lunedì 24 giugno 2019

Siria via gli Usa, è Russia-Israele la sfida strategica decisiva

Israele allo scoperto avvisa la Siria: “Stiamo attaccando le forze iraniane, non provate a colpirci”.
-Si alza il livello dello scontro dopo mesi di blitz condotti in segreto
-Mosca Tel Aviv tra incontri e ultimatum, mentre gli americani si ritirano

Siria via gli Usa, è Russia-Israele la sfida strategica

L’effetto più concreto dell’annunciato disimpegno americano in Siria è pressoché automatico: aumentano i rischi di una collisione diretta tra israeliani e russi. L’algoritmo della possibile (iper) crisi è molto semplice. Gli iraniani vogliono capitalizzare il loro pesante contributo alla distruzione dell’Isis, sfruttando le basi in Siria per tenere sotto tiro il Golan e la Galilea. Nel Libano questo compito è “delegato” alle milizie sciite di Hezbollah. Gerusalemme già da lunga pezza ha lanciato un avviso ai naviganti. Una strategia di questo tipo porta dritto filato a una guerra preventiva. I russi, che dopo la ritirata di Trump sembrano sempre più ringalluzziti, proteggono gli ayatollah, flirtano con i turchi (che mettono a rischio i “segreti” della Nato) e cercano di raffreddare i bollenti spiriti di Netanyahu. Che con le elezioni “ante portam” mostra i muscoli.

Sullo sfondo si muove il blocco sunnita (Arabia Saudita in primis), il cui interesse ad arginare la marea montante persiana è sfociato in un vero e proprio rovesciamento delle alleanze, con la creazione di un asse di ferro con Israele. E il conseguente raffreddamento del contenzioso palestinese, di cui si parla sempre meno (e con fastidio) anche da parte della galassia islamica. Ergo: traditi da tutti, i palestinesi, chiusi in un angolo, aspettano tempi migliori, costretti alla filosofia del “wait and see”. Le “Primavere arabe” ci hanno regalato, quindi, un Medio Oriente sottosopra e un milione di morti, tra Irak, Siria e Libia. Le crisi regionali si sono saldate in una “macro-area”, caratterizzata da sempre meno certezze e un sacco e una sporta di dubbi. Anche perché, paradossalmente, i rischi di un conflitto globale “per sbaglio” sono aumentati.

Basterebbe spezzare uno degli anelli della catena di comando militare dei rispettivi schieramenti o dei rapporti tra militari e sfera politica, per trovarsi all’improvviso in un cul de sac diplomatico, senza uscita, come quello del luglio del 1914, che portò su un piano inclinato alla Grande Guerra. Senza che nessuno se ne rendesse quasi conto. Per ora, la tattica di Gerusalemme è quella di condurre azioni militari preventive (perlopiù bombardamenti aerei mirati) contro obiettivi siro-iraniani. Ebbene, la novità è che il Cremlino ha posto una sorta di ultimatum: non saranno più tollerati attacchi israeliani contro l’aeroporto di Damasco. Per evitare guai peggiori si è addirittura tenuto un incontro tra alti ufficiali di Mosca ed esponenti della Israeli Defence Force (Brig. Yaniv Asor, capo della Operations Division). Pare sia stato raggiunto un accordo (provvisorio) per quella che viene definita una “de-escalation”.

Resta comunque la chiara sensazione che entrambe le parti tengano il dito sul grilletto. Anche perché, all’orizzonte, si profila un nuovo elemento in grado di avvelenare ulteriormente il clima. Fonti dell’intelligence israeliana citano movimenti massicci di formazioni paramilitari iraniane alla frontiera irakena. Si tratterebbe di ben 10 mila miliziani delle Popular Mobilization Units (in pratica il gruppo Hashd al-Shaabi) pronti a fiondarsi in Siria per rafforzare il piano di “iranizzazione” del Paese. L’evento più temuto da Netanyahu. Queste unità sono alle dirette dipendenze del mitico capo dei “pasdaran” di Teheran in Siria e Irak, il generale Qassem Soleimani. E’ il primo test di una certa importanza per il nuovo capo di Stato maggiore israeliano, Aviv Kochavi, che ha recentemente preso il posto di Gadi Eisenkot.

Netanyahu con nuovo comandante delle forze armate israeliane

Dandogli il benvenuto, Netanyahu ha detto che insieme condividono la stesse idee per la difesa strategica del Paese (compendiate nel “Piano 2030”). Il premier ha sottolineato come i successi economici raggiunti debbano essere difesi a ogni costo. Secondo gli analisti si riferiva anche alle minacce poste da Hezbollah alle installazioni off-shore per l’estrazione di gas. Kochavi, chiamato a interpretare i capisaldi della Dottrina Netanyahu, in pratica un gioco “a somma zero” che ignora il compromesso, è un vero “duro e puro”. Già comandante della Brigata Paracadutisti e del famoso 101. Battaglione, è stato (non a caso) anche capo dell’Aman, il Military Intelligence Directorate, in pratica i servizi segreti militari. Insomma, in Medio Oriente è tutto un tintinnar di sciabole. Proprio ora che l’America di Trump scappa e gira la patata bollente a chi ha voglia di ustionarsi.

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