domenica 24 marzo 2019

Atlante della sapienza rurale: della vite e dell’orizzonte

Dialoghi con Claudio, nella vigna del vermentino. Sapienza rurale e bruttezza del contemporaneo filotelevisivo nel sud della Sardegna. Casupole perfette e obbrobri giallini.

L’uomo che cammina a passo incerto sulla terra morbida della vigna ha più di ottanta anni. Con la mano callosa carezza i rami nodosi della vite, ne sceglie con cura uno e con le cesoie e la certezza nel cuore taglia. Io sono la vite e voi i tralci. E lui taglia. Osserva, valuta e taglia perché il vermentino del prossimo anno sia migliore, perché ciò che resta nei filari sia forte e vigoroso, possa portare frutti migliori. Uva destinata a essere vino.
Cammina tra i filari e toglie ciò che non serve. Questo è il tempo di rendere piccola la pianta, di ridurre lo spazio vitale al minimo.

Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto lo taglia e ogni tralcio che porta frutto lo pota perché porti più frutto…” [Giovanni 15, 1-8]

Claudio di cognome fa Montisci, è campidanese ma conosce questa terra palmo a palmo. Non gli servono studi o teorie scientifiche per capire che cosa serva. Quando gli chiedo come sceglie, risponde: perché così va fatto. Poi alza la testa e sorride, e il sorriso somiglia a una smorfia. Troppi scienziati in giro, sentenzia. Troppe persone che non conoscono la terra, non si sporcano le mani, non respirano nella vigna. Da cinquanta anni curo queste terre, aggiunge. Ma lavoro in vigna da più di sessanta. Io e mio padre in vigna, i miei fratelli studiavano.

C’è un senso speciale per interpretare le piante. Mi spiega dove tagliare e perché serve farlo, poi dove legare i tralci perché compongano la loro armonia.

Scavalca gli ostacoli con leggerezza. L’occhio si poggia sui lavori che sono stati fatti quando non c’era, quando era lontano, quando era malato. Un guizzo collega gli elementi, costruisce una geografia di sentimenti e ragione, di azione e riflessione. Da quando è sceso dalla macchina ha cominciato a camminare meglio, nelle sue vigne è ringiovanito di venti anni. La mano tocca l’alberello e il cuore si rafforza.

Emozionante seguire Claudio nei filari, ascoltare i suoi giudizi taglienti, osservarlo mentre strizza gli occhi e guarda lontano. Da questa parte c’è il vermentino, laggiù il carignano. E questa terra lavorata? Questa è del vicino, ci fa i carciofi. E si cammina, lungo traiettorie imprevedibili, lui davanti, io dietro. I piedi infangati, l’odore dell’erba bagnata, i fiori che spuntano lungo i filari. Ce ne sono di gialli, sono magnifici. Penso al mio amico Raffaele, che insegna geografia all’università e scherza sul fatto che siamo rurali, amiamo lo spirito rurale, ma non siamo mai stati contadini. Non conosciamo i fiori né riusciamo a parlare con le piante. Ci penso e gli do ragione. Tanta strada davanti a noi. Ma una certezza nel cuore: dalla spada affilata del conformismo ci salveranno la cura e l’attenzione per ciò che stiamo trascurando, per la sapienza che rischia di svanire, per la bellezza dell’insegnamento quando arriva misterioso e solenne dalla vita. Questo è lo spirito rurale. Nell’ascolto e nella sovversione.

Claudio avanza arzillo. Io riflettendo – vengo da una famiglia di contadini e scultori, c’è un sentire nascosto -, lui tagliando. L’orizzonte tra Villarios e Porto Botte è magnifico. Dove finiscono i filari inizia lo stagno. Poi una striscia di sabbia, quindi il mare. Tutto a un passo. Il sole che si tuffa nell’orizzonte in fondo alla linea del mare, la sabbia dove d’estate volano gli aquiloni, lo stagno, i tamerici, il lentisco, i cormorani e gli aironi, le coltivazioni, le casupole basse antiche, i fortini dai quali i soldati di chissà quale guerra facevano la guardia, osservavano in attesa del nemico pronto a sbarcare.

Nell’aia di una casupola rosa a un piano due ragazzini si rincorrono intorno a un trattore. Si fermano giusto il tempo per osservare i due viandanti che a passo sicuro tagliano il campo per tornare alla strada. Sembrano usciti da un libro di fotografie. Belli e lucenti, con i capelli corvini e lunghi. Lui si infila in un nascondiglio, lei che è più grande e ha occhi magnetici guarda ancora un po’ e poi si tuffa nell’inseguimento.

Claudio sta meglio. La campagna è la sua vita. Conosce le piante e conosce la terra. Ha una sapienza antica. Glielo dico e gli racconto di come vedo la vita. I suoi occhi sono chiari e distanti, la macchina sfreccia, la casa è vicino. Il sole scintilla sul mare. Il paesino, Villarios, osserva questa meraviglia e offre al dio del tempo il suo contributo di bruttezza assoluta, di colori fosforescenti insensibili e di architetture prive di amore. Biddiarriu c’è scritto all’ingresso. Ma è poco, troppo poco per mantenere salde le radici, per rendere fertili le conoscenze, per evitare che la devastazione cancelli questo spirito rurale indifeso, in balia dei senza-scrupolo. Penso sia davvero il tempo di riprendere il dialogo interrotto.

Lettera al cittadino che non comprende lo spirito rurale

L’arte dell’abitare: suolo, virtù rurale e lavoro

Potrebbe piacerti anche