979. Nella monarchia ereditaria della Corea del Nord qualcosa di simile sarebbe possibile?
-I Kim potrebbero restare in sella qualora venisse adottato il modello vietnamita?
-In Cina e Vietnam si diffondono i modelli culturali tipici dell’Occidente. Potrebbe continuare a far presa nella popolazione coreana una propaganda che insiste sulle origini semidivine del fondatore e dei suoi discendenti?

«Vorrei ma non posso»

La Corea e il modello vietnamita
Il fallito vertice di Hanoi tra Donald Trump e Kim Jong-un ha fornito l’occasione per rimarcare la diversità dei percorsi di due Paesi comunisti come Vietnam e Corea del Nord. Non è stato solo questo, ovviamente, il tema importante, ma mette comunque conto sviluppare qualche breve riflessione al riguardo.
Molti hanno notato che il suddetto vertice ha consentito ai vietnamiti di mostrare al mondo i molti successi, soprattutto economici, conseguiti nel corso degli ultimi decenni. Il tutto grazie al “Doi Moi” (rinnovamento), un modello di sviluppo che il governo di Hanoi ha adottato nel 1986 per promuovere un’economia di mercato “orientata al socialismo”.

In quegli anni il Vietnam aveva ancora un sistema economico rigidamente centralizzato e ispirato all’esempio del socialismo reale in vigore nell’Unione Sovietica e nei Paesi cosiddetti “satelliti” di Mosca. In altri termini, era il governo a decidere obiettivi da raggiungere e prezzi da fissare, mentre pure a livello agricolo la terra veniva condivisa mediante un complesso sistema di cooperative.
La svolta del 1986 venne decisa dal Congresso nazionale del Partito comunista, che abolì per l’appunto la centralizzazione introducendo profonde riforme atte a fronteggiare una persistente crisi economica e lo squilibrio tra import ed export. Dopo un periodo di sperimentazione e di graduale apertura all’iniziativa privata, il nuovo modello ha consentito al Paese di diventare l’ultima “tigre asiatica”, con un incremento del Pil giunto al 7% l’anno scorso e una parallela diminuzione della povertà.

Il Vietnam, insomma, ha seguito il cammino intrapreso dalla Cina dopo il 1979 sotto la guida di Deng Xiaoping, anche se Hanoi non gradisce molto il parallelo viste le relazioni sempre tese con il grande vicino. E i risultati sono infatti gli stessi fatta salva la differenza di dimensioni – e di potenza – tra le due nazioni. Crescita impetuosa, creazione di una nuova classe di ultraricchi, scarsa considerazione per i problemi ambientali. Analogo pure il panorama politico, con i due partiti comunisti che non cedono un millimetro di potere, e con una guida collegiale ancora più accentuata a Hanoi rispetto a Pechino.
Qualcuno s’illudeva che, se l’accordo con gli Usa fosse stato firmato, Pyongyang avrebbe seguito il modello vietnamita (e cinese) promuovendo l’iniziativa privata ed aprendosi ai rapporti internazionali. In realtà è difficile prevedere un esito simile. Essendo la Corea del Nord una sorta di monarchia ereditaria (ovviamente non dichiarata), dal 1948 nelle mani di una sola famiglia, sarebbe necessaria una vera e propria rivoluzione istituzionale per passare a una fase diversa.

A livello economico, tranne alcune zone franche al confine tra Nord e Sud, non esiste traccia di liberalizzazione e l’economia è rigidamente centralizzata tanto sul piano industriale che su quello agricolo. Ed è questo il motivo che spinge alcuni a considerare la Repubblica Democratica Popolare uno Stato puramente socialista, scordando la struttura monofamiliare che la regge da 70 anni. E’ assai dubbio che i Kim potrebbero restare in sella qualora venisse adottato un modello quale il “Doi Moi” vietnamita.
C’è infine un’altra conseguenza delle aperture di Pechino e Hanoi che va valutata con attenzione. La liberalizzazione ha infatti comportato il diffondersi in Cina e Vietnam di modelli esistenziali e culturali tipici dell’Occidente e, in primis, degli Stati Uniti. Nelle giovani generazioni cresce l’interesse per il denaro e diminuisce quello per la storia (nello specifico le epopee di Mao Zedong e di Ho Chi Minh). Piacciono a dismisura i McDonald’s e non i richiami continui al marxismo.

Anche in questo caso è ovvio che simili risultati non piacciano a Kim Jong-un e al gruppo dirigente che lo circonda. Si tratta però di capire sino a che punto possa continuare a far presa nella popolazione coreana una propaganda che insiste sulle origini semidivine del fondatore e dei suoi discendenti.

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