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martedì 10 Dicembre 2019

Venezuela, Guaidó contro Maduro, doppio presidente e applausi Usa

Venezuela caos, Guaidó, presidente del parlamento, si proclama presidente a interim del Venezuela. Maduro si affaccia dal balcone del palazzo presidenziale: via gli americani entro 72 ore. A Caracas si fronteggiano piazze contrapposte. Il Paese sull’orlo della guerra civile. L’immediato riconoscimento di Guaidò da Usa, Canada e alcuni Paesi dell’America latina

Un Paese diviso con due presidenti

Venezuela, Guaidó contro Maduro, doppio presidente. Il leader chavista Nicolàs Maduro, presidente della Repubblica di Venezuela dal 2013. E Juan Guaidó, presidente del Parlamento di Caracas e leader dell’opposizione, che si è autoproclamato presidente del Paese davanti ai suoi sostenitori riuniti a Caracas. Doppie anche le piazze che manifestano su schieramenti contrapposti.
«Giuro di assumere formalmente i poteri esecutivi nazionali come presidente pro tempore del Venezuela per porre fine all’usurpazione, instaurare un governo di transizione e tenere elezioni libere», ha dichiarato Guaidó davanti ai suoi sostenitori.
Mossa politica con rimbalzi immediati e sospetti, e Donald Trump che nel giro di pochi minuti ha riconosciuto Guaidó come nuovo presidente ad interim.

Tifoserie interessate

Trump e Canada e Paesi latino americani nell’orbita Usa che già chiamano Guaidò Presidente, ma la partita è molto più seria e complicata. La dichiarazione di Guaidó giunge poco dopo che la Corte Suprema aveva ordinato un’indagine in sede penale proprio a carico del Parlamento. In particolare la Corte denuncia che la Assemblea ha “usurpato” le prerogative del presidente della Repubblica nelle relazioni internazionali: la nomina di un ambasciatore speciale all’Organizzazione degli Stati americani, che ricambia con l’immediato riconoscimento di Guaidò. Anche i governi di Perù, Ecuador, Costa Rica e Paraguay hanno riconosciuto Guaidó come presidente. Il Brasile ‘amerikano’ di Bolsonaro rincorre, pronto ad “appoggiare politicamente ed economicamente il processo di transizione per favorire il ritorno alla democrazia e alla pace sociale in Venezuela”

Piazze contrapposte

Maduro, via i diplomatici Usa

Maduro ha replicato dal balcone del palazzo presidenziale di Caracas: «Siamo la maggioranza, siamo il popolo di Hugo Chavez. Siamo in questo palazzo per volontà popolare, soltanto la gente ci può portare via», ha aggiunto, intimando ai diplomatici americani di lasciare il Paese entro 72 ore. E si è rivolto all’esercito chiedendo compattezza. Il ministro della Difesa venezuelano, generale Vladimir Padrino Lopez, ha dichiarato in un tweet che le Forze Armate «non accettano un presidente imposto da oscuri interessi o che si è autoproclamato a margine della legge», confermando il suo appoggio a Nicolas Maduro.

L’egemonia planetaria Usa

Donald Trump è primo di corsa a riconoscere Guaidó capo dello Stato e fargli da sponsor planetario. Interventismo Usa di ritorno, chiedono i giornalisti alla Casa Bianca? Intende inviare i militari in Venezuela? «Non consideriamo nulla, ma tutte le opzioni sono sul tavolo» Più esplicito il segretario di Stato Mike Pompeo sul caso diplomatici Usa cacciati da Maduro: «gli Usa non ritireranno i propri diplomatici da Caracas, come chiesto da Maduro, perché non lo riconoscono come legittimo presidente e quindi non considerano che abbia l’autorità legale per rompere le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti o dichiarare persona non grata i diplomatici americani». Ed ecco il ‘casus belli’ bello che pronte, se mai servisse: «Gli Usa intraprenderanno i passi appropriati per rendere responsabile chiunque metta a rischio la sicurezza della nostra missione e del nostro personale».

Chi è Juan Guaidó

All’inizio dell’anno erano pochi nello stesso Venezuela ad aver sentito parlare di Juan Guaidó. Il giovane parlamentare e presidente dell’Assemblea Nazionale venezuelana che diventa leader dell’opposizione al governo di Nicolas Maduro per assenza di concorrenti credibili. In una situazione di crisi economica e sociale che si mangia il Paese, crisi interna e di rapporti internazionali con decine di Paesi che hanno dichiarato illegittimo il secondo mandato di Maduro iniziato il 10 gennaio, ‘Juan Guaidó ha colmato un vuoto’, annota l’Huffington Post.
«Classe 1983, figlio di una insegnante e di un pilota di aerei di linea, Guaidó è cresciuto in una famiglia di classe media insieme ad altri sette fratelli. Ha vissuto sulla propria pelle il disastro naturale conosciuto come la ‘tragedia di Vargas’ nel 1999, che ha lasciato la sua famiglia temporaneamente senza casa, e che secondo i suoi colleghi ha influenzato le sue opinioni politiche, data la risposta giudicata inefficace fornita dal governo guidato allora da Hugo Chavez».
Diventato ingegnere industriale nel 2007, Guaidó si è fatto le ossa nei movimenti di protesta studenteschi negli anni 2000. Nel 2015 è stato eletto parlamentare per l’Assemblea Nazionale venezuelana per il partito oppositore Volontà Popolare, ed è diventato presidente del Parlamento nel dicembre 2018.

 

La marcia antigovernativa

Ieri mattina migliaia di manifestanti nelle strade nella capitale e in altre città del paese al grido di ‘Este gobierno va a caer’, questo governo cadrà. Concentrazioni a favore del governo Maduro invece nel centro di Caracas e in tutto il paese mentre le forze di sicurezza erano schierate e in allerta. Di fatto un tentativo insurrezionale in un quadro internazionale nel quale da mesi si valuta la possibilità di un intervento militare «umanitario per restaurare la democrazia». Un colpo di stato per ragioni «umanitarie» con l’appoggio degli Usa e dei governi di destra latinoamericani.
Il Brasile, tornato «satellite privilegiato» degli Usa, come pragmaticamente lo definì Henry Kissinger. In Colombia, nel corso della recente visita di Mattis, ex ministro Usa alla difesa, fu ventilata apertamente la possibilità di un intervento armato «umanitario»
A livello internazionale il pericolo maggiore viene dalla Colombia, la valutazione di Ropberto Livi, il Manifesto. Il presidente Iván Duque e il suo patron politico, l’ex presidente Alvaro Uribe, che sembra disposto a cavalcare un’escalation col Venezuela per fare marcia indietro sugli accordi di pace siglati dal suo predecessore con l’ex guerriglia delle Farc e mai approvati dall’estrema destra di Uribe.

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