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martedì 10 Dicembre 2019

A proposito di Putin a Belgrado, Руски Цар 2003 per Limes

Руски Цар 2003 per Limes. Un articolo ritrovato, scritto nel 2003 per la rivista Limes dell’amico Lucio Caracciolo. Corrispondente Rai a Belgrado, allora riuscivo a fare anche quello. In Italia era governo Berlusconi. Occasione, la visita di Vladimir Putin nella villa sarda di Berlusconi, tempi di affari petroliferi e prime polemiche giornalistiche sulle spiccate attenzioni […]

Руски Цар 2003 per Limes. Un articolo ritrovato, scritto nel 2003 per la rivista Limes dell’amico Lucio Caracciolo. Corrispondente Rai a Belgrado, allora riuscivo a fare anche quello. In Italia era governo Berlusconi.
Occasione, la visita di Vladimir Putin nella villa sarda di Berlusconi, tempi di affari petroliferi e prime polemiche giornalistiche sulle spiccate attenzioni femminili del premier.
Io dovevo raccontare dei molteplici e antichi legami tra Serbia e Russia, viste le posizioni antitetiche tra Roma e Mosca sul pasticcio Kosovo. Utile anche oggi, a forse anche divertente da leggere

Руски Цар, Rusky Zar

Руски Цар, se lo scrivi in caratteri latini diventa Ruski Car, lo leggi Ruschi Zar e lo traduci nello Zar Russo. Ruski Zar è il caffè della Belgrado di un’altra epoca che resiste, all’angolo tra la pedonale più avvenente al mondo, Knez Mihailova, e Trg Republika, la piazza di tutti i risorgimenti politici serbi condannati inesorabilmente a fallire. Ruski Zar occupa l’intero piano terra di un maestoso palazzo asburgico di fine ‘800, con un interno di tavoli, abatjour e poltroncine che di quell’epoca vogliono riprodurre stile e toni. Camerieri in perfetta divisa rossa da cosacchi, armati di palmare per la contabilità elettronica, e alle pareti la sfilata di tutti gli Zar di tutte le Russie. Quelli finiti bene e quelli finiti male, Zarine imbalsamate in abiti di corte, principini infanti in posa da bella statuina e mai diventati principi, ritratti ad olio di un certo pregio e riproduzioni fotografiche seppiate di una San Pietroburgo scomparsa con gli ultimi Romanoff. A completare la galleria, sulla parete che domina il piano rialzato dove c’è il ristorante, la foto a colori dello Руски Цар oggi imperante, Vladimir Putin.

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Il panslavismo di Vojslav Kostunica, l’attuale premier serbo [2003], probabilmente è una scoperta anche per lui. Più una reazione “contro” che un’autentica pulsione culturale degli slavi del sud. In tutta la vecchia Jugoslavia, i sentimenti panslavi sono stati sempre abbastanza tiepidi. Sicuramente qualche vicinanza in più nel campo della cultura e della comune tradizione ortodossa rispetto all’ideologia e al marxismo dei tempi sovietici. Comunisti atipici questi jugoslavi, quando ancora lo erano. Molto meno vicini a Mosca dell’Italia del comunismo PCI, quando Stalin era ancora imperante o appena sepolto. Lo slavismo partigiano del titoismo è stato sentimento identitario talmente forte da supplire per decenni all’assenza di una definizione nazionale precisa e condivisa. Con la caduta del muro, del comunismo e della posizione di rendita strategica jugoslava, da queste parti è arrivata la rincorsa all’identità, salvo fare un po’ di confusione tra nazione ed etnia. Esattamente ciò che sta avvenendo, per la legge del contrappasso, oggi in Kosovo.

Potremmo anche dire che, con 200 anni di ritardo sull’Europa della rivoluzione francese, gli slavi del sud e coinquilini balcanici più o meno amati, si sono trovati a passare dalla forma degli imperi (ottomano, asburgico o socialista che sia stato), alla interpretazione post-socialista dello Stato-Nazione. Se Tito fu più lungimirante di Luigi Longo o Armando Cossutta nei confronti dello stalinismo, occorre ammettere che Milosevic non fu certamente un illuminista ed il risultato s’è visto. Grazie a Milosevic, assieme a Tudjman, Izetbegovic o Rugova, nei Balcani è iniziato il percorso turbolento verso la catastrofe dello Stato-francobollo di cui il Kosovo albanese è la sublimazione. Da questa parte dell’Europa geografica, nella lista dei responsabili, andrebbero aggiunti anche altri nomi, europei dell’Unione e transatlantici. Resta il fatto che la Serbia e non soltanto lei si trovano oggi alle prese con lo Stato non pienamente Stato che s’è imposto nella sua “provincia meridionale”. Uno Stato che c’è e non c’è.

