martedì 18 giugno 2019

Filippine ignote, 120mila vittime negli scontri musulmani cattolici

Due bombe hanno fatto strage in una chiesa di Jolo e in un parcheggio. Senza un’autonomia per la regione il terrorismo islamico rischia di dilagare
-Nessuno in Occidente parla delle 120 mila vittime causate finora dagli scontri tra la minoranza musulmana e il governo cattolico, nel Sud del Paese

Filippine ignote, 120mila vittime
negli scontri musulmani cattolici

Le bombe di marca islamica scoppiate in una chiesa di Jolo (sud delle Filippine) e in un parcheggio vicino e che hanno fatto una ventina di morti e decine di feriti, riportano in primo piano la questione della “globalizzazione” del terrorismo jihadista. Una volta si parlava solo di “Mezzaluna”, ma ora i tentacoli dello “scontro” (o presunto tale) tra civiltà, teorizzato nel famoso saggio di Samuel Huntington, si allungano fino a ghermire un largo spicchio del pianeta, che arriva fino al Sud-Est asiatico. Anche se non è stato ufficialmente rivendicato, il sanguinoso attentato porta la “firma”, inconfondibile, del gruppo terroristico di Abu Sayyaf. Che in qualche modo sfida la linea più morbida del “Moro”, il Fronte di liberazione nazionale che rappresenta la minoranza musulmana nel sud del Paese.

L’attentato è avvenuto dopo lo svolgimento di un referendum per l’autonomia, che è stata approvata nella provincia di Bangsamoro, ma respinta nella regione di Sulu. Proprio la commistione tra politica e religione, finora, nelle Filippine, ha causato almeno 120 mila morti nell’isola di Mindanao. Morti dimenticati o, addirittura, ignorati dagli intellettuali del piffero. Morti di cui nessuno parla, almeno in Occidente, dove ci si preoccupa e ci si scandalizza per “emergenze” sicuramente degne di attenzione, ma meno sanguinose. Abu Sayyaf (“Colui che porta la spada”) è un gruppo piccolo ma particolarmente aggressivo di jihadisti che opera nel sud del Paese. Si tratta di terroristi famosi per i loro attacchi contro la popolazione, l’esercito, e particolarmente contro gruppi di turisti, che vengono rapiti per poi chiederne il riscatto.

Il loro leader riconosciuto è stato Isnilon Totoni Hapilon, ucciso nel 2017. Hapilon aveva fatto aderire i suoi adepti alla linea seguita dallo Stato islamico. Il gruppo è particolarmente attivo nella provincia di Marawi, dove si sono susseguiti sequestri anche di lavoratori malesi e indonesiani. Occorre ricordare che nel 2016 i jihadisti filippini hanno ucciso due canadesi e un tedesco, per i quali non era stato pagato alcun riscatto. Ma l’azione più eclatante resta quella condotta nella baia di Manila, quando Abu Sayyaf prese di mira un traghetto uccidendo 116 passeggeri. Alle origini della rivolta c’è anche un problema di povertà che affligge particolarmente la minoranza musulmana, che però in alcune aree del sud delle Filippine diventa maggioranza e si trova contrapposta alla popolazione di religione cattolica.

Abu Sayyaf in un manifesto

Le radici del gruppo vanno anche cercate nella diaspora dalla formazione del “Moro”, che perseguiva l’obiettivo dell’autonomia da Manila. Abu Sayyaf, invece, vuole creare uno Stato islamico indipendente. Il fondatore, Abdurajak Abubakar Janjalani, è stato compagno di lotta di Osama Bin Laden, in Afghanistan, e proprio dallo sceicco del terrore pare abbia ricevuto i fondi per creare il gruppo jihadista nelle Filippine. Dopo la morte di Janjalani, la formazione terroristica si è spaccata in due fazioni, i cui rispettivi leader sono stati uccisi tra il 2006 2007. Da allora, Abu Sayyaf è diventato il contenitore di numerose formazioni guerrigliere, che qualche volta hanno finito anche per spararsi addosso tra di loro.

In ogni caso, le Filippine sono considerate una testa di ponte che fornisce armi, esplosivi e aspiranti terroristi da sfruttare per attacchi in tutta la regione. A cominciare dall’Indonesia, dove operano altri gruppi molto temibili di jihadisti, come Mujahidin Indonesia Timur e Jemaah Islamiyah. Tutte organizzazioni legate al tremendo attentato di Bali, condotto diversi anni fa. Ma la minaccia di Abu Sayyaf non si ferma soltanto alla terraferma. Come denunciato dalle autorità locali, i terroristi islamici si sono organizzati per condurre anche assalti in mare, nel triangolo che va dall’Indonesia alla Malesia, fino al Vietnam. Tanto che gli analisti temono che quest’area possa diventare un nuovo paradiso dei pirati, come avviene al largo della Somalia e nel Golfo di Allen, all’imboccatura del Mar Rosso.

A Kuala Lumpur in Malesia, è stato costituito un Piracy Reporting Centre, incaricato di monitorare il traffico sospetto in quello spicchio di Oceano Indiano. Proprio il PRC ha messo in guardia tutte le navi che transitano nella regione di stare alla larga dai piccoli pescherecci e dalle giunche che apparentemente non sembrano portare alcuna minaccia. Il governo del Presidente Rodrigo Duterte, sin dal 2016, ha prodotto sforzi notevoli per eliminare la minaccia rappresentata da Abu Sayyaf. Ma finora senza esito. Molti osservatori ritengono che proprio le disparità sociali tra il nord e sud delle Filippine alimentino la guerriglia e convincano molti cittadini di religione islamica a porsi sotto le bandiere di Abu Sayyaf. “Fino a quando i musulmani continueranno a essere oppressi, Abu Sayyaf si espanderà”. È proprio questo il punto di vista di un “esperto” di terrorismo come il vicecapo del “Moro Islamic Liberation Front”, Ghazali Jaafar. A buon intenditore, poche parole.

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