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giovedì 19 Settembre 2019

Siria, altra “ultima” roccaforte Isis, una ritirata vantata come sconfitta?

Baghuz, migliaia di civili usati come scudi-umani con i jihadisti che si disperdono per riorganizzarsi. Trump si vanta: lo Stato Islamico definitivamente sconfitto e ricatta gli Stati europei: o vi prendete e vi processate gli 800 combattenti dell’Isis che abbiamo catturato o li liberiamo. Sulla reale sconfitta del Califfato dubbi al Pentagono e all’Onu

Contraddizioni militari
bugie politiche e ricatti

Siria, altra “ultima” roccaforte Isis, una ritirata vantata come sconfitta finale?
Il numero dei morti? Non conta più. E nemmeno le indicibili sofferenze inflitte da una guerra beffarda e insensata a centinaia di migliaia di civili. Bambini in primis. In Siria si continua a morire tra la quasi-indifferenza delle potenze planetarie e regionali e quella, altrettanto marcata, della stampa internazionale. Che ha fatto colpevolmente sparire la mattanza mediorientale dalle prime pagine. Evidentemente, ci si occupa delle notizie più raccapriccianti solo quando solo “à la page”. E invece non dovrebbe essere così. Anche se, negli ultimi tempi, sentir parlare del Califfato e dell’Isis è diventato come discutere della Guerra di Secessione americana: un residuato bellico più che un argomento di cronaca.

Eppure le coscienze dovrebbero continuare a ribellarsi, specie quando si sente che migliaia di civili, come denuncia la britannica BBC, sono ancora intrappolati a Baghuz, l’ultima roccaforte dello Stato Islamico sull’Eufrate. Le forze curde, sostenute dagli americani, vanno all’assalto da una settimana, ma hanno dovuto frenare il loro impeto perché i miliziani dell’Isis si farebbero scudo dei civili. Così il vaticinio del Presidente Trump (“lo Stato Islamico sarà definitivamente sconfitto nelle prossime 24 ore”) è rimasto solo un proclama che lascia il tempo che trova. L’Alto comando curdo, infatti, ora parla di “giorni”.

Mentre il comandante delle Syrian Democratic Forces (SDF), Jiya Furat, alleato dei curdi, dice che le forze del Califfo sono intrappolate in un fazzoletto di appena 700 metri quadrati nel centro della città. Mentre il portavoce Adnan Afrin ha dichiarato alla France Press che proprio la presenza di scudi umani li ha costretti a rallentare l’attacco. L’Osservatorio siriano per i diritti umani, basato in Gran Bretagna, intanto parla di circa 450 miliziani dell’Isis che si sarebbero già arresi, mentre gli irriducibili, asserragliati tra le rovine della città, sarebbero 300. (Oltre agli 800 foreighn figters di origine europea catturati)

Gli analisti fanno notare che lo Stato Islamico, nel periodo della sua massima espansione, quattro anni fa, controllava quasi 90 mila chilometri quadrati di territorio siro-irakeno, mentre ora è presente solo in alcuni “hot-spot”, di cui Baghuz rappresenta l’ultima frontiera. Ma non controllare un territorio non significa essere scomparsi. Secondo un recente report dell’Onu, i combattenti dello Stato Islamico “duri e puri” sarebbero ancora circa 18 mila, sparsi a macchia di leopardo tra Siria e Irak. Un altro buon numero di “affiliati” (e quindi di potenziali terroristi) è invece disseminato in una “mezzaluna” che parte dal Sahel e arriva fino al Sud-Est asiatico.

Tornando alla battaglia per Baghuz, va sottolineato come, secondo il Pentagono, proprio questa regione del medio corso dell’Eufrate, al confine con l’Irak, rappresenti l’ultimo caposaldo dell’Isis, dove si sono riuniti circa 1500 guerriglieri superstiti in un’area che, all’inizio dell’ultima offensiva curda, era di non più di 50 chilometri quadrati. Tuttavia, come dicevamo, al Pentagono frenano e, in pratica, invitano Trump a non fare lo smargiasso. Il capo dell’Us Central Command, generale Joseph Votel, ha invitato tutti (a cominciare dal Presidente) a rimanere con i piedi per terra. Perché l’eredità lasciata dall’Isis è ancora forte, in uomini e mezzi.

Ergo: nessuno può proclamare, in questo momento, che lo Stato Islamico sia da considerarsi definitivamente battuto. Concetto ribadito da un report del Dipartimento della Difesa (DoD), che da sempre ha osteggiato la nuova strategia dell’Amministrazione Trump di scappare dalla Siria senza manco voltarsi. Proprio il DoD americano sottolinea come, nel caso dovesse allentarsi la morsa sui resti dell’Isis, è probabile che questi nuclei possano riuscire a riaggregarsi, nell’arco di sei-dodici mesi, nella media Valle dell’Eufrate. L’allarme è stato lanciato in tempi non sospetti dall’ex Ministro Jim Mattis, ma è rimasto inascoltato dalla Casa Bianca.

Al punto che Mattis, profondamente convinto delle sue idee, ha scelto di piantare in asso baracca e burattini e di dimettersi. Questo per quanto riguarda il lato siriano del problema. Ma non è che le cose in Irak girino meglio. Anzi. Proprio una settimana fa, il Segretario Generale dell’Onu, Antonio Gutierrez, ha comunicato i risultati finali di uno studio strategico “di prospettiva”. Ebbene, gli ex combattenti del Califfato si starebbero riorganizzando nell’area sunnita del Paese (da Baghad verso nord ed ovest) creando cellule su basi provinciali che riproducono l’assetto organizzativo del Califfato. Si tratta di gruppi minuscoli, è vero, ma proprio per questo molto più difficili da infiltrare e controllare.

AVEVAMO DETTO

800 jihadisti europei in mano Usa, ‘o ve li prendete o li liberiamo’

 

 

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