mercoledì 20 febbraio 2019

‘Ancora in Iraq contro l’Iran’, Trump padrone non chiede, rabbia irachena

Maleducazione politica. “Rimaniamo nel Paese per controllare l’Iran”. Il presidente iracheno: “Non ci ha chiesto permesso”. Barham Salih: “Non è stata data alcuna autorizzazione per questa operazione militare”

Diplomazia e buona educazione

Rozzo come sempre, e sempre un po’ di più. Donald Trump ieri in un’intervista alla Cbs, dichiara che intende lasciare un contingente di militari in Iraq per “controllare l’Iran”. Peccato si sia dimenticato -dettaglio politicamente non trascurabile- di farne cenno ai padroni di casa, a quegli iracheni nei cui confronti gli Stati Uniti hanno trascorsi tutt’altro che lineari o molto spesso ‘sofferti’. Qualche guerra contro di troppo, e quelle armi di distruzione di massa mai esistite, ad esempio. ‘America First’ alla Trump, e fottitene del resto del mondo, anche nella forme e nelle buone maniere. Lui bada al sodo e ai soldi di casa propria.
«Abbiamo costruito una base incredibile e costosa in Iraq, perfettamente situata per controllare le differenti zone dell’agitato Medio Oriente-, a spiegazione degli interessi in campo- Continueremo a monitorare e a vedere se ci sono problemi. Se qualcuno cerca di costruire armi atomiche o altro, lo sapremo prima che riescano a farlo», con chiaro riferimento all’attuale ‘nemico assoluto’ iraniano.

‘Ospiti’ sempre meno graditi

«Il presidente degli Stati Uniti non ha chiesto il permesso dell’Iraq per far rimanere le truppe americane nel Paese con l’obiettivo di controllare l’Iran», dichiara piccato da Baghdad il presidente iracheno Barham Salih. «Le truppe americane sono presenti in Iraq nell’ambito di un accordo tra Baghdad e Washington con la missione specifica di combattere il terrorismo. Si attengano a questo accordo». Decisamente irritato il neo presidente iracheno, che, assieme e mille problemi nazionali, ha alle spalle secoli di storia e di orgoglio nazionale, conoscenze e concetti poco frequentati dall’americano.
Peggio, i commenti/offesa di Trump, segnala Gianpaolo Cadalanu su Repubblica, arrivano mentre gli Stati Uniti stanno negoziando con l’Iraq da settimane, per consentire a centinaia di truppe di supporto americane che ora operano in Siria, di passare alle basi in Iraq per colpire lo Stato islamico. Uscita dalla Siria per sistemarsi alla porta accanto, la presa in giro svelata.

Incontinenza verbale pericolosa

«Alti ufficiali e diplomatici americani hanno criticato le dichiarazioni del presidente americano, perché potrebbero minare i negoziati in corso, fomentando la paura degli iracheni di una manipolazioni per le proprie priorità», leggiamo. Ed era anche facile capirlo se l’interesse che muove l’incontenibile presidente twittante, fosse bene collettivo e non propaganda a vantaggio elettorale personale.
Duro ma inattaccabile il presidente del Paese ospite (salvo nuova occupazione militare). «Trump non sovraccarichi l’Iraq con i suoi problemi – ha aggiunto Salih – Gli Stati Uniti rappresentano una presenza importante, ma non perseguano sempre e solo le loro priorità politiche. Noi viviamo qui», dichiara al canale Al-Arabia. L’Iraq la cui popolazione è divisa, in delicatissimo equilibrio, tra sciiti filo iraniani, sunniti e kurdi. Problema lacerante per l’Iraq le tensioni tra i suoi due maggiori alleati, aggravata dai modi ‘trumpiani’. «È di fondamentale interesse per il nostro Paese avere buoni rapporti con l’Iran», prova a spiegare Salih, al rozzo collega alla Casa Bianca.

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