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martedì 15 Ottobre 2019

Libia, guerra dei pozzi d’al-Sharara: solo Eni-Total o è Italia-Francia?

Nel Sud si combatte vicino al più grande giacimento che prima di essere assaltato e di fermarsi pompava un terzo della produzione petrolifera nazionale. Interessi petroliferi italiani in campo, e le amicizie pericolose di Haftar, il generale piglia tutto col sostegno di Macron e Putin. Che puoi tradurre in Total o Rosneft

 

Haftar, condottiero del petrolio

Libia, guerra dei pozzi d’al-Sharara: solo Eni-Total o è Italia-Francia?
Il ricatto migratorio come arma puntata sopratutto sull’Italia, ma la guerra vera resta sempre per il petrolio. Dai raid francesi del 2011 contro Muammar Gheddafi. Oppure tra giugno e luglio 2018, quando lungo la costa si è scatenata la guerra per le condutture e le raffinerie tra Bengasi e Sirte finite nelle mani Isis. Ora il generale che comanda in Cirenaica dove si trova il 70% delle riserve di gas e patrolio dell’ex colonia italiana, in larga parte inestratte, vuole tutto: tutto il petrolio e tutta la Libia. E si è preso il giacimento più grande dell’Ovest di al Sharara, 800 chilometri a Sud di Tripoli, nel Fezzan dei Tuhareg.
Il generale Haftar, segnala Barbara Ciolli su Lettera 43, vuole ‘liberare tutti gli altri campi’, e restano solo i pozzi di El Feel, dove si è ritirato il generale Ali Kannah, uomo di Tripoli. Milizie contrapposte tra i Tuareg e accuse di pulizia etnica nei confronti dell’altro popolo del deserto, i Tabu. Ora il timore di molti osservatori è che Haftar, dopo aver conquistato i giacimenti, voglia anche il controllo politico del territorio, la sconfitta delle miliziani tuareg di Ali Kannah vicine a Sarraj, e guerra ufficiale alla fragile Tripolitania dell’inconsistente Serraj, ma col rischio di coinvolgimento dei troppi interessati protagonisti internazionali in campo.

Dalla Cirenaica l’Eni itinerante

Nel 2011 le rivolte contro Gheddafi partirono proprio dalla Cirenaica dove oggi comanda Haftar. E per parlare di cose nostre, italiane, nel 2013 Eni fu costretta a chiudere lo storico campo di estrazione di Abu Attifel, nel Sahara orientale, dove aveva iniziato le prime attività negli Anni 60. Sulla materia, diventano essenziali i dati di Lettera 43. In Cirenaica, prima dell’insurrezione, cercavano contratti di esplorazione compagnie concorrenti di Eni, come la francese Total, la britannica Bp, l’anglo-olandese Shell e le statunitensi Exxon e Chevron. A noi mancano i dati della nuova situazione, ma certo gli interessi di quelle compagnie sugli idrocarburi libici non sono scomparsi con Gheddafi.
Nel 2015 nella regione, a Sirte, c’è l’Isis a estrarre petrolio e l’Eni si ritira in Tripolitania, nei campi di al Wafa ed el Feel, nel deserto al confine con l’Algeria, e offshore a largo di Tripoli. Gli ultimi dati di produzione di Eni in Libia (sempre dati Lettera 43), parlano di 270-280 mila barili al giorno, mentre nel 2017 si era toccato il record di 384 mila barili al giorno. Al Sharara, la nuova conquista di Haftar, è nel mezzo tra i fortini Eni di al Wafa ed el Feel, con una capacità di circa 315 mila barili al giorno, circa un terzo dell’attuale produzione di greggio in Libia ed è gestito dalla Compagnia nazionale del petrolio libico, la Noc, in joint-venture con Total, la spagnola Repsol, l’austriaca Omv e la norvegese Statoil.

