giovedì 25 aprile 2019

La pace che prepara l’altra guerra: conferenza di Parigi 100 anni fa

Le paci vendicative che costruiscono le prossime guerre. Il 18 gennaio 1919 a Parigi sulle rovine della Prima Guerra, conferenza a Versailles.
-I vincitori, i vinti e la fine degli Imperi multi nazionali, dagli Asburgo agli Zar russi a quello Ottomano.
-Rivalse, promesse non mantenute, neo colonialismo a spartirsi l’impero ottomano.
-Tutte le guerre di oggi figlie o nipoti di quel trattato.

La pace che prepara l’altra guerra

Il 18 gennaio 1919 le rovine provocate dalla Prima Guerra mondiale non potevano più dirsi fumanti, ma la situazione – al momento dell’apertura dei lavori della conferenza a Versailles – non si poteva nemmeno definire ‘di pace’ piena. Ad oriente l’ex impero zarista era in preda alla guerra civile: i bolscevichi, approfittando del crollo tedesco del novembre 1918, avevano cercato di riprendersi i territori perduti con la pace di Brest Litovsk, ma ingenti forze controrivoluzionarie, con l’appoggio degli alleati, stringevano la neonata repubblica russa in una morsa e si combatteva sul Baltico, sul Caucaso, in Crimea e in Siberia. A sud, Francia ed Inghilterra si erano impadronite delle spoglie dell’impero turco trasformandole in colonie o protettorati, ma le popolazioni occupate erano inquiete e preparavano le rivolte che sarebbero scoppiate poco più tardi. In Europa orientale nel frattempo gli imminenti cambiamenti dei confini e dei regimi politici spingevano all’esodo centinaia di migliaia di persone: i profughi europei dopo il 1918, secondo una stima del 1925, sarebbero diventati quasi cinque milioni.

I vincitori litiganti

5 milioni di profughi e la fame

Le capitali sconfitte (Berlino, Vienna e Costantinopoli) erano state tutte occupate militarmente dai vincitori. Non esisteva il pericolo di una nuova guerra, ed ovunque i primi urgenti provvedimenti alleati avevano riguardato il medesimo problema: la fame. La situazione alimentare, più o meno difficile ovunque, si era rivelata particolarmente grave in Germania: infatti nel corso della guerra solo in questo paese la denutrizione, a causa del blocco navale alleato, aveva provocato la morte di 750.000 persone e cioè anziani, donne e bambini. Cifra drammatica se si pensa che la battaglia di Verdun – pur considerata l’inferno dai combattenti – ne aveva causato 500.000. La fame all’inizio del 1919 era diventata tuttavia anche uno strumento di pressione politica: solo dopo l’apertura della conferenza di pace Francia e Inghilterra si accordarono per la riduzione delle restrizioni ai generi destinati alla Germania, ovvero solo quando furono certe che il paese sconfitto avrebbe accettato le dure condizioni imposte.

‘Pace cartaginese’ sulla Germania

Il primo problema fu dunque fare accettare alla Germania un trattato in cui essa stessa non solo ammetteva la propria ed unica responsabilità della guerra e dei disastri connessi, ma si impegnava a versare ingenti riparazioni per i danni di guerra ai vincitori. Si trattava di quella che l’economista inglese Keynes avrebbe definito una ‘pace cartaginese’ mettendo in guardia sui possibili sviluppi negativi. Non si trattava di un atteggiamento compassionevole o umanitario verso gli sconfitti, ma dell’intuizione che soprattutto la Francia avrebbe cercato di punire ulteriormente la Germania facendole pagare non solo i danni di guerra, ma anche gli interessi sui prestiti che la Francia aveva contratto durante la guerra con banche internazionali soprattutto americane. Keynes insomma – conoscendo bene i meccanismi del mercato finanziario internazionale – temeva che condizioni troppo dure avrebbero non solo ostacolato la ripresa in un paese, ma anche altrove avrebbero distorto i normali meccanismi ed esasperato il confronto franco-tedesco. Seguirono infatti l’inflazione in Germania fino agli anni Venti, la conseguente crisi economica e la disoccupazione con il radicalizzarsi dello scontro politico, mentre non cessava la pressione per recuperare i danni di guerra.

L’illusione di assistere alla firma della pace storica

Europa orientale: minoranze senza diritti

Oltre alle grandi questioni economiche che fecero da sfondo al periodo tra le due guerre, l’altra questione che contribuì a rendere instabile l’Europa nata a Versailles fu quella delle minoranze nazionali. Se ne ammise l’esistenza, ma la regolamentazione delle singole situazioni fu demandata alla Società delle Nazioni, l’organizzazione internazionale voluta dal presidente americano Wilson per regolare pacificamente le controversie tra gli stati ed evitare nuovi conflitti, ma che escludeva i Paesi sconfitti. Alla fine neppure gli Stati Uniti non entrarono nell’organismo e la Società da sola non ebbe la forza di modificare lo stato di cose o perché mancò l’accordo tra i suoi componenti o perché non riuscì a fare rispettare gli accordi. Ci furono minoranze espulse e costrette all’esodo e scambi di popolazioni, ma più in generale il tentativo fu quello di assimilarle anche forzatamente nei nuovi stati con metodi polizieschi o autoritari, soprattutto nei Balcani. Verso un’altra guerra mondiale peggiore della prima, ma i problemi dell’Europa orientale nati allora ed esaltati dalla Guerra fredda, ricomparvero anche dopo la caduta del muro di Berlino. Attualità.

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