sabato 25 maggio 2019

Un collezionista di vetri infranti, foto matte nel labirinto della vita

Gatto Randagio questa settimana ci invita a seguirlo “nel labirinto della vita”…
-Lo sguardo di Pietro Basoccu, medico pediatra fotografo, nell’intimità di una casa-famiglia, in Sardegna. A quarant’anni dalla legge Basaglia che, non bisogna mai dimenticarlo, ha restituito ai “matti” libertà, diritti e dignità.
-“Le fotografie sono una verità sopra le nostre spalle che ci tocca la testa per farci voltare”. La verità della solitudine, se la cura non può contare anche sull’abbraccio collettivo dell’intera società…

Foto matte nel labirinto della vita

“Una fotografia è un soffio che frattura un vetro posato sul mondo… Il fotografo è un vetraio, ma anche un collezionista di vetri infranti, dietro ai quali appaiono fantasmi che ci attraversano”.
Non trovo espressione migliore di questa di Serge Pey, per esprimere quello che ho provato sfogliando le foto con le quali Pietro Basoccu racconta la vita di una casa-famiglia. Nel labirinto della vita, s’intitola il lavoro, dove le immagini, introdotte da una riflessione dello psichiatra Vittorino Andreoli, che è stupore di fronte a “fotografie matte” che “sono bellissime”, sono anche accompagnate dalla poesia di Serge Pey, poeta visivo e tante altre cose ancora.
Ho incontrato per la prima volta la bellezza delle fotografie di Pietro Basoccu, che è medico pediatra fotografo, nel racconto di un carcere della Sardegna, Captivi… dove il bianco e nero dipinge il grigio di un’ossessione, attraverso la quotidianità di dettagli che compongono vite che non riusciamo a immaginare, e forse neppure lo vogliamo…
In bianco e nero anche le stanze della residenza psichiatrica nella cui intimità Pietro Basoccu ci fa entrare.

Marisa, Annalisa, Antonio, Giancarlo, Mina, Sahar, Gisella, Manuela… (e chissà chi, fra i ritratti di donne, è quella che… “sono troppo carina”) gli ospiti della casa-famiglia, che con infinita delicatezza negli scatti viene raccontata. A quarant’anni dalla legge Basaglia che, non bisogna mai dimenticarlo, ha restituito ai “matti” libertà, diritti e dignità. Mentre ancora la strada per la sua piena attuazione sembra in salita.
Ci ricorda Andreoli che sugli oltre 400 Servizi di Diagnosi e Cura, solo 23 non usano mezzi di contenzione, “il che significa legare i pazienti e accettare come strumento di cura metodi violenti”. Mentre il tempo medio di un ricovero è fra i dodici e i quattordici giorni, “periodo che non è nemmeno sufficiente per valutare, fatta la diagnosi, se funzioni uno strumento terapeutico di qualsiasi genere esso sia” e, ancora, “il tempo di una visita psichiatrica nei Servizi territoriali mediamente non supera i 15 minuti”.

E se un ruolo determinante nella cura è da attribuire alle strutture sociali, a cominciare da quella familiare, per una cura che responsabilizzi tutti i cittadini indistintamente come soggetti che aspirano a vivere in comunità civili e pacificate, le fotografie della casa-famiglia raccontata da Basoccu sono testimonianza di tanta solitudine… che l’immagine di un tuffo al mare, qualche timido sorriso e i peluche appesi per le orecchie al filo per i panni non cancellano, e ci soffocano della più straziante delle tenerezze…
Il labirinto della vita, ci raccontano queste foto, può smarrirsi nelle lesioni di un vetro infranto, diventare un puzzle troppo difficile da risolvere, fermarsi in una stella da appendere in alto a destra, sulla trasparenza di una tenda…
Così, con passo felpato… scivoliamo nei corridoi, sbirciamo attraverso porte, cerchiamo di indovinare volti, quando nascosti dietro un velo, un lenzuolo, un gioco di mappamondo…

E attraversiamo la vita intima di una casa-famiglia che non riesce ad allontanare da chi vi abita il pensiero della prigione. Lo suggeriscono le scritte sui muri, le date scolorite, la solitudine delle parole, lo sguardo che cerca il mondo di qua dal vetro, i profili curvi di qua dalle inferriate di un balcone, che sono attesa del nulla… Lo suggerisce un mucchio di mozziconi di sigaretta che immagini con avidità fumate. Mozziconi di sigaretta, “code di comete spente”, le definisce Pey.
Una foto sorprende un disegno su una parete (un “affresco”, un graffito?) che più esplicito non potrebbe essere: le case hanno finestre di prigioni, un uomo guarda attraverso una grata, c’è un cane di guardia, un uccello tenta un volo… tutto è inferriate e catene e il centro del disegno è un lucchetto, che chiude il più grande dei cancelli, attraverso il quale solo un minuscolo uccello riesce a fuggire…

Non finiresti mai di sfogliarle queste immagini…
Un viso si nasconde dietro un grande quaderno a quadretti, aperto. Le pagine riempite fitte fitte da una scrittura in stampatello. Leggo distrattamente… poi una frase mi inchioda… riconosco i versi di Guccini… Eskimo, un canto che quelli della mia generazione sanno a memoria.. E il dolore dell’uomo che si nasconde dietro quelle pagine è il mio dolore…
“Non parlatemi, non salutate, non confessate// con il mio accendino darò fuoco al fuoco…” ancora un verso-commento di Pey.

La solitudine grida la sua accusa. E’ il dettaglio del piano di un tavolino su cui è poggiato, fra le tante cose, un biglietto: “io sto lottando fra la vita e la morte. Sono in uno stato di estrema stanchezza, la mia famiglia non si interessa a me. Mi hanno scaricato qui …. Io sono alla casa famiglia dal 30 marzo 2008… Io non voglio morire, voglio rendere testimonianza per chi non ha voce, per chi è stato abbandonato in queste strutture. I manicomi sono stati chiusi, ma in noi è rimasto il male di vivere…”

E come non condividere l’augurio che Vittorino Andreoli fa a Pietro Basoccu: poter entrare presto con la sua macchina fotografica nelle famiglie, “in quelle in cui un componente abbia sofferto di disturbo mentale e in cui, guarito, sia ritornato”.
“Nel labirinto della vita” è in questi giorni, e fino al 2 febbraio, in mostra a casa Lai, il museo comunale di Arzana, nel cuore dell’Ogliastra, la terra dove Pietro Basoccu vive. E noi speriamo che con le sue foto attraversi il mare, per portare in giro per il mondo il grido di tanto silenzio. Se, come scrive Pey, “le fotografie sono una verità sopra le nostre spalle che ci tocca la testa per farci voltare”.

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