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domenica 17 20 Novembre19

L’ultima Yugoslavia nel museo di Scheveningen

Sheveningen è la spiaggia dell’Aja, la linda capitale amministrativa olandese. A Sheveningen c’è anche l’ultima riserva naturale per umani in via d’estinzione, zona protetta delle scorie di ciò che fu la Yugoslavia interetnica dei tempi di Tito.
All’entrata del piccolo centro, un edificio fatto di mura e di torri che cercano inutilmente di mimetizzarsi in un finto castello d’altri tempi. Una sorta di museo delle cere, con protagonisti viventi ma imbalsamati dal Tribunale Internazionale dell’Aja.
Museo purtroppo chiuso ai visitatori comuni e alla didattica per le scuole. Ed è un peccato.

 

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L’ultima Yugoslavia nel museo di Scheveningen. Scheveningen è la spiaggia dell’Aja, la linda capitale amministrativa olandese. A Scheveningen c’è anche l’ultima riserva naturale per umani in via d’estinzione, zona protetta delle scorie di ciò che fu la Yugoslavia interetnica dei tempi di Tito.
All’entrata del piccolo centro, un edificio fatto di mura e di torri che cercano inutilmente di mimetizzarsi in un finto castello d’altri tempi. Una sorta di museo delle cere, con protagonisti viventi ma imbalsamati dal Tribunale Internazionale dell’Aja.
Museo purtroppo chiuso ai visitatori comuni e alla didattica per le scuole. Ed è un peccato.

Raccontino di 10 anni fa
Yugoslavia in olandese

Scheveningen è la spiaggia dell’Aja, la linda capitale amministrativa olandese, per le poche settimane in cui il Mare del Nord non ti trasforma direttamente in merluzzo surgelato. A Scheveningen c’è anche il solo mare in salita al mondo. Paesi Bassi si chiamano e, per raggiungere le onde devi salire ripide scale. Il Mare del Nord che ti incombe da oltre le dighe, fa impressione. Paradiso per salutisti in bicicletta quando la tramontana non li trascina via. Isolata di fronte a quel mare ostile, anche l’ultima riserva naturale per animali umani in via d’estinzione, zona protetta delle scorie di ciò che fu la Yugoslavia interetnica dei tempi di Tito.
All’entrata del piccolo centro, un edificio singolare fatto di mura e di torri che cercano inutilmente di mimetizzarsi in un finto castello d’altri tempi, accolgono gli inconsapevoli passanti. Possiamo anche immaginarlo come una sorta di museo delle cere, con protagonisti viventi ma imbalsamati dal Tribunale Internazionale dell’Aja. Museo purtroppo chiuso ai visitatori comuni e alla didattica per le scuole. Ed è un peccato.

Scheveningen puoi raggiungerla in dieci minuti di taxi dalla sterilizzata Le Hague, o dopo una sessantina di chilometri della felicemente peccaminosa Amsterdam. Se sai, le tue emozioni le cerchi prima del mare in salita, all’entrata del fortilizio-caserma taroccato d’antico del carcere ONU dietro cui si nascondono gli edifici ipermoderni dell’ipergalera vigilata da secondini iperpagati che su quel mare si affaccia. Filtro generale per visitatori e legali di tutti i detenuti, poi le strade carcerarie si dividono: “comuni” a destra e “politici“ a sinistra.
Ed ecco la Yugo-Riserva a portata di mano, oltre 10 diversi sbarramenti, con relativo giro di catenacci e sbatacchio di chiavi. Le testimonianza è anonima ma dettagliata. Una donna ovviamente, perché, se sono sempre gli uomini a incasinare il mondo con le loro guerre, sono le donne a reggerle nell’accudimento di figli e vecchi per sopravvivere. Con l’aggiunta dell’esercizio faticoso della loro pietà a favore dei dannati maschi che non hanno saputo vincere incassando tutta la posta dei cattivi.

L’interlocutrice, anonima come da letteratura, è serba, per diritto di priorità carceraria. Nell’assenza di innocenti, nella vecchia Yugoslavia dei massacri etnici, i cattivi più ricercati e incarcerati sono senz’altro loro, i serbi. Salvo qualche distrazione storico-politica da parte dell’Occidente arroccato nella sua democrazia proclamata a parole e strabica nei fatti. Più o meno come gli atti d’accusa del tribunale penale. Alla fin fine, oltre quelle mura e oltre le mostruosità commesse da molti dei loro negli anni ruggenti dei nazionalismi, il distinguo etnico e delle colpe tra serbi, croati, bosniacchi o kosovari albanesi si stempera nella pietà sofferente di quelle donne. Donne serbe. croate, bosniacche o albanesi del Kosovo, auto imolate sull’altare della famiglia dopo aver sofferto l’inferno al maschile dei patriottismi confezionati in casa.