Pre o post Westfalia, ho sentito filosofeggiare in ambienti storico-accademici, a misurare la forza della Sovranità Nazionale che dal lontano 1648 governa i rapporti internazionali. Letta oggi, quella Sovranità nazionale come valore assoluto o ormai relativo, somiglia molto alla nostra barzelletta sui carabinieri, quella sulle “frecce” delle auto, che funzionano “ora si, ora no”. Più o meno come il pre o post Westfalia di Stati Uniti o Russia che sulla sovranità nazionale di Serbia o di Cecania sono ora pre, ora post Westfalia, a seconda della loro convenienza.
Il problema della Serbia è di avere un memoria storica recente sempre e solo piena di pre o post che le appaiono sempre e comunque contro. Più che un ritrovato amore per la madre-matrigna Russia, nella Serbia di oggi è trasparente un bel giramento di scatole, collettivo, nei confronti dell’occidente e soprattutto dell’Unione europea. Un’Europa definita da esponenti del governo serbo “cameriere zelante di strategie planetarie di importazione atlantica”. Persino più stupida e sostanzialmente arrogante del padrone statunitense che nei Balcani ha imposto la sua strategia. Giudizi severi a botta Kosovo ancora calda, quelli che raccogli per le strade di Belgrado e ai tavolini ricercati del Ruski Zar. Botta calda e strumentalità politica interna assieme, probabilmente, là dove lo scontro tra il Presidente filo europeo Boris Tadic e il premier conservatore Vojslav Kostunica passa anche attraverso i labili confini tra la Pannonia danubiana e la prima steppa russa.

Tra il Danubio e lo Dniepr correrà in realtà un fiume di petrolio. Il gigante energetico russo Gazprom compra dalla Serbia il controllo della sua vecchia industria petrolifera di Stato a prezzo stracciato, mettendo sul piatto della trattativa la possibilità per i serbi di controllare qualche rubinetto petrolifero destinato all’Europa ricca e poco amica. L’accordo per il passaggio sul territorio serbo del nuovo gasdotto russo South Strem è stato firmato nell’ultima missione all’estero di Dmitri Medvedev, prima della sua elezione a successore di Vladimir Putin. Ai primi di marzo la ciliegina sulla torta nuziale con l’ingresso sul mercato serbo di uno dei primi cinque istituti di credito della nuova Russia post sovietica, con un capitale da 1,2 miliardi di euro. A dimostrare che la politica non sempre si muove lentamente, nella prima settimana di marzo, l’Osezia del sud, filo russa, ha chiesto a segretario generale dell’Onu, Unione europea e Russia, di riconoscere la sua indipendenza dalla Georgia. Come avvenuto in Kosovo.

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Se cerchi la Russia a Belgrado, non puoi evitarti il vicino Москва хотел, l’ormai centenario hotel Moskva, inaugurato nel 1906 e da allora mai più ristrutturato a fondo. Tre passi dalla Trg Republika sino a Terazie, sul finire del passeggio da turbamento. L’hotel Moskva è un luogo per amatori. Bar e pasticceria sempre colmi di belgradesi impegnati in lunghissime conversazioni, sale enormi, col contrasto di una reception da questura, sul fronte posteriore, con un nugolo di addetti dalla solerzia e cortesia del piantone di turno. Quando superi lo sbarramento, ti accolgono piani a doppia alzata, cinque sei metri al soffitto e camere a due piani, entrata-salottino con mobili d’epoca solo per l’età, ed una scala in legno che ti scricchiola sino alla zona letto e al bagno. L’idraulica è da modernità real-socialista, la vista stupenda, anche di notte, visto che le tende sulle enormi finestre sono inamovibili dai tempi di Tito. Al Moskva, anche se non pernotti ma sei un intenditore, devi andare al ristorante. Sino a ieri era al primo piano, con pianista d’epoca incorporato e cameriere con ai piedi le scarpe di pezza bianche allacciate sino alla caviglia, di rigoroso modello sovietico. Oggi trovi le “hostess”, interpretazione estetica della nuova democrazia, tutte selezionate tra il meglio del famoso passeggio e tutte con movenze da indossatrici. Recentemente hanno spostato il ristorante al più gradevole piano terra, sull’angolo, ma sua specialità da intenditori resta sempre la stessa, la tartare che ti viene confezionata con i suoi diversi arricchimenti di fronte gli occhi, da un capocameriere molto compreso nella sua opera d’arte gastronomica.

