giovedì 25 aprile 2019

Emo Formichi, il cuore libero dell’artista

Un genio particolare che scintillando produce arte e quindi bellezza. Emo Formichi, 92 anni, contadino, falegname, addetto alla draga sull’Orcia. Artista vero e totale.

Emo ha lo sguardo di un bimbo. E gli occhi che vanno al di là della materia, ne traggono l’essenza e ne ripropongono una visione magica. L’arte, quando è arte, coniuga la semplicità e la rivoluzione. Si prende gioco delle certezze assolute della vita, sconfigge l’ignoranza e mostra il lato possibile di ciò che il buon senso definisce impossibile.
Emo Formichi l’ho visto sfrecciare in bici sull’acciottolato di Pienza, sedersi in piazza, conversare con chi ha voglia di farlo. Poggiare lo sguardo sull’umanità che si affolla, che spesso si aggira e non vede altro che quello che già conosce. Non vuole andare oltre.

La sua arte è storia di questa terra. Testimonianza reale del fatto che l’uomo, cogliendo lo spirito del luogo, riesca a renderlo magnifico, a raccontarlo con precisione, senza sovrabbondanze, senza paura. Col cuore e il coraggio di chi ha dipinto la sua valle per non dimenticarla, di chi in un intreccio di rami d’una quercia vede un gesto d’amore. O una danzatrice in un cavatappi, un sogno di bellezza e curiosità in un ferro abbandonato, reso struggente dall’acqua dell’Orcia e dal tempo.
La sua poetica è la vita che trasforma in arte con le sue mani grandi e forti, capaci di piegare il ferro, di intarsiare con precisione spettacolare il legno, di rendere poesia minuscoli stati della materia sottratti alla discarica. Emozionante Emo. Emozionante artista testimone che non vende le proprie opere. Mai. Tutt’al più le dona.

Non poteva che essere così. In questa valle imprevedibile, dove la bellezza sembra incisa nella memoria e nell’azione rurale. Anche inconsapevolmente. Emo no. Lui sa. Ed è un gigante, con i suoi anni portati col sorriso, con gli amici di sempre e la montagna di oggetti trovati qua e là, pieni di ispirazione e di potenza. Una montagna, già… Sorride e osserva un pezzo di ferro e sembra quasi che si rivolgano la parola. Può anche darsi che sia così. Non ho motivo di pensare che sia un’ipotesi avventata. Sfogliando le sue foto, descrive un’epoca, un raggio di sole si intrufola ed è difficile orientarsi tra immagine sbiadita e riflesso di quel tempo. E nello spaesamento ci si libera di qualcosa di troppo e si riesce (per un attimo, per un ricordo) a cogliere un pezzetto di più. Di umanità, di storia, di leggerezza e profondità.

Il suo racconto dei fatti di Monticchiello, con i cittadini messi al muro dai tedeschi e la donna intervenuta per salvarli, ha qualcosa di unico e irripetibile. Con i suoi ferri di cavallo a narrare le braccia alzate, disegna un’epoca e una rabbia, un moto dell’anima che persiste e ci fa ricordare che per la libertà che abbiamo, e che non tutti più vedono, abbiamo lottato e versato il sangue. Ce lo ricorda con la sua arte quest’uomo che ci guida nel labirinto delle sue creazioni, chiacchierando con un folletto boscaiolo e amico come Antonio Chiantese. Sono belli insieme, penso.

Tante cose, in questa storia che abbiamo appena cominciato a scrivere…

Atlante della sapienza rurale: della vite e dell’orizzonte

La finestra dell’abitare: dei presagi e del coraggio

Potrebbe piacerti anche