Mirjana, nome fittizio come obbligo di racconto, è una signora adulta. Longilinea ed alta per fisicità slava. Bionda per tinta a rincorrere i colori della giovinezza. Donna colta, cosmopolita che sa amare la musica classica come la buona cucina. Cucina italiana, preferibilmente, a privilegiare la dieta mediterranea ai grassi animali della sua giovinezza balcanica. Un passato di alto lignaggio istituzionale e di buoni salotti, prima del limbo della caduta del sistema di potere cui era legata e prima dell’inferno del carcere per il suo compagno di una vita.
E’ Mirjana la nostra prima spia all’interno di Scheveningen, in quel mondo all’incontrario dove, al posto di Alice, trovi parecchi dei protagonisti che il vecchio Paese delle Meraviglie hanno mandato a catafascio. Come d’obbligo nel mondo delle fiabe però, la vita nella Yugo-Riserva scorre sempre serena, o almeno senza grossi scossoni. Salvo incidenti calcistici.
«I momenti di maggior tensione che mi ha raccontato Vlada (altro nome di copertura), gli unici tra tanta monotonia ordinata e costretta della galera, sono quelli dell’ora d’aria».
Immagini di film americani che ti propongono scene di violenza selvaggia nei penitenziari da avanzi di galera e ti trovi, invece, su un asettico a rasato campo di calcio. Molto olandese.


«Calcetto a cinque, con tutti loro, ex capi di stato, generali, banditi attempati e con pancetta a cercarsi l’infarto! Tempo fa Mladen Natelic, detto Tuta, ha commesso un fallaccio su Vojslav Seselj, detto Voja, che piombando a terra con la sua mole ha fatto tremare la palestra. Gamba dolorante, fischio del fallo e la polemica di sempre tra croati e serbi su chi pesta di più e per primo». Utile memoria sapere che “Tuta” è stato uno dei comandanti più feroci e ricercati delle milizie croato-erzegovesi delle guerra in Bosnia e che “Voja” è stato il leader degli ultranazionalisti serbi e vice premier di Milosevic sino a prima della caduta. Quasi che i due sportivi da ora d’aria, regrediti all’infanzia del collegio carcerario e accusati di crimini orrendi, volessero tornare a quella Grande Yugoslavia che avevo decisamente contribuito a distruggere. Il racconto di Mirjana, che si sviluppa in più incontri semi clandestini tra di noi, si arricchisce di dettagli col crescere della confidenza.

«Le celle di Scheveningen sono confortevoli. Camera da letto, tavolino, Tv e, a richiesta, computer. Nella sala collettiva, un telefono internazionale a scheda. Modello carcerario olandese. Poi lo spazio collettivo. Soggiorno, cucina, spazio di lettura e studio dei quintali di carte giudiziarie. Dalle 7 in poi, la socializzazione è nei fatti».
Gli accudimenti personali, l’ordine in casa direbbe una moglie comune, si trasferisce anch’esso in carcere.
«Molte mogli controllano telefonicamente che i loro detenuti lontani provvedano correttamente al bucato e alla stiratura delle camicie. Anch’io», ammette Mirjana.
Per non svelare troppi indizi sulla mia “fonte”, immagino col sorriso a mezza bocca telefonate del tipo, “La camicia te le devi cambiare ogni giorno. E te la devi lavare e stirare, caro Presidente”.
«Se mai torneranno liberi saranno certamente degli uomini più umili. Pranzo in orario ospedaliero. O la mensa carceraria o l’ordinazione di materie prime a tuo carico».

Nel carcere di serie A di cui ci racconta Mirjana, cucina chi è capace. Salvo accontentarsi della mensa, che non somiglia affatto ai prati pettinati e fioriti dell’apparire olandese. «I più bravi sono i croati, scadenti serbi e montenegrini, troppo viziati a casa. Più o meno come gli albanesi», precisa Mirjana con impietoso femminismo panslavo.
Poi sport, ora d’aria e le altre attività di fuga maschile riproposte in carcere nello stesso tono polemico di qualsiasi famiglia.
«Seselj e Naletic, stesso braccio, ad esempio, giocavano per ore a scacchi. Ora il leader ultranazionalista serbo è molto dispiaciuto. Ha perso il suo croato preferito, condannato definitivamente a 25 anni di galera e trasferito, ad espiazione pena, in un carcere del nord Italia».
Una notizia mai letta, detto tra di noi.

Governanti accusati di aver armato le stragi e assassini all’ingrosso trasformati miracolosamente in patrioti. Quel bel pezzo di protagonisti dei dieci anni di macello balcanico, in carcere, tendono a somigliare a tanti Peter Pan della Yugoslavia Perduta della favola, che proprio loro hanno trasformato in incubo. Serbi e croati, bosniaci serbi, croati e musulmani, kosovari serbi e albanesi, montenegrini.
Con l’aggiunta dei fantasmi, a partire da quello di Slobodan Milosevic, sino all’emotivamente instabile Karadzic e all’introvabile Mladic (ora ‘trovato’ e anche lui a Scheveningen). 161 incriminati, 43 dichiarati colpevoli, 8 assolti, 25 scagionati e 6 a giudizio nell’aldilà [dati di 10 anni fa]. Tutta la successione delle guerre balcaniche e tutte le varianti possibili dei nazionalismi contrapposti eppure tanto eguali tra loro.
Quindici “ospiti“ per blocco, a Scheveningen, detenzione rigorosamente interetnica, spazi comuni e poi, nelle due occasioni giornaliere di “ora d’aria“ in cortile, l’incontro con i colleghi degli altri bracci.