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L’Europa dell’Unione oggi in Serbia è un prodotto difficile da vendere. Vale certamente qualche cedimento personale per un visto Schengen, ormai indispensabile per uscire da una casa nazionale sempre più piccola, ma in pochi credono nella promessa di matrimonio. Soprattutto nella sua felicità. L’Europa che si confonde nella Nato e l’Italia del tradimento, è la sintesi della polemica da ristorante. Persino la cucina italiana è stata a rischio nei giorni dell’indipendenza kosovara. La sera della grande protesta popolare serba di piazza, ristoranti prudentemente chiusi in tutto il centro della città, anche se a finire sfasciati sono stati soltanto i troppi Mc Donald’s cresciuti ovunque. Anche l’ambasciata italiana era sbarrata, mentre quella Statunitense ha leggermente preso fuoco. Chiusura silenziosa anche al ristorante Cinecittà, sulla collina di Avala, dove Piero Amati condisce il suo fare cinematografia a livello internazionale col sugo all’amatriciana. Soltanto l’insegna spenta quella sera per la centralissima “Casa d’Italia” dove Giuseppe Leonardi alterna la segreteria della Camera di commercio italo-serba con la pasta fatta in casa. Qui si mischiano affari e chiacchiere, imprenditori con capitali e aspiranti tali a caccia del tesoro, cacciatori di soldi e quelli che i soldi li spendono dietro facili avvenenze femminili. Chiacchiera da ristorante, l’una per l’altra. Nel menù che sfoglio ogni volta che sono a Belgrado, non compare mai l’offerta “Unione Europea”. Fosse mai che da queste parti l’UE risulti un piatto indigesto?

La battuta scontata degli italiani filo-serbi ad oltranza resta nel campo degli affari: “L’Europa s’è presa in carico il Kosovo albanese e la Russia si sta prendendo la Serbia”. Detto così, l’affare appare pessimo. Non è esattamente così, ma l’immagine rende l’idea del pericolo. L’onere Kosovo assieme alla forzatura di molte norme internazionali. In cambio di che cosa? Da questa parte del fiume Ibar (quello che divide in due Kosovska Mitrovica e che separa il Kosovo albanese da quel pezzetto che resta serbo), è la stessa Europa a non risultare un grande affare. Capitalismo post comunista, quello che vedi in Serbia, tra mille difficoltà e sbandamenti. Capitalismo che accumula molto e distribuisce molto poco, a guardarsi attorno. Nella vecchia Belgrado pre bombe Nato, di Ferrari in circolazione ne vedevi soltanto due: quella rossa di Marko, il figlioletto maschio di Slobodan Milosevic, e quella gialla di un amico italiano che, per tutela della sua “privacy”, chiameremo “Marietto il milionario”. Ora ci sono più Ferrari, Porsche e Suv per le strade di Novi Beograd che in Brianza.

L’imprenditoria interna che si regge sul rapporto clientelare col potere, l’Europa non la desidera. L’economia internazionale presente in Serbia che sa monetizzare soprattutto il minor costo del lavoro, neppure. La Serbia ancora socialista del posto di lavoro assicurato e poco faticoso e impegnativo preferisce tenersi la Zastava piuttosto che diventare Fiat o Wolkswagen. La Russia, alla fin fine, per un bel pezzo di classe politica ed economica serba e per una vasta parte popolare, appare oggi come il miglior affare possibile. Egoismo, neo-isolazionismo, eccesso di incazzatura. Tutte queste cose assieme, probabilmente, ma la Serbia è più che mai un paese oggi spaccato a metà. L’Europa come scommessa da non perdere, è probabilmente l’opzione prevalente, ma questa Europa così come si presenta piace davvero a pochi.

