martedì 19 marzo 2019

Il mio amico Roberto Ferrara, segretamente chiamato Masino

Il capitolo di un libro mancato, tra i molti iniziati e mai finiti, attorno al 2010, quando ancora credevo che il giornalismo fosse mestiere che, in alcune sue esperienza inusuali, fosse qualcosa di utile da raccontare e persino da trasmettere. La mia prima vita giornalistica, prima della guerra e della politica estera. Poi, il tempo e il web che tutto omologa hanno relegato queste e altre pagine negli anfratti di un computer. Ritrovate a sorpresa per lo spazio dei nostri ‘raccontini’ domenicali. Nessun aggiustamento, anche rispetto a persone nel frattempo scomparse, ‘l’amico Ferrara’ stesso o il rimpianto Gino, ma molte curiosità che forse riusciranno persino a stupirvi.

 

 

 

Il mio amico Roberto Ferrara,
segretamente chiamato Masino

Una regola che ho imparato, non so più se dagli sbirri o dai clandestini, è che se esiste un nome di copertura, quel nome devi usarlo sempre, anche nel privato. Per non rischiare di sbagliare nel momento sbagliato. Ho incontrato per la prima volta Masino Buscetta in un ufficio di quello che avevo frequentato anni prima come Alto Commissariato Antimafia, diretto allora da Domenico Sica, in via Cola di Rienzo a Roma. Cosa di Sisde, credo, o Aisi, come si chiamano adesso i servizi segreti interni. Essenzialmente controspionaggio, quando si limitano a fare il loro lavoro. Padrone di casa, un generico ‘Mimmo’, non sapendo oggi se a dargli il nome vero gli creerei problemi. Una frequentazione vecchia di anni la nostra, quando lui vestiva abitualmente una divisa nera con gli alamari argentati dell’ufficiale. In un angolo del suo grande ufficio, intento a sfogliare un quotidiano steso sul tavolo, un borghese che faceva finta di leggere mostrando di non voler attirare l’attenzione. Lui fa finta di non guardare e tu fai finta di non vederlo. Convenevoli e cavolate con Mimmo prima di arrivare al dunque, al tavolo d’angolo. “Ennio, ti presento Tommaso Buscetta. Masino, ti presento Ennio Remondino”. Credo sia stata quella la prima e unica volta in cui il nome Masino fu pronunciato pubblicamente, almeno nel giro dei pochi che sapevano della vita italiana del superpentito fantasma, ufficialmente protetto dall’Fbi negli Stati Uniti. Presenza processuale soltanto televisiva la sua, per ragioni di sicurezza. Anche in Corte d’Assise, dove le sue testimonianze avvenivano attraverso collegamenti a circuito chiuso. Magari dalla caserma accanto. E stavano regalando ergastoli ai corleonesi di Totò Riina.

Non ricordo cosa determinò l’incontro. Memorie inutili oltre che sconvenienti. So che quando uscii da quell’ufficio, avevo conosciuto Roberto Ferrara, italo americano, come dimostrava la sua carta di identità Usa in formato carta di credito. Un segreto condiviso, nel mio mestiere, soltanto da Liana Milella, amica e segugio da scoop, allora al Sole 24 ore, poi a Repubblica. Da quel giorno iniziò con Roberto una frequentazione via via sempre più intensa, per arrivare rapidamente all’amicizia personale. Un bisogno trasparente di normalità nella vita blindata che, alla fine, vedremo, lo portò alla catastrofe dello sputtanamento giornalistico ed al definitivo esilio americano. Liberato soltanto dalla morte. Il bisogno di banale quotidianità che ci portò presto a coinvolgere le rispettive famiglie. La sua bella moglie brasiliana, Cristina, la terza mi pare di ricordare, nella sua tormentata vita affettiva. E due figli. I due soli sopravvissuti alla vendetta della mafia. Stefano, un adolescente tutto preso dal pallone e dal tifo per la Juventus, il figlio avuto con Cristina, e Salvatore, più o meno ventenne, il superstite della precedente vita siciliana e mafiosa del padre. Fu così che Roberto, perfetto gentiluomo siciliano dall’aspetto sempre curato, baffetti e capelli scuri di tintura, iniziò a frequentare casa mia. Arrivava sempre con fiori per la signora e cioccolatini per la vecchia Ina, mia madre, che se ne è andata dopo di lui lamentandosi spesso del fatto che quel Roberto non si faceva più vivo. Ina e Roberto si piacevano a vicenda, credo. A crearmi qualche preoccupazione in più rispetto alla mamma novantenne, era la simpatia evidente di Salvatore nei confronti di mia figlia Leila.