Se non è Yugo-Nostalgia, sono certamente le Yugo-Buone Maniere, a cominciare dall’uso della lingua. Serbo-croato anche per l’ex Premier kosovaro, ex capo Uck e potente capo di un potente Fis, traduzione albanese del clan nostrano, l’albanese Ramush Haradinaj quando, incontrando nel cortile del passeggio l’ex presidente serbo Milan Milutinovic, gli si presenta con un correttissimo
«Dobar dan gospodine Predsedniče». Buon giorno signor Presidente.
«Dobar dan gospođin».
Ora “gospođin” Haradinaj è un signore libero, assolto in primo grado per moria dei testimoni d’accusa e già minaccia di far cadere il governo di Pristina.
[Ramush Haradinaj è l’attuale premier del Kosovo al decimo anniversario della sua secessione e all’avvio di un suo contestatissimo esercito].


Anche Milosevic, raccontano, godeva di grande rispetto da parte degli altri detenuti. Ha fatto clamore, nel marzo del 2006, l’annuncio funebre comparso sui quotidiani belgradesi “Politika” e “Vecernje novosti” con le condoglianze per il loro “compagno dell’Aja” Milosevic, morto in carcere il giorno prima. Tra i firmatari, oltre ai serbi detenuti, anche quattro croati, a partire dal generale Ante Gotovina. In Croazia ci fu chi parlò di “un inganno dei media serbi”, di “manipolazione politica”.
Arrivata la conferma di Gotovina, si raccontò allora di “solidarietà carceraria”, “consuetudini che regnano in carcere”, ma anche di “sentimenti cristiani”, con tanto di benedizione della Chiesa cattolica di Zagabria. In pochi hanno ricordato la nota frase su “fratellanza e unità” dell’ex presidente della Jugoslavia, Josip Broz Tito. Sia una parvenza di “titoismo“ di ritorno, sia la redenzione cristiana di qualcuno, sia la pura e semplice necessità della sopravvivenza nella detenzione, è lo Yugo-Parco di Scheveningen.

Una curiosità per noi italiani, le stanze carcerarie del sesso, a favorire, per quanto possibile, la sua pratica tra generi diversi. Celletta angusta ma con letto matrimoniale. Il detenuto con la compagna in visita si presenta al secondino, ritira lenzuola di bucato e si chiude nell’alcova carceraria. Un’ora di tempo, che non è poco data l’eta media dei detenuti. Mi dicono che i figli di Scheveningen sono ormai molti.
Un papà gioca col figlioletto piccolo in visita e, da croato, lo vezzeggia.
«Il mio piccolo Ustascia».
Il bimbo, ormai educato alla scuola di Yugo-Scheveningen, sfotte.
«No, io piccolo Cetnik», a fare voluta confusione tra nazionalismi che appaiono ormai caricature contrapposte.
Quando la frotta dei visitatori viene spinta dal campanello sul percorso d’uscita, la donna bosniaca ingombrante per un altro figlio di Scheveningen in arrivo, fatica a trascinarsi dietro il ragazzino di tre anni, che finisce felicemente in braccio al “Cetnico“ serbo che se lo accolla.

Non c’è compleanno o ricorrenza di calendario che non diventi occasione di Yugo-Cortesia. Per il suo recente compleanno, Ante Gotovina, il generale croato, ex caporale della Legion francese accusato di massacri contro i Serbi delle Kraine orientali, ha offerto maialino al forno ad ogni detenuto. Col riguardo religioso del pollo per i musulmani di Bosnia e del Kosovo. La torta di tradizione l’avrebbe confezionata uno dei pochi serbi con abilità culinarie. Del resto, a Yugo-Scheveningen si festeggia ogni Natale, prima quello cattolico e, 13 giorni dopo, quello ortodosso. Per la Pasqua, calcolo liturgico più complicato, dai croati arrivano le uova di cioccolato e dai serbi quelle di gallina, ma decorate a mano. Albanesi e bosniacchi musulmani coinvolgono i colleghi galeotti nel Bayram del sacrificio di Abramo e in ogni fine Ramadan.

Tempo fa, riferisce una delle mie “fonti“, all’interno della Yugo-Scheveningen, qualcuno ha assistito ad una sorta di litigio interno alla parte serba largamente maggioritaria. Un ex amministratore locale che discute con un ex esponente del governo nazionale.
«Perchè mi hai sempre bocciato quelle richieste di finanziamento per ristrutturare gli asili e le scuole elementari?».
«Se ci chiedevi di migliorare le carceri i soldi te li avremmo dati subito. Credevi forse che a fiera finita ci avrebbero rimandato a scuola?».
Sapore di freddura, quasi una barzelletta amara a nascondere sofferenze immani da ogni parte. Per tutti i Balcani ma anche dentro Yugo-Scheveningen.

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