mercoledì 23 gennaio 2019

Afghanistan, appunti di viaggio, quando l’impresa era arrivarci

Da oggi, altro spazio di ‘Terza pagina’ domenicale. RACCONTINI. Piccole cose che non possono pretendere il titolo impegnativo del ‘Racconto’. Anche solo storie vecchie ritrovate per caso, pensieri da proporre senza troppe pretese, giusto da domenica pomeriggio. Non tutte, speriamo, da buttare

Afghanistan, appunti di viaggio,
quando l’impresa era arrivarci

Ho frequentato l’Afghanistan per due soli mesi, a cavallo tra l’inizio dei bombardamenti americani e la conquista di Kabul, anno 2001. Percorso avventura dal Tagikistan lungo i territori dei mujadeddin-tagichi anti talebani-pashtun. Un vecchio Antonov russo preda di guerra per partire, e cinque giorni di piste impraticabili tra i passi dell’Hindukush per scendere alla valle del Panshir sino all’aeroporto di Bagram, l’ex base sovietica che era la prima linea alle porte di Kabul. Due mesi per un semplice assaggio di tante complessità, quando i soli occidentali evidenti per quelle piste eravamo noi giornalisti. L’Afghanistan l’ho quindi visto più in televisione che dal vivo, e la mia confusione in testa resta totale. In una sfida globale come quella in corso, il rischio di soffermarsi su un dettaglio e farsi sfuggire l’insieme, è moltiplicato per mille.

Ho vissuto con emozione la scoperta personale di un mondo ignoto, diciotto anni fa ormai, e non ho preteso di capire. Qualche intuizione, al massimo. Il resto è libri, giornali e televisione, e continuo a non capire. Non avevo capito la celebrazione della liberazione di Kabul attraverso il taglio delle barbe taleban e la dismissione dei burka femminili. “Non corrisponde con quello che ho visto io”, mi dicevo, “è una messa in scena”, ma tant’è, la verità Cnn, copiata dalle televisioni satelliti, è passata come l’immagine simbolo del primo tempo di questa nuova avventura guerresca. Noi occidentali abbiamo portato i nostri modelli di vita ed i nostri valori all’altro capo del mondo, ed e’ stata subito liberazione e modernità per quel popolo arretrato a selvaggio. Applausi.

Accade a volte, oggi sempre più spesso, che l’enfatizzazione strumentale attraverso i media, l’inganno a sostenere la causa nobile di un conflitto, diventi rapidamente un boomerang che ti torna addosso. Il racconto addomesticato forma l’opinione pubblica. L’opinione pubblica preme e condiziona le scelte della parte politica chiamata a decidere. La parte politica dispone della forza militare e ne ha il comando. La parte militare sa in quale realtà si trova impegnata, può spiegare, proporre e chiedere strumenti, ma sono i governi a decidere sulla base della convenienza politica del momento. Ed ecco che il cane arriva a mordersi la coda. L’enfasi di una vittoria scontata per la sproporzione delle risorse militari in campo, quando sta per trasformarsi in una fase politico-militare molto più complessa ed impegnativa, si affloscia nell’illusione della facile vittoria precedente. L’intelligence probabilmente qualche cosa di più sa, qualche cosa di diverso dice. E’ l’intelligenza strategica complessiva che manca.

Penso alla guerra “umanitaria” per il Kosovo, e penso ai due, tre pezzi per ogni edizione di telegiornale dedicati alle miserie del kosovaro albanese che era scacciato ed alla cattiveria del serbo che lo scacciava, e mi morde un sospetto. Verrebbe da pensare che anche le sofferenze degli innocenti, siano parte strategica nella conduzione della guerra, ed in qualche modo “appartengano”. Sospetto vi siano le sofferenze buone e quelle meno buone, vi siano le sofferenze che esaltano le motivazioni alte di una guerra, e quelle che testimoniano semplicemente delle sue conseguenze brutali. Le prime da esaltare, le seconde da nascondere. Effetti collaterali ad orologeria, insomma. Tema centrale su cui torneremo.

Data questa premessa come atto di scusa per le colpe del mio mestiere, entro in punta di piedi nella ricerca di colpe altrui, degli errori che, diciotto anni dopo, ci hanno portato alla situazione attuale, di cui già avete letto nelle analisi serie che precedono.
Prima considerazione. Quanto sapevamo noi occidentali dell’Afghanistan in cui ci stavamo cacciando? Sulla base di quali racconti, studi, analisi, rapporti di intelligence, gli Stati Uniti ed il blocco occidentale hanno programmato la fase successiva di caccia a Bin Laden e di democratizzazione e pacificazione dell’Afghanistan? Dati i risultati, il dubbio è legittimo. L’opinione personale è che il bisogno di vendetta dell’opinione pubblica americana, ampiamente coltivato dall’amministrazione Bush, abbia alla fine prevalso su qualsiasi valutazione tecnico-militare o di intelligence che predicasse la prudenza.