Le follie della vita giornalistica d’assalto sono infinite ma di nessun conto, ho scoperto, rispetto a quelle di un mafioso passato dalla parte dello Stato. Lui deve vedersela, in un colpo solo, col rischio perenne della vendetta, coi limiti di una vita blindata, e con una sostanziale e angosciante solitudine. Alla fine, stando a quanto ho imparato con Roberto, peggio di tutto risulta l’isolamento. Contro cui Roberto, con la mia complicità, s’è battuto con ingegno e fantasia. Cavolate in violazione di misure di sicurezza e del buon senso combinate assieme. Il solo frutto giornalistico pubblico di tanta vicinanza fu una lunga intervista televisiva a volto in penombra mimetica d’obbligo. Come se Roberto non somigliasse paurosamente al Masino del solo filmato che lo ritraeva. Realizzai un programma in cooproduzione con l’inglese Channel four e con la tedesca Focus Tv. Erano già i tempi del mio esilio estero. Il titolo dell’inchiesta era semplice, “Andreotti e la mafia”. Non so come sia stato tradotto nelle edizioni inglesi e tedesca. So che voi in Italia vi siete limitati a vedere una sorta di faccia a faccia a distanza tra mafiosi finiti su fronti opposti, le mie intervista a Tommaso Buscetta da una parte e a Gaetano Badalamenti dall’altra. Andreotti non era neppure nominato e, debbo aggiungere per onestà, non fu mai chiamato direttamente in causa da nessun mafioso che riuscii allora a contattare in giro per il mondo. Nessuna traccia del bacio con Totò Riina. La versione italiana di quel programma ebbe una sola messa in onda, per vincoli di diritti televisivi, e uno spezzone per uno Speciale Tg1. Le videocassette con le registrazioni originali, molto più di quanto andato in onda, sono scomparse, forse per mio disordine o forse per altro. Non so.

Perché l’apparato di protezione e sicurezza dei pentiti di mafia non appaia come una sorta di armata Brancaleone, è giusto precisare. Gli incontri ufficiali con Roberto erano sempre organizzati e protetti da loro. L’intervista, ad esempio, con tutto l’apparato tecnico che coinvolgeva molte persone, fu realizzata in un loro appartamento protetto tra Prati e il Trionfale. Indirizzo comunicato telefonicamente all’ultimo momento, come vedi nei film. Altro vincolo di sicurezza imposto allora, la piccola bugia che l’intervista fosse stata realizzata in una località segreta degli Stati Uniti. Il problema fu quello delle immagini. Qualcosa di “americano” da filmare a Roma. Decidiamo che lui, ridiventato ufficialmente Masino Buscetta, accogliesse negli Usa il suo ospite come premessa all’intervista. Lui che guida e l’ospite che inizia a familiarizzare. Bastava trovare un’auto americana, una Cadillac per stare sul classico, e una strada abbastanza larga e anonima da percorrere nel buio della notte. Gira che ti rigira ne esce fuori un autonoleggio per matrimoni e un appuntamento alla rotonda sul mare dove finisce la Cristoforo Colombo. Ostia è deserta e le due troupe di ripresa della Rai sono disinformate e sospettose. Un operatore che salirà a bordo con l’intervistato, con l’obbligo di riprenderlo soltanto di profilo assieme all’intervistatore, impone la regia. L’altra troupe sulla sua auto a fare gli esterni in movimento. “Ma mi raccomando -è l’ordine- sfocare, sfocare i contorni, le scritte e le targhe!”. Chi, perché? Domande mute e senza risposta. Sembriamo dei matti. Quando arriva Roberto con scorta, non serve altra spiegazione. Quel Roberto somiglia paurosamente al boss Tommaso Buscetta, supernascosto nell’altro continente, e quei bravi professionisti Rai fanno al meglio il loro lavoro senza fare cenno di aver capito. Con una certa strizza, mi confesserà tempo dopo il cineoperatore che era con noi a bordo della Cadillac matrimoniale dai colori nitidi del bersaglio ideale.

