mercoledì 23 gennaio 2019

Israele Libano Italia ed Hezbollah, memoria per ministri distratti

Filippo Landi, per tanti anni, corrispondente estero Rai dal Medio Oriente: due anni da Il Cairo e ben 11 da Gerusalemme. Un suo contributo su un tema chiave che accompagnerà questo 2019. Sperando che per Filippo e per Remocontro, questo contributo sia soltanto un inizio. E sperando che Salvini legga

Israele Libano Italia ed Hezbollah,
memoria per ministri distratti

La Vigilia di Natale, alle famiglie italiane impegnate tra il cenone ed i preparativi per andare alla messa di mezzanotte, la Rai offriva la possibilità di andare in un paese non proprio lontano: il Libano. Paese chiacchierato, anzi chiacchieratissimo in questi giorni dopo le parole pronunciate dal Ministro dell’Interno, Matteo Salvini.

Disceso da un elicottero israeliano che aveva sorvolato il confine tra Israele ed il Libano, il Ministro era stato categorico :“Sono appena stato ai confini nord col Libano, dove i terroristi islamici di Hezbollah scavano tunnel e armano missili per attaccare il baluardo della democrazia in questa regione”. In quella regione, per la precisione nel Libano del sud, da più di un decennio c’è anche un corposo contingente militare dell’Italia, sotto la bandiera delle Nazioni Unite.

Quei soldati, la nostra Rai con la benedizione del Ministero della Difesa italiano, ha voluto far vedere, proprio la notte di Natale. A far da Cicerone, il trio di musicisti e cantanti che formano il gruppo ben noto de Il Volo.
ùEbbene un membro del gruppo, tra le tante cose, commentava stupito l’esibizione di un coro di bambini libanesi: “Oggi abbiamo cantato con i bambini una canzone di Natale, però ancor più bello è stato sentirli cantare in italiano”.

E’ stato questo commento che mi ha ricordato la storia di un altro bambino, cresciuto anche lui in Libano, ma alla periferia di Beirut negli anni ’80, segnati dalla guerra civile tra milizie libanesi contrapposte e dall’invasione dell’esercito israeliano guidato dal generale Sharon; dai massacri di cristiani, musulmani e palestinesi, come nel campo profughi di Sabra e Shatila.
Quel bambino io lo incontrai nell’estate del 1996, quando ormai era diventato già un uomo. Faccio un passo indietro. In quell’estate si consumava l’ennesima guerra tra Israele e il Libano.

L’uccisione di alcuni soldati israeliani nel Libano meridionale occupato dall’esercito di Tel Aviv, da parte di un gruppo di miliziani Hezbollah, scatenò una grande rappresaglia israeliana aerea e terrestre, che coinvolse tutto il Libano. Quello meridionale venne completamente invaso dai carri armati e dalle truppe di Tel Aviv, tutto il resto del paese sottoposto a pesanti bombardamenti aerei, a cominciare dai quartieri a maggioranza sciita di Beirut dove le milizie degli Hezbollah avevano anche il loro quartiere generale.

Quartieri invalicabili per i giornalisti, senza il consenso degli Hezblollah. Per questo, in attesa dei permessi richiesti, decidemmo con l’operatore Franco Stampacchia di fermarci all’estremo margine della zona “controllata” dagli Hezbollah per girare poche immagini di colore, il traffico delle auto e il camminare della gente su un marciapiede. Quelle immagini (niente di militare per intenderci) sarebbero state comunque utili, parlando delle zone di Beirut dove i musulmani sciiti sono maggioranza.

Calcolo errato, il nostro. A qualcuno quelle immagini preoccupavano e la nostra presenza ci faceva sembrare spie travestite da giornalisti. In pochi secondi, io e l’operatore, Franco Stampacchia, fummo