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La Serbia e la Russia le vedi assieme anche vicino alla cattedrale di Sveti Marko, San Marco, all’inizio di quello che era il Viale Revoluzjie dei tempi di Tito. La chiesetta russa, che distingui dalla croce con una seconda piccola barra trasversale in basso, è lì da un sacco d’anni. Le scritte esterne in cirillico russo e la scarsa propensione ai riti religiosi dei miei amici e collaboratori belgradesi me ne hanno sempre impedito una più precisa datazione e conoscenza storica. La piccola chiesa russa è meta di pellegrinaggio di passaggio per qualsiasi “televisivo” in Serbia, visto che è la scorciatoia che porta alla RTS, la Radiotelevisione serba dove sei costretto ad andare per inviare via satellite i tuoi servizi in Italia. A trasmettere o a prendere bombe, in alcuni casi. Di fronte alla mistica chiesetta si apre infatti Ulica Aberdareva, la via presa di mira dai missili Nato la notte del 23 aprile 1999. Sul corpo centrale dell’edificio televisivo, ancora lo squarcio dell’ala colpita. Mancano soltanto le macerie che hanno seppellito 16 poveri cristi, condannati a morte perché “strumenti della propaganda di Milosevic”. Valesse il principio per tutti, il mio sarebbe il mestiere più pericoloso del mondo. Da quelle parti è più facile cogliere e capire le ragioni di una certa tiepidezza serba nei confronti di un’Europa più mercantile che politica, con una capitale a Bruxelles condivisa con il comando generale Nato. Una questione che in Serbia, e non solo, crea una certa confusione.

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L’eterno problema dei diversi modi di lettura possibili di un fatto, in genere legati alla posizione da cui guardi le due possibili facce della luna. La confusione oggettivamente appare molta, anche nominale. Iniziamo con le persone, con la certezza di avere almeno individuato il soggetto. Lo spagnolo Xavier Solana, per esempio, il rappresentante della politica estera dell’Unione europea. Solana, letto da Roma, è l’affabile mediatore delle divisioni europee capace di venderle come meditate e autorevoli posizioni unitarie. Come nel caso Kosovo. Lo stesso Solana, letto da Belgrado, è l’ex segretario generale della Nato che il 24 marzo 1999 diede l’ordine d’attacco ai cacciabombardieri. In diplomazia tale dualità potrebbe essere definita una imbarazzante coincidenza. Passi Solana e andiamo oltre, per capire se più che di una sfortunata coincidenza si tratti invece di vizio o arroganza. Il super mediatore Onu Marti Ahtisaari sulla questione Kosovo. L’ex premier finlandese è lo stesso personaggio che garantì, con la sua firma autorevole, il cessate il fuoco di Kumanovo. Il Kosovo come provincia della Serbia sovrana, garantì Ahtisaari allora, salvo tornare 8 anni dopo a dire, “scusate, c’eravamo sbagliati”.

Distratto il nostro super mediatore che non ha saputo mediare neppure con un po’ di personale buon gusto. Neppure quando, con Milosevic ancora in vita nel carcere olandese di Sheveningen, cercò di addossare alla collettività dei cittadini serbi le responsabilità di Milosevic. Non possiamo neppure dimenticare l’attuale ministro degli esteri francese Koushner, ex medico d’avventura di “médicine sans frontières”, ex ministro socialista con Mitterand e ora nuovo campione della destra dirigista di Sarkozy. Koushner qui a Belgrado è soprattutto il primo “governatore” Onu in Kosovo, l’uomo che non seppe (o non diede ordine di) fermare la contro pulizia etnica albanese nei confronti dei serbi avvenuta sotto lo sguardo distratto di 50 mila militari Nato in divisa da liberatori. Sul possibile imbarazzo italiano per la doppia veste del ministro D’Alema, il premier della partecipazione italiana ai bombardamenti Nato, scelgo di sorvolare per confessa simpatia personale nei confronti dello stesso.

Se passi dalle persone alle parole, la confusione diventa addirittura inestricabile. Quella del Kosovo di Pristina si deve chiamare Indipendenza o Secessione? Sempre la solita storia dei punti di vista. In Kosovo, negli ultimi 10 anni ho visto stravolgersi anche il vocabolario. Sino a metà del 1998, prestando accorta attenzione alle definizioni autorevoli delle parti internazionali, soprattutto all’ambasciatore statunitense per i Balcani, Hill, mi pare, ero autorizzato a definire i gruppi armati dell’UCK come terroristi. Un mese dopo scoprii che erano diventati “partigiani”, “ribelli”, “guerriglieri”, “combattenti per la libertà” e così via trasformando. Una volta era la regola che chi vince ha ragione. Oggi, in tempi di comunicazione di massa e di “opinione pubblica” elettrice, la ragione è meglio costruirla prima perché siano sempre i “buoni” a vincere. Anni dopo ho avuto l’opportunità di incontrare l’allora premier del governo territoriale kosovaro Ramush Haradinaj. Visita di stato dell’allora ministro degli esteri Fini. Poi l’ho visto alla sbarra al tribunale dell’Aja, con l’accusa che chiedeva per lui la condanna a 25 anni di carcere per crimini di guerra. Un’altra svista internazionale.

