martedì 19 marzo 2019

India-Pakistan, i retroscena segreti: coinvolti anche Iran-sauditi-Israele

Ancora incidenti (e morti) in Kashmir dopo la battaglia aerea tra le due potenze nucleari. Il raid ordinato da Delhi ha fatto 300 morti come riporta la BBC? Nel groviglio diplomatico coinvolti Usa, Afghanistan, Iran e persino Arabia Saudita e Israele

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«Il posto più pericoloso del mondo»

India-Pakistan, i retroscena segreti
Tra gli aspri picchi perennemente innevati del Kashmir, regione di struggente bellezza ai confini tra India e Pakistan, passa una delle faglie più attive del complesso arcipelago delle aree di crisi che caratterizza lo scenario politico internazionale. Si tratta di un’eredità del processo di decolonizzazione che, dopo la seconda guerra mondiale, ha interessato molti “dominions” della Corona britannica (come la Palestina) causando, per la sua pessima gestione, lo scatenarsi di violenti conflitti. Venerdì e ieri, nelle scaramucce intorno alla linea di confine, sono stati uccisi soldati e civili di entrambi i Paesi. Gli scontri hanno fatto seguito al grave incidente di qualche giorno fa, che ha visto l’abbattimento di due Mig 21 indiani, da parte di caccia JF-17A pakistani, Secondo gli analisti del thin-tank americano “Stratfor” sarebbe stato abbattuto anche un elicottero Mi-17V da trasporto degli indiani, vicino Srinagar. Sebbene qualche altra fonte parli di “incidente autonomo”.

Una crisi mille cause

Ma perché il fuoco che covava sotto la cenere del tempo è tornato improvvisamente a divampare in questa regione, definita da Bill Clinton “il posto più pericoloso del mondo”? Potremmo rispondere con uno slogan: una crisi, mille cause. Quella più recente, abbondantemente citata dagli analisti, è il sanguinoso attentato di due settimane fa (45 paramilitari indiani uccisi), rivendicato da un gruppo fondamentalista islamico, Jaish-e-Mohammed, che fa base in Pakistan. Da New Delhi il premier Narendra Modi ha detto subito che si sarebbe vendicato. Detto fatto. Martedì scorso i suoi Mirage hanno sconfinato, colpendo un accampamento militare vicino a Balakot, nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa. Fonti non controllate, riprese dal corrispondente della BBC, Soulik Biswas, parlano di una vera e propria strage di miliziani e civili (addirittura 300 morti). Per effettuare lo “strike” gli indiani hanno varcato la “LOC” (Line Of Control) che divide il Kashmir fin dalla guerra del 1971, penetrando nel territorio pakistano in profondità, per ben 80 chilometri.

LOC, Line Of Control

Una mossa azzardata, che non era stata tentata nemmeno durante la cosiddetta “Guerra di Kargil”, nel 1999. La no-fly zone stabilisce infatti il divieto di avvicinamento alla LOC a meno di 10 chilometri per gli aerei e a meno di 5 chilometri per gli elicotteri. L’India ha rotto ‘chirurgicamente’ il patto nel 2016, con attacchi mirati e limitati contro campi di addestramento (o presunti tali) delle milizie islamiche. Perché ora il governo di New Delhi si è spinto oltre? La prima risposta è che fra un mese e mezzo si vota, per il Parlamento e anche in alcuni Stati, tra cui proprio il Kashmir. E Modi vuol far dimenticare i guai economici e sociali dell’India, battendo sul tasto della sicurezza e dimostrando ai suoi potenziali elettori di essere un “duro e puro”, che difende la nazione e i sacri valori dell’induismo dal secolare nemico islamico. Un nemico che con la dinastia Moghul era perfino arrivato a dominare il suo Paese, dal 1526 fino al 1707.

Afghanistan o caro

La seconda riflessione è che a Islamabad la confusione “diplomatica” regna sovrana e gli indiani ne vogliono approfittare. Secondo gli analisti, in questa fase, la partita si gioca in campo neutro: l’Afghanistan. Il programmato ritiro americano potrebbe creare un vuoto strategico e aprire spazi di inserimento per l’India. Trump ci starebbe pensando e i pakistani sono sempre più sospettosi, perché considerano il tormentato Paese dell’Asia Centrale come un’area che ricade nella loro sfera d’influenza. La scorsa settimana il principe Muhammad bin Salman, l’uomo forte saudita, ha cercato una mediazione sulla questione che, nelle segrete stanze della diplomazia, sta diventando un elemento di forte tensione. Specie per Islamabad. Ma la missione di pace non ha avuto successo. Anzi, da allora si è assistito a una escalation militare formidabile.

Gli ‘Spice 200’ israeliani

Poi, per la serie “quando le crisi si saldano”, c’è la questione del petrolio iraniano, abbondantemente importato dagli indiani, e di altri “affarucci”, che hanno portato a un forte riavvicinamento tra gli sciiti di Teheran e il governo di Modi. Ingigantendo i mal di pancia dei sunniti pakistani. Insomma, il Kashmir sta diventando una specie di campo neutro, dove si giocano partite globali e con attori che non ti aspetti. É questa un’ultima annotazione, che serve a chiarire come gli scenari finora tracciati siano composti da un mosaico di tessere traballanti. Un vero rompicapo nel delicatissimo settore delle relazioni internazionali, dove i rovesciamenti delle alleanze sono ormai all’ordine del giorno. I missili usati dai caccia indiani, i sofisticatissimi “Spice 200” (guida infrarossa, alta precisione, range fino a 150 chilometri) sono stati generosamente forniti dagli israeliani.

Atomiche e ‘catena di comando’

Insomma, il quadro strategico è molto più complicato di quanto si possa pensare. Ed è soprattutto pericoloso, molto pericoloso. Perché coinvolge Paesi che hanno gli arsenali stipati di bombe atomiche. Non è un problema di guerra generalizzata. Questo rischio dovrebbe essere escluso, dal momento che nessuna delle due potenze asiatiche ha interesse ad arrivare a tanto. Come sostiene il professor Vipin Narang, un quotato “nuclearista” del Massachusetts Institute of Technology. Ma l’esperto aggiunge che si pone la questione della cosiddetta “catena di comando”. Qualcuno, per mille motivi, potrebbe premere il bottone sbagliato. E sarebbe una catastrofe.

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