lunedì 27 maggio 2019

Scemenza dello jihadismo sconfitto, stragi dalle Filippine alla Somalia

La scemenza dello jihadismo sconfitto.
Dopo l’attentato nel Sud-Est asiatico, nel Corno d’Africa tornano a farsi sentire i terroristi “Shabaab”. Un’autobomba ha fatto 11 morti e una decina di feriti a Mogadiscio.
Il problema posto dal neo-isolazionismo Usa di Trump

Strategia neo isolazionista Usa

Dalle Filippine alla Somalia jihadismo al contrattacco
L’ennesimo sanguinoso attentato in Somalia (un’autobomba ha fatto almeno 11 morti e una decina di feriti a Mogadiscio) e l’uccisione di un manager maltese da parte dei terroristi di Al-Shabaab, riportano in primo piano la guerra, ormai planetaria, dichiarata dal jihadismo all’Occidente o a tutti coloro che all’Occidente si ispirano. Come dimostra anche il recente attacco portato dal gruppo Abu Sayyaf nelle Filippine. Se fino a pochi anni fa la strategia della Casa Bianca ricordava, però, quella assunta, dagli anni Cinquanta in poi, come conseguenza della dottrina del “containment”, cioè del “contenimento” (un’espressione riferita allo sforzo fatto per arginare il tentativo di espansione dell’Unione Sovietica), oggi la musica è cambiata.
La strategia neo-isolazionistica di Trump lo porta, paradossalmente, ad abbandonare le aree di crisi tradizionali e a crearne di nuove, soprattutto nel campo della corsa agli armamenti nucleari e in quello, per certi versi ancora più minato, della finanza e del commercio internazionale. Si spiega così come il fondamentalismo islamico, dopo la Presidenza Obama, vada riprendendo fiato in diverse regioni della Terra, spesso lontanissime tra di loro. Dal Marocco fino all’Indonesia e alle Filippine, senza dimenticare l’Asia Centrale. Con l’aggravante che, questa volta, l’avversario non è rappresentato da una superpotenza, cioè da una controparte “legittimata” con cui è possibile scontrarsi, ma anche incontrarsi sul terreno della diplomazia.

Scontro tra civiltà e valori

Né si combatte un’ideologia, cioè una ricetta istituzionale, economica e sociale che, per quanto estrema e agguerrita, è destinata a rimanere confinata sul terreno della politica. Nel caso specifico, senza scomodare Huntington e il suo arcinoto “scontro tra civiltà”, appare sempre più evidente che l’estremismo islamico incarna tutta una serie di valori in molti casi diametralmente opposti a quelli predicati, nel bene e nel male, dall’Occidente: Stato basato su principi religiosi contro Stato laico (con quel che ne consegue dal punto di vista istituzionale), rapporti economici e sociali improntati da un lato alla solidarietà stabilita da precetti coranici e dall’altro a una visione incentrata sì sui valori di libertà e sui diritti fondamentali dell’uomo, ma anche sul profitto e sull’analisi costi-benefici.
Per non parlare di un’interpretazione della vita che fa perno, da una parte, su una spiritualità portata alle estreme conseguenze e dall’altra su una ricerca a volte equilibrata, ma molte altre volte esasperata, della qualità (materiale) della vita. Sono due impostazioni antitetiche e probabilmente destinate, nella loro profonda diversità, a non incontrarsi mai. Il fondamentalismo rifiuta il modo di vivere occidentale, lo combatte con la violenza e ha ormai impugnato la bandiera dei “senza casta” di gran parte del Pianeta: dalla Mauritania fino al Sud-Est asiatico, come già detto, dai quartieri ghetto del New England americano fino alle “banlieus” parigine, cresce il risentimento verso una società occidentale giudicata “blasfema” e corruttrice, una perfida sirena capace di ottundere le menti dei buoni musulmani.

