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venerdì 18 Ottobre 2019

Don Orione 110 anni fa a Messina, nel terremoto la svolta cattolica

Sono trascorsi 110 anni da quando, l’allora don Orione, Sant’Orione oggi, arrivò a Messina subito dopo il terremoto che distrusse la città.
-Inviato dal Papa come suo vicario seppe ricostruire il corpo e lo spirito di un’intera comunità, a cominciare dai più deboli.
-‘Raccontino’ insolito di Piero Orteca, e insolite rivelazioni storiche che sfiorano i patti Lateranensi, e sentimenti a sfiorare la preghiera da parte di un messinese doc

Rinascimento per Messina
da quel 28 dicembre 1908

Don Orione 110 anni fa a Messina, nel terremoto la svolta cattolica
C’era disperato bisogno di un nuovo Rinascimento, dopo il crollo imposto da un destino avverso. Messina in ginocchio, cancellata da un terremoto che aveva distrutto non solo le sue case, devastato le strade, sotterrati i suoi sfortunati abitanti, martoriato le chiese, si risvegliava lentamente da un incubo. Un incubo che ancora segna le sue carni, dopo più di un secolo.
Messina, la nostra povera Messina, inebetita, frastornata, misera e disperata, guardava in alto e aspettava un segnale dal Cielo. La volevano cancellare, spargendo il sale e la calce sulle rovine ancora fumanti. Non valeva la pena ricostruirla là, dissero. Là dove era stata da quasi tre millenni e dove la sua storia era cominciata quando la grande Roma ancora non esisteva.

L’orgoglio dei superstiti si oppose. No, gridarono. Resteremo aggrappati alle nostre mura diroccate. Perché qui vive il nostro spirito e qui seppelliremo i nostri cuori. Ma ci volevano una forza e una volontà sovrumane per ricominciare. Per ricostruire senza voltarsi indietro. Un miracolo. Ecco, sì, ci voleva un miracolo.
E il miracolo arrivò nella maniera e nella forma più inaspettate. Un piccolo prete di campagna, inviato da Papa Pio X, venne a Messina per trasmettere, attraverso la preghiera e, soprattutto, le azioni, la voglia e il desiderio di ricominciare a vivere. Don Orione. Un sacerdote capace non solo di fare la carità, ma soprattutto di organizzarla e di trasmetterla al suo prossimo nei momenti più difficili, quando nelle avversità si pensa soprattutto a se stessi.

Oggi gli scienziati della politica lo chiamerebbero “approccio cooperativo” all’esistenza. Per Don Orione, molto più semplicemente, era amore e donazione verso tutti, a cominciare dagli ultimi. I più poveri, gli emarginati, gli ammalati e, soprattutto, gli orfani: i più indifesi.
A Messina Don Orione trovò un altro gigante come lui, Annibale Maria Di Francia. Assieme costruirono un binomio di straordinaria efficacia, che contribuì in maniera determinante alla ricostruzione, non solo materiale, ma soprattutto spirituale della città. Assieme diedero a tutti speranza e poi sempre maggiore convinzione.
E poi certezze. Entrambi, furono, come si dice in gergo militare, degli straordinari “ufficiali di collegamento” con le autorità civili. Seppero non solo fare, ma in modo discreto e convincente, anche suggerire, consigliare, mediare.

Non erano solo dei religiosi impegnati a curare le anime, no. Erano soprattutto degli insostituibili punti di riferimento, il cui prepotente carisma era in grado di scavalcare qualsiasi gerarchia. Il ruolo e l’autorità di San Luigi Orione gli procurarono qualche inimicizia, alimentata dalla gelosia e dall’insofferenza, Anche in alcuni ambienti della Curia locale, bisogna dirlo.
Ma lui fu più forte di tutto. Seppe interpretare il suo ruolo in maniera talmente efficace da meritarsi gli apprezzamenti dello Stato italiano (fu anche nominato vicepresidente del Patronato “Regina Elena”). E qui va aperto un inciso, che gli storici conoscono bene e che andrebbe ancor più approfondito.

Don Orione è il primo esempio concreto di una rinnovata armonia tra la Chiesa e il Regno d’Italia, dopo le ferite inferte dagli eventi risorgimentali. Don Orione è stato l’artefice, forse inconsapevole, di uno “sdoganamento” del ruolo dei cattolici nella vita sociale e amministrativa. Milioni di coscienze, congelate dal “non possumus” vaticano, poterono così, progressivamente, tornare a decidere i destini della Nazione.
Con un nuovo e ineludibile approccio che sarà poi consacrato dal popolarismo di Don Sturzo. Sant’Orione, Sant’Annibale e, successivamente, il nostro arcivescovo, Monsignor Angelo Paino, sono gli step fondanti di un algoritmo, il cui risultato finale sarà la sigla dei Patti Lateranensi.

Ha scritto acutamente Don Flavio Peloso, ex superiore generale degli Orionini: La permanenza di tre anni in Sicilia segnò il decollo nazionale di Don Orione. Non tanto nel senso di fama e notorietà, anche, ma piuttosto per le relazioni con il fior fiore delle personalità laiche ed ecclesiastiche d’Italia convenute in soccorso sui luoghi del terremoto. L’unità d’Italia si vide e si fece a Reggio e a Messina e non con le schioppettate e i morti sparsi qua e là per l’Italia, quasi a giustificare il progetto di unità già deciso e programmato altrove.
Così lo Stretto di Messina, anche nella catastrofe, torna a essere una sorta di “stargate” da cui passa la storia.

L’opera del piccolo prete tortonese nella città devastata dal terremoto durò 36 mesi. Ma è come se fossero stati 36 anni. Tale fu la forza delle sue opere e del suo messaggio, da restare impressa indelebilmente nella memoria collettiva. Parla mirabilmente Manzoni, in quel capolavoro che è l’Adelchi, di “un volgo disperso che Patria non ha”.
Ecco, così appariva Messina all’indomani del terremoto, che aveva distrutto i legami di un’intera comunità. La grandezza di Don Orione sta proprio nel fatto che contribuì non solo a ricostruirne il corpo e lo spirito, ma anche a recuperarne l’identità. Ha scritto un commosso Giovanni Pascoli all’indomani della tragedia: “Ottantamila cuori hanno cessato di battere.
Una città è morta in soli 31 secondi. Qui, dove è quasi distrutta la storia, resta la poesia.” Noi vorremmo aggiungere soltanto che il 28 dicembre del 1908 Cristo è morto, a Messina. Don Orione ne ha ripreso la Croce e lo ha riportato, risorto, in mezzo a noi.

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