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giovedì 17 Ottobre 2019

Jan Palach 50 anni, quando bruciò l’illusione della primavera di Praga

Pomeriggio del 16 gennaio 1969, davanti all’imponente scalinata del museo nazionale di Praga che si affaccia sul lato sud di piazza San Venceslao.
Jan, 21 anni, si dà fuoco a Praga per scuotere il mondo sull’oppressione sovietica del suo Paese, imitando il gesto del giovane bonzo buddista che si era dato fuoco in piazza contro l’America della guerra in Vietnam

Jan Palach 50 anni fa

Tra le tre e le quattro del pomeriggio del 16 gennaio 1969, davanti all’imponente scalinata del museo nazionale di Praga che si affaccia sul lato sud-orientale di piazza San Venceslao, si compie uno dei gesti più drammatici della storia del XX secolo. Un giovane, verosimilmente uno studente, appoggia a terra la borsa dei libri e si sfila il cappotto, versa su di se il contenuto di una tanica di benzina e si da alle fiamme. Ridotto dopo pochi istanti ad un’unica fiamma contorta, corre verso la piazza. Il primo a fermarsi per prestare soccorso è il conducente di un tram che frena bruscamente, scende dal mezzo e getta addosso al giovane il suo cappotto da tranviere. Le ustioni – si saprà in seguito – coprono quasi il novanta per cento del corpo, ma il giovane, all’arrivo dei soccorsi, è ancora vivo. Muore infatti tre giorni dopo.

Jan Palach era nato in un piccolo paese a nord di Praga nell’agosto 1948, dove non aveva avuto un infanzia facile, ma segnata delle difficoltà economiche della famiglia. Frequentava però con grande profitto la scuola e dopo la maturità nel 1967 aveva potuto accedere alla prestigiosa università Carlo di Praga per laurearsi in filosofia. Nell’agosto del 1968, quando i carri armati del patto di Varsavia avevano invaso la Cecoslovacchia, era andato con molti altri studenti per le strade, non già con l’idea di fermarli, ma di tentare almeno di parlare con i soldati stranieri che li occupavano. Nelle stesse ore altri giovani si stendevano davanti o semplicemente camminavano in gruppo per ostacolarne il passaggio e stava nascendo un’effimera resistenza passiva.

Poi era arrivata quella che – con notevole eufemismo – fu chiamata “normalizzazione”: i vertici politici erano stati azzerati e sostituiti con personalità più affidabili. Ogni ostacolo alla “normalizzazione” era stato rimosso, a cominciare dal fatto che gli episodi di resistenza non erano nemmeno più menzionati e una pesante censura era piombata sulla vita dei praghesi e dei cecoslovacchi. In quei mesi di oscuro silenzio imposto era maturata probabilmente la decisione del gesto del 16 gennaio. L’ispirazione – pare – era nata da un altro gesto disperato avvenuto anni prima: il monaco buddista Lam Van Tuc l’11 giugno 1963 si era immolato con il fuoco a Saigon in segno di protesta contro la politica di repressione anti buddista praticata dal regime sud vietnamita e il gesto aveva avuto risonanza mondiale.

Nel 1965 solo negli Stati Uniti si verificarono infatti altri tre episodi: Alice Herz a Detroit (16 marzo); Norman Morrison a Washington davanti al Pentagono (2 novembre) e Roger Allen LaPorte a New York davanti al palazzo delle Nazioni Unite (9 novembre). Il 15 ottobre 1967 fu invece la volta di Florence Beaumont, davanti al palazzo federale a Los Angeles. In Vietnam del Sud, dal primo gesto di Saigon fino alla fine degli anni Sessanta, i roghi volontari per protestare contro la guerra o la repressione vietnamita furono almeno una trentina. Dopo Palach a Praga, seguì un altro gesto negli Usa: il 10 maggio 1970 le fiamme si levarono intorno a George Winne jr. davanti all’università della California. Ultimi gesti disperati di protesta estrema contro una guerra furono in ordine di tempo nel febbraio 1991 Robert Levey all’università di Amherst nel Massachusettes e di Malachi Ritscher a Chicago nel novembre 2006: entrambi protestavano contro la guerra in Irak.

JAN PALACH, PRAGA 1969

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