Messinscena programmata per far fronte alla paranoia della minaccia. Quel Roberto, per la mafia di Riina, valeva una quantità infinita di miliardi. Ho avuto tra le mani la cinquina vincente del Superenalotto, ma non c’ho mai pensato. Lotteria soltanto a perdere le molte volte che ce ne siamo andati in giro da soli, fregando la scorta e sfidando ogni buon senso. Roberto ha abitato a Roma in tanti posti. Variabili coi ritmi delle sue deposizione processuali. La più buffa, per circostanze estranee alla sua storia, una villetta singola con giardino in una traversa della Cassia. Scomoda per il traffico, ideale per la riservatezza. In quel giardino ho mangiato il miglior barbecue della mia vita: carne argentina, cuoco Roberto, fuochista e assistenti il suocero brasiliano e il fratello e la cognata di Cristina, individuati da Cosa Nostra nel loro nascondiglio negli Stati Uniti ed espatriati di corsa. Nascosti e protetti a loro volta in Italia. Mi sembra di ricordare che fosse stato invitato anche Gaspare Mutolo, il vero pittore dei quadri carcerari di Luciano Liggio. Almeno tra i numeri due nella lista dei ‘ricercati’ dalla mafia. Ricordo di aver pensato che un commando mafioso, arrivato lì, avrebbe fatto davvero tombola. La cosa buffa era la vicinanza con altri riferimenti nella memoria del cronista d’epoca. Qualche traversa più in là c’era via Gradoli. La strada del covo di Mario Moretti e Barbara Balzerani nel corso del rapimento Moro.

Avendo scelto di prestare attenzione all’aspetto meno noto e più umano dei personaggi più ingombranti incontrati nel mestiere, resto alle facezie dell’incoscienza, riservando un altro capitolo a Masino, come lo chiamerò per parlare veramente di mafia. Roberto era innamoratissimo della moglie Cristina ma restava il maschio inquieto di sempre. Era preso, ad esempio, dalle narici di Lilli Gruber, l’allora incontrastata prima donna del telegionalismo nazionale. L’esistenza di narici sensuali fu per me una scoperta e un mistero mai svelato. Resta il fatto che una sera d’estate vengo precettato da Roberto che, con la famiglia in vacanza e la scorta distratta, ha deciso di farsi portare a passeggio per Roma. “Vieni con la moto e i caschi”, così nessuno ci può individuare”, ordina al telefono. Peccato che la mia “moto” era una datata Vespa 150 e i caschi non erano neppure di quelli integrali, che nascondo il volto. Copia mal riuscita di Vacanze romane, continuo a prendermi in giro ancora adesso. L’Hepburn-Roberto costringe il giornalista Ennio-Peck ad un giro nel centro di Roma. Non c’era lo stesso fascino ma molta emozione in più. Quella sera avevo una riunione sindacale da ristorante tra gli eversori del Tg1 in lotta con l’allora direttore Bruno Vespa. C’era Lilli Gruber, c’era l’Usigrai di Beppe Giulietti, c’erano una decina di altri giornalisti congiurati. Pur essendo sindacalista del comitato di redazione, sono costretto a dare buca. Ed ho l’imprudenza di raccontarlo a Roberto. E’ in quella occasione che scopro della sensualità delle narici di Dietlinde.

“Mi ci devi portare”. “Tu sei matto. Quelli sono tutti giornalisti. Qualcuno potrebbe capire chi sei”. “Mi ci devi portare, a tutti i costi”. Facile intuire chi l’abbia avuta vinta. Siamo ormai all’ora del dopocena ed impongo un semplice gelato ai tavolini esterni del ristorante, Dante in via Monte Santo, dove troppi giornalisti bazzicano abitualmente. Roberto occhieggia verso l’interno, ha bisogno del bagno, dice, e così individua la sua passione. Un collega che esce a fumare individua me. La frittata è fatta e Roberto ha ottenuto ciò che voleva. Siamo al tavolo collettivo e il fascino siciliano del vecchio tombeur de femmes si dispiega senza freni nei confronti delle narici sensuali dei suoi sogni. “Un mio amico”, l’ho presentato lasciandolo anonimo, a dire di farsi gli affari loro e già questo sollecita sospetti, date le mia abituali frequentazioni poco raccomandabili. Un collega, di cui ometto il nome per amicizia e per il suo ruolo politico-istituzionale d’allora, appare evidentemente infastidito dal corteggiamento plateale dell’ospite inatteso. Altri colleghi si interrogano, sospettosi ma silenti. Un vicedirettore più smaliziato degli altri va fuori del ristorante a cercare auto blindate e scorta del personaggio impossibile che sospetta io abbia portato al loro tavolo. Interrogato successivamente dallo stesso collega, ho decisamente negato, anche se lui non mi ha mai creduto e continua a darmi della testa di cavolo per la follia di quella sera. La stessa Lilli non sa, e spero ora, se mai leggesse questa confessione pubblica, mi possa perdonare. Potrai aggiungere Masino Buscetta, e scusa se dico poco, alla schiera dei molti corteggiatori della tua vita.