Ancora un passaggio di memoria personale per tentare un ragionamento. Cronaca dell’autunno 2001, tra le montagne dell’Hindukush e la valle del Panshir. «Un paese conteso fra popoli e fazioni, un campo di battaglia indefinito per affrontare un nemico sfuggente. Un paese attraversato da mille trincee e da nessun confine sicuro, dove tutto, soldi, armi, uomini o droga, da sempre entrano ed escono a piacimento. Abbiamo percorso da nord a sud tutta la parte di Afghanistan controllata dagli alleati mujaheddin. Un’avventura di settimane, misurata in pochi centimetri sulle mappe di questo paese immenso. L’Afghanistan è una sorta di magica macchina del tempo: più lo percorri al suo interno, più torni indietro nei secoli. Un paese che ignora in pratica cosa sia l’energia elettrica, un paese che non ha strade ma piste, un paese che si muove a dorso di asino o di cammello, un paese la cui gente contende alla sabbia ed ai sassi un campo arato con gli stessi strumenti di duemila anni addietro. Dalla capitale tajika Dushanbe, a Kabul saranno forse 800 chilometri, ma in mezzo ci sono gli ostacoli del mondo».

Conoscevamo allora e conosciamo oggi il campo di battaglia in cui siamo andati a cacciarci, i popoli, le fazioni interne tra loro e tutto il resto che, a naso del cronista, già ponevano dei dubbi su cosa sarebbe accaduto quando la guerra fosse scesa dal cielo alla terra? Dubbi d’allora che tanti anni dopo trovano drammatiche conferme. «Questione lontana, la nostra guerra occidentale, vista da qui. Ti guardi attorno e vedi soprattutto la guerra per il sopravvivere. Aratri di legno tirati da buoi a tracciare solchi che dovranno essere sempre difesi dalla polvere delle montagne e dei deserti. Un mondo che appare fatto di soli uomini, che vedi affollarsi lungo le strade e alle porte delle botteghe dei bazar. Un mondo che è portato sulle spalle da donne, a loro volta invisibili. Intravedi i loro burka bianchi o azzurri muoversi rapidamente da una porta ad un’altra, fantasmi chiusi nel bossolo di tradizione che non riesci a capire ma che devi rispettare. La società che ti accoglie, che ti è oggi alleata, a sua volta non capisce te. Ti guardi attorno ed hai paura del mondo selvaggio e stupefacente che ti circonda. In questa terra potrebbero restare nascosti mille Bin Laden per mille anni».

Bin Laden, ormai ucciso, resta sempre un fantasma. Facile rivendicare di avere previsto giusto quando i fatti ti hanno già dato ragione. Non è questo l’obiettivo. Si ripropone invece il quesito di chi e sulla base di quali valutazioni militari ha immaginato allora di poter portare a compimento la legittima sete di vendetta del popolo americano dopo il massacro dell’11 settembre. Chi e come e attraverso quali alleati interni, in un Paese anarchico dove la vita collettiva è regolata dagli antichi rapporti tribali, aveva pensato di condurre la sua caccia? Dove era andata a finire l’esperienza di chi, nell’Afghanistan occupato dalle truppe sovietiche, aveva fatto spionaggio e organizzato guerriglia. Aveva armato quegli stessi pashtun diventati ora talebani?

«Venti anni fa in Afghanistan, l’allora secondo esercito più potente del mondo, fu costretto alla ritirata da un pugno di montanari straccioni. Guardi gli scheletri di quegli elefanti di acciaio sovietici, e pensi ai pigmei mujaheddin che li hanno fermati con le loro cerbottane anticarro. Venti anni fa nei Balcani, il più potente esercito mai esistito, la Nato, impiegò tre mesi di bombardamenti col meglio della tecnologia di morte, per distruggere in tutto, 14 carri armati. Che guerra potrà essere dunque questa? Mesi di bombardamenti da settemila piedi di altezza, qualche decina di batterie taleban distrutte e disastrosi effetti collaterali, sotto forma di vittime civili? La sfida lanciata dal terrorismo è stata una mossa di lotta giapponese, ha usato la stessa forza dell’avversario, la sua tecnologia, per farlo cadere. Per l’occidente l’avventura di questa guerra indefinibile, è soltanto agli inizi, ma già pone un problema di fondo: la capacità americana di adattarsi ad un altro modello di guerra, rispetto a quelle previste, studiate e simulate all’accademia militare di Annapolis».