Passando all’inglese, la mia confusione lessicale kosovara mi porta all’altalena tra Standards e Status. Una volta era stato garantito al mondo che in Kosovo, prima si sarebbe discusso degli “Standard”, che vuol dire legalità, diritti umani, garanzie per le minoranze e, soltanto dopo, di Status, vale a dire di autonomia o indipendenza o secessione che sia. Nella primavera del 2004 ho visto una rivolta popolare albanese, definita da un generale Nato come “spintanea”, provocare qualche decina di morti e qualche decina di chiese cristiane serbe incendiate. Nuova didattica internazionale: chi sbaglia incassa. Dopo quei tumulti anti serbi e un nuovo assaggio di pulizia etnica, gli arbitri ci dissero che si sarebbe discusso di Standards e Status assieme. Il 17 febbraio a Pristina ho vissuto coi kosovari albanesi in piazza la nascita di uno Stato sovrano che non ha ancora una costituzione, un codice civile, uno penale. Non c’è legge e non c’è legittimità internazionale riconosciuta, ma solo atti unilaterali di singoli Stati. Lo Status senza alcun Standard. Come ai tempi dell’impero Ottomano e dello Ruski Zar.

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L’altro legame che io conosco tra Serbia e Russia, è corpo profondo della letteratura mondiale. Лев Николаевич Толстой, che noi abbiamo letto come Lev Nikolaevič Tolstoj, era uno dei molti intellettuali e patrioti russi della seconda metà dell’ottocento simpatizzante della causa Serba in lotta contro l’occupante ottomano. Il tormentato principe russo Tolstoj scrive uno dei suoi molti capolavori, Anna Karenina, tra il 1873 ed il 1877. Erano gli anni delle guerre russo turche che si combatterono nei Balcani. Nel romanzo Anna Karenina, Tolstoj, affida al conte Vronskj il ruolo di ultimo amore della povera Karenina suicida. Dopo il dramma Vronskj parte per la guerra di liberazione serba. Il personaggio del conte Vronskj fu raccontato da Lev Tolstoj partendo dalla figura leggendaria del suo compatriota colonnello Nicolai Nicolaievich Rayevski.

Arruolato nell’esercito russo, Nicolai Rayevski a 30 anni decide di uscire formalmente dall’esercito e di andare a Tashkent come volontario per dedicarsi, è scritto nei documenti di accredito, alle coltivazioni di cotone e vino. In realtà era un “Colonnello-spia”, arruolato dal Comitato panslavo Odessa, per combattere accanto ai fratelli slavi del sud contro il traballante Impero Ottomano. Il significato vero della sua missione si può ricavare dalle lettere che Rayevzki ha inviato al ministro della difesa serbo Milivoje Petrovic Blaznavac. Una era intitolata “Progetto di organizzazione della rivolta sulla penisola balcanica”. Con lui, in quell’anno in Serbia arrivano volontari da mezzo mondo, compresa l’Italia con i garibaldini al comando di Giuseppe Barbanti Brodano, e una lettera di sostegno al popolo serbo scritta da Giuseppe Garibaldi.

Il colonnello Rayevski-Vronskj, ormai volontario nell’esercito serbo, combatte nella battaglia di Adrovac, primo settembre 1876, e muore ad Aleksinac, dopo essere riuscito a fermare l’avanzata di 60 mila soldati turchi. Con l’eroe rivissuto da Tolstoj, muoiono 9 mila serbi, 31 ufficiali russi, e 20 mila turchi. Il corpo del colonnello Rayevski è sepolto vicino al villaggio di Praskovacha, nel monastero di Santo Romano. Anni dopo, la zia russa chiede la restituzione del corpo, che dal porto fluviale di Belgrado arriva a Kiev. In Serbia, per accordo tra le parti o per leggenda, di Rayevski-Vronskj viene conservato il cuore, sul cui luogo di sepoltura è stata costruita la chiesa della Santa Trinità. Memoria di pochi, in Serbia, ma ancora memoria.