Fine della storia, mille altre storie

La Somalia è solo uno dei focolai, che come tizzoni incandescenti sotto uno strato di cenere, rischiano di divampare violentemente al primo refolo di vento, ma che per ora sembrano silenti o hanno sussulti occasionali: l’Algeria dove ha impazzato una guerriglia sanguinosa per molti anni, il Sudan con la ferita aperta del Darfur, ovviamente la Libia, l’Egitto con un vertice occidentalizzato e una base sensibile al verbo dei Fratelli Musulmani, l’ex Africa coloniale francese, la Nigeria. E, ancora, il Caucaso e la Transcaucasia, con la Cecenia in prima fila, il Kashmir indiano, l’Asia Centrale con Tajikistan e Turkmenistan, tutta l’Asia Sud Orientale, con Myanmar, Indonesia e Filippine.
Come in un perverso domino, ogni tessera del mosaico che si muove sposta tutte le altre, sommando nuovi rancori a secolari inimicizie, offrendo l’occasione per regolare vecchi conti e per aprire scenari inquietanti di ingovernabilità su scala mondiale. La “Fine della storia” incautamente vaticinata da Francis Fukuyama dalle pagine del conservatore “The National Interest”, sembra piuttosto l’inizio di mille altre storie, dove gli elementi coinvolti interagiscono tra di loro con tale velocità e con tale complessità da rendere l’ordine mondiale una chimera. La Somalia è solo una di queste aree di crisi, destinate nel tempo a spegnersi e a riaccendersi ciclicamente.

Estremismo islamico conflittualità permanente

Il copione è quello già visto ultimamente in altre regioni del mondo: gli estremisti islamici pronti a catapultarsi ovunque si possa alimentare una conflittualità permanente con l’Occidente, gli americani sempre meno ansiosi di premere il grilletto per fare terra bruciata intorno al fondamentalismo, le fazioni locali alla ricerca di appoggi di qua o di là a seconda della convenienza del momento e i vicini di casa (nello specifico l’Etiopia) spinti a intervenire inseguendo antichi sogni di egemonia. La contrapposizione tra Etiopia e Somalia è millenaria e trae spunto da motivi etnici, religiosi (gli uni sono quasi al 50% cristiano-copti, gli altri musulmani sunniti) e soprattutto territoriali, a cominciare dalla disputa sull’arida regione dell’Ogaden.
Negli ultimi anni sono state combattute due guerre sanguinose (tra il 1964 e il 1977) fino ad arrivare a un malfermo accordo di pace nel 1978. A partire dagli anni ’90 la Somalia è stata scossa da scontri tribali sfociati in una guerra civile e nel ‘96 gli etiopici sono intervenuti sconfiggendo le forze islamiche a Luuk e creando solide relazioni con alcune delle fazioni in lotta, tanto che un loro “protegé”, Abdullahi Yusuf è diventato nel 2004 presidente ad interim installandosi nella città di Baidoa. La situazione è però precipitata quando le Corti islamiche hanno prima preso Mogadiscio (probabilmente con l’aiuto di Al Qaida) e hanno poi cominciato ad avanzare verso sud dichiarando la “guerra santa” contro l’Etiopia.

Ancora bandiera nera e Califfato

La reazione di Addis Abeba non si è fatta attendere e il primo ministro Meles Zenawi ha proclamato il 25 ottobre del 2006 lo stato di guerra contro le Corti islamiche. Un tentativo, fatto a Gibuti, di comporre il conflitto è fallito, così gli etiopici (sostenuti dal Pentagono) hanno scatenato una violenta offensiva fino a conquistare Mogadiscio e a insediare al potere Yusuf. Le forze islamiche, in fuga verso sud, sono state inseguite fino al Kenya e bombardate dagli americani, che hanno cercato di decapitare, senza riuscirci, la centrale di comando somala di Osama bin Laden.
Successivamente, dopo i primi segnali di una ripresa del confronto tra i “signori della guerra” e di ulteriori divisioni dentro il governo somalo (il presidente del Parlamento era stato “silurato” mentre si trovava a Roma) si sono accavallati gli interrogativi sul futuro della regione. Specie dopo gli appelli alla “jihad” lanciati dal nuovo leader di Al Qaida, Ayman Al Zawahiri, e, soprattutto, dallo Stato Islamico di Abu-Bakr al Baghdadi. Sconfitto quest’ultimo, sulle macerie ideologiche e religiose del “Califfato” sventola sempre la bandiera dei fondamentalisti più esaltati. Che a quell’esempio si rifanno ancora oggi e che, anzi, dimostrano di voler ripartire al contrattacco in mezzo pianeta.

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