Troppe autocitazioni, anche se quelle cronache alcuni di voi le hanno viste, accompagnate da immagini sconvolgenti, sul Tg1 di allora. Lo sola considerazione utile che può venire da un non professionista di strategie internazionali quale io sono, è soltanto quella della elencazione dei dubbi. Perché la scelta, già allora, del molto discusso signore della guerra Karzai come l’uomo della normalizzazione occidentale del futuro nuovo Afghanistan? Chi decise allora che tutti i taleban, di tribù e provenienze regionali diverse, dovessero esseri considerati nemici da abbattere o da respingere verso il Pakistan, ad aprire un nuovo fronte di tensioni internazionali? Chi ha valutato le ragioni politiche e culturali che avevano consentito, anni prima, all’infima minoranza degli studenti coranici di diventare movimento nazionale ed esercito in grado di conquistare quasi tutto l’Afghanistan? Aver studiato il “prima” forse ci avrebbe risparmiato il loro ritorno oggi. Chi, in otto anni di “affiancamento” ha consentito allo stesso Karzai di gestire il potere interno come lo ha gestito? Eccetera eccetera.

Prima citavo il Kosovo e l’ex Jugoslavia non a caso. Guerre in casa europea attorno a cui s’è detto tutto e capito molto poco. La scelta dei “buoni” e dei “cattivi”, per cominciare. Chi ha scelto, chi non ha scelto e chi ha imposto. Certamente, ad inizio anni ’90, avevano scelto alcuni Stati europei per interessi di bottega, Germania, Francia per esempio, e non aveva potuto scegliere un’Europa come entità politica inconsistente e divisa. Alla fine scelsero per noi gli americani. I bombardamenti simbolici sulla Serbo-Bosnia di Karadzic a porre fine a quattro anni di massacri serviti, lettura maliziosa personale, a screditare definitivamente la credibilità dei Caschi blu Onu. Nel 1999 i bombardamenti Nato sulla Jugoslavia di Milosevic. Gli Stati Uniti scelgono gli amici in prospettiva strategica, vedi i croati a nord e o gli albanesi in chiave anti serba nei Balcani centrali. Il mondo eredita dei buoni molto discutibili e dei cattivi molto relativi.

Sempre Jugoslava l’ultima considerazione legata all’esperienza. I cosiddetti “effetti collaterali”. L’opzione militare dell’uso massiccio dei bombardamenti a sconvolgere il campo di battaglia e a ridurre i rischi per le successive operazioni di terra. Peccato che le bombe non siano affatto intelligenti come si racconta. L’opzione bombe la puoi anche tradurre nella moltiplicazione delle vittime civili per ottenere la riduzione delle perdite militari. Aritmetica di corto respiro. Comprensibile obiettivo per ogni esercito, ma non per la politica che ad esso deve sovrintendere. Lo abbiamo letto negli studi statunitensi che ci sono proposti da questa rivista. Ne stanno discutendo Casa Bianca e Pentagono in questi giorni. Effetto collaterale da leggere oltre la dimensione limitata delle vittime civili e delle distruzioni gratuite. L’effetto di moltiplicazione dell’odio e dell’ostilità che quelle bombe producono nei confronti dei tuoi militari sul campo. Villaggi, tribù, intere ragioni che si schierano con i tuoi nemici.

Ad insistere con le memorie personali, in assenza di miei elementi intelligenti di analisi, ancora un episodio “jugoslavo” e l’ultimo ritorno nel mio Afghanistan di tanti anni fa. Jugoslavia, anzi, già soltanto Serbia, 11 marzo 2001. Con un amico belgradese accanto, guardiamo il secondo aereo dirottato che penetra nella seconda torre gemella. Che sia terrorismo ora è lampante. Che stia cambiato il mondo, altrettanto. Poi le due torri si afflosciano su loro stesse. Groppo alla gola, emozione fortissima combattuta tra razionalità di valutazione ed orrore umano. L’amico serbo, due anni prima bersaglio di altri bombardamenti, persona sensibile, colta ed umanissima, dopo un lungo silenzio commenta tra se e se: “Effetti collaterali”. Agghiacciante quanto quello che stavo vedendo sul teleschermo. Le bombe colpiscono lontano ed i loro effetti durano a lungo. Anche con la corruttiva disumanità che esse producono.

 

 

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