Amici di convenienza nemici costretti

La Noc la compagnia nazionale nazionale libica che non sai bene a quale pezzo di governo di pezzo di Libia appartenga, è invece proprietaria e partner di Eni nella gestione degli impianti per petrolio e il gas di Mellitah, il gasdotto Greenstream attraverso il Mediterraneo. Il Noc dunque, tradizionale alleato dell’Italia, almeno sino a ieri. Concorrenze commerciali e politiche multiple, ma un solo vero avversario. «Il problema degli italiani, e non solo degli italiani, è la Francia, che come riconoscono anche altri attori europei, corre da sola in Libia, sganciata dal sostegno formale al governo di Tripoli di Fayez al Serraj, rivale di Haftar e legittimato dall’Onu e dall’Ue».
Piedi in più scarpe, regola commerciale universale, con l’Italia che della costa tripolina subisce il ricatto dei migranti. Tutti comunque a trattare con tutti, governo italiano e Aise ed Eni, tutti a perseguire interessi nazionali che uno spera siano coincidenti. Haftar a spinta franco russa egiziana, è l’analisi dei più, con l’Italia che forse non gradisce ma c’è e tiene rapporti. A febbraio il generale della Cirenaica ha bombardato la stessa regione nel Sud, lanciando un’offensiva «anti-terrorista» anche su al Sharara. Pochi giorni prima erano stati i caccia francesi Mirage a intervenire dall’altra parte del confine con Ciad, con ribelli a scelta da combattere.

Se il più sano ha la rogna

Tutti caccia di terroristi e propria scelta, Haftar alleato di Deby, presidente del Ciad, mentre il petrolio continua a essere pompato, esempio dal vicino campo Eni di el Fell, pienamente operativo con circa di 70 mila barili al giorno. Haftar che vanta dozzine di contractor privati russi della Wagner, arrivati nell’area di Sebha, per addestrare i suoi uomini armati da Mosca. E poi? Gioco al massacro, per non dire di un gran casino. E ogni forza, libica e straniera, a caccia del proprio pezzo di tesoro da sottrarre agli altri concorrenti, in casa e nel mondo.
Sempre oltre il linguaggio obbligato della quasi diplomazia, per la serie scorrettissima che ‘il più sano c’ha la rogna’, se la coalizione al Serraj e dietro di lui la Turchia, il Qatar e in teoria tutti gli alleati occidentali mobilita ribelli islamisti (lo hanno fatto a continuano a farlo), Haftar recluta mercenari, anche africani. Va detto che con Serraj ci siamo anche noi italiani.
Ed accade -sempre la precisa Barbara Colli- che a Bengasi e in altre zone della Cirenaica le forze francesi abbiamo condotto operazioni con Haftar, e nel Sud della Libia i Tebu neri vengano scatenato contro i tuareg, a loro volta ‘arruolati’ da Serraj. Così la Libia che galleggia sul  petrolio non ha per i suoi abitanti abbastanza elettricità, né gas, né benzina per le sue auto.

Malato vero e medici immaginari

Quelli muovono eserciti e sparano e il governo di accordo nazionale di al Sarraj quasi va piangere al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Disparità di forze in campo e impotenza politica. L’Unione Africana propone l’ennesima conferenza per la ‘riconciliazione’ ed elezioni a ottobre, ma la partita decisiva è in corso sul campo. In quel sud sotto controllo Haftar dove i grandi giacimenti sono gestiti dall’Eni che ne ha la concessione fino al 2042. Mentre l’export che passa sopratutto attraverso il gasdotto Greenstream, deve però passare attraverso le autorizzazioni della compagnia Noc con sede a Tripoli e relazioni con il governo di accordo nazionale di Serraj. Piedi, già detto, in più scarpe o staffe, sei sei cavaliere.
Missione segreta del vicedirettore dell’Agenzia informazioni e sicurezza esterna, l’Aise, Giovanni Caravelli, a Tripoli, svelata da “Ewan Libya” con incontri con lo stesso premier Fayez al Sarraj. Libya Observer insegue svelando un incontro tra un esponente dell’esecutivo del premier Al Sarraj e il nuovo ambasciatore d’Italia a Tripoli, Giuseppe Buccino Grimaldi. Abbastanza normale sia avvenuto. Ma mica solo noi. Sito Libya Security Studies, il consigliere libico di Macron e alcuni importanti funzionari dei servizi segreti della DGSE, in “missione segreta” a Tripoli per discutere su come sostenere al Serraj ‘per ridurre il potere delle milizie locali e costruire una capacità militare per bilanciare la campagna di Haftar nel sud’. Uno legge e non sa se arrabbiarsi o mettersi a ridere.

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