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Per le strade del giornalismo, sempre meno intensamente frequentate, resistono ormai pochi maestri. Montanelli e Biagi se ne sono andati. Tra chi insiste c’è l’amico (spero di poterlo affermare) Bernardo Valli, di Repubblica. I suoi quasi 80 li porta in giro per il mondo con energia, acume e curiosità. A Belgrado, ultimamente. Assieme ci siamo dedicati ad un avanti-indietro per Knesa Mihailova tra distrazioni estetiche e ricordi. Con Valli abbiamo parlato anche di Tolstoj e del suo insistito richiamo panslavo con la Serbia. Tolstoj, confessiamolo, è stato una di quelle letture integrali che nella mia generazione ci si imponeva nel furore dei diciotto anni, libri che “dovevi aver letto”, assieme al Capitale di Marx e all’intera Bibbia. Non so se Valli il suo Tolstoj l’abbia assaggiato da giovane o digerito da adulto, ma resta il fatto che tanto riscoperto amore serbo verso la Russia lo definivamo assieme una sorta di balsamo sull’orgoglio ferito.

Quando i serbi si sentono offesi o rifiutati dall’Occidente si rivolgono d’istinto verso la santa madre Russia, a cercare respiro ad est. Bernardo Valli a Tolstoj preferisce Milos Crnjanski, allievo serbo del maestro russo del ‘900. Crnjanski, in “Migrazioni”, manda il suo eroe alla corte della zarina per un incontro tanto agognato quanto impossibile. La genuflessione dovrebbe avvenire a Kiev, dove sta per recarsi in visita l’imperatrice. Il patriota serbo, convinto di avere esaudito il suo sogno di fedele suddito panslavo, si troverà invece a baciare il piede ad una prostituta travestita da sovrana. La beffa crudele degli amici russi.

Anche da questo, le simpatie serbe verso le lontane cupole del Cremlino sono state sempre prudentemente tiepide. Più Tolstoj che Lenin a Belgrado, più la comune identità nella chiesa di Bisanzio che nel socialismo di Stato, sino a qualche decina d’anni addietro. Al momento, e non è detto che sia ancora per molto, pesa di più la solidità dell’Euro che il sogno di tanti petro-rubli tutti ancora da contabilizzare. Se da Tolstoj passi a cinema e musica, la Serbia dei giovani parla inglese. Arrabbiati Sì, ma scemi No, i serbi d’oggi, anche se, a forza d’insistere, l’Europa dell’euro senz’anima e coerenza rischia di riuscire a far loro superare secoli di sana diffidenza panslava.
Ho intravisto il neo presidente russo Medvdev nella sua visita di vigilia elettorale a Belgrado. Dichiarazioni blande le sue, tali da non sfondare neppure il muro telegiornalistico elettorale italiano nelle edizioni minori. Allo stesso Medvedev vengono attribuite anche più significative affermazioni ufficiose. Per la Russia di oggi, che non ha più un Romanoff o uno Eltsin al timone, una Serbia ricca in maniera alternativa ad una Unione sempre più atlantica costerebbe poco di più di qualche goccia di petrolio che scappa dai rubinetti siberiani o caucasici. L’America di Bush cerca di circondare la Russia di Puntin e la Russia risponde.

Su certi argomenti planetari, più che essere chiamato a dare informazioni, uno avrebbe bisogno di avere soprattutto delle risposte. Anche per questo, arrivato in questo inizio marzo a Roma, sono andato clandestinamente ad ascoltare tra la platea qualificata di un convegno Ispi, l’Istituto per la politica internazionale, nella sede della stampa estera a Roma sulla questione Kosovo. Accanto al presidente Boris Biancheri, altre esimie personalità accademiche, diplomatiche e politiche. Tra loro il presidente uscente della commissione Esteri, l’onorevole Umberto Ranieri. Ci salutiamo nel corridoio, e Ranieri mi chiede la sintesi giornalistica di tanto dotto parlare. Traduzione rozza che riservo all’amico: “Ci siamo cacciati in un casino, non sappiamo bene come è accaduto e non sappiamo affatto come ne usciremo”. Sorriso di Umberto Ranieri, enigmatico quanto il futuro del Kosovo, che gli attraversa la barba e che puoi tradurre a piacere in ironico consenso o in dissenso pacatamente e moderatamente espresso. Come sempre.
Un ambasciatore al tavolo dei relatori (ne ometto il nome per sua tutela di carriera), alla domanda dal pubblico se la soluzione indipendenza Kosovo, il suo percorso, fosse la migliore scelta possibile, fornisce questa risposta. “Se quella dell’indipendenza unilaterale sia stata la soluzione migliore o la sola possibile, non so dirlo. Certamente è stata fatta nel peggior modo possibile”. Amen.

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