Roberto, di questa libertà negata era affamato. La moto, e che moto, il casco, e che casco, erano diventati il suo alibi e la mia maledizione. Al peggio ci poteva capitare una raffica di kalashnikov mafioso. Ad andar bene, l’ostilità eterna dei suoi guardiani istituzionali se, per qualsiasi inconveniente che ci fosse capitato, fossero stati colti in fallo. Il ristorante era un altro dei suoi pallini. Non le salette riservate, ispezionate prima e garantite da occhi attenti dentro e fuori del locale. No. Ristoranti comuni in mezzo a gente comune. Fu così che mangiammo la coda alla vaccinara da Cesare, in via del Casaletto, assieme a Gaspare Mutolo. Lì ci faceva portare a volte Cesare Romiti, assieme a Mario Spethia, addetto stampa Fiat a Roma. Sia loro sia Cesare non hanno mai saputo dell’altro ospite d’eccezione, ed è un bene. Ma il posto che mi dava maggiore sicurezza era da Gino, dal Cavalier Gino, “Bottiglieria con uso cucina” in vicolo Rosini, a tre passi da piazza del Parlamento. Una ventina di tavoli di origini e dimensioni diverse, stretto in un locale e mezzo, con gli spazi minimi per la circolazione di portate e clienti. Il mio pezzo di familiarità della lontana migrazione solitaria a Roma. Da Gino c’ero cresciuto e di Gino di fidavo ciecamente. Senza dire gli chiedevo un tavolino d’angolo e lui capiva e vigilava. C’ho portato brigatisti e spie e peggio, certo di avere sempre le spalle coperte. Roberto ovviamente vuole il tavolino in mezzo alla sala e subito attacca bottone con Gino e con suo figlio Fabrizio. Nessuno chiede e tutto fila liscio, sino al saluto stranito di un collega del Corriere della sera. La sua redazione è a tre passi e ci conosciamo superficialmente. Lui, persona a modo e professionista di riguardo, guarda e tace. Mi sfugge il suo nome, ma se leggi, fatti vivo, e grazie ancora oggi.

Sarà alla fine Gino, settimane dopo, in un momento di tranquillità, a farmi, per la prima volta in vita sua, una domanda diretta su un mio ospite. Con la premessa che potevo anche non rispondergli. “Ma l’uomo con cui sei venuto a cena l’ultima volta era la persona che posso pensare che fosse?”. Formula involuta, quasi di modello giornalistico, ma assolutamente chiara. Credo di aver risposto con un sorriso che non era bugia ma neppure una ammissione aperta. Resta il fatto che da allora, Gino e Fabrizio, m’hanno chiesto più volte notizie di Tommaso Buscetta, definitivamente scomparso nelle nebbie americane. Il riferimento era sempre e comunque alle notizie di cronaca che lo riguardano, ovviamente. Tanto, per dire le cose, basta uno sguardo. A Roberto, aggiungo, piacevano molto i tonnarelli alla ciociara e la carne alla picchiapò dell’osteria prediletta da Sandro Pertini parlamentare, dal Re di Spagna Juan Carlos di Borbone da studente in esilio e da Giancarlo Pajetta quando c’erano ancora i comunisti. Peccato che il cavalier Gino non possa aggiungere alla lista di clienti ed estimatori eccellenti che compare su molti ritagli giornalistici incorniciati alle pareti, anche il nome dell’anonimo Roberto Ferrara. E di tanti altri personaggi anonimi alla mondanità ma di un certo rilievo per le cronache giudiziarie, che hanno apprezzato anche loro i tonnarelli della casa ed il menù tradizionale che io ormai conosco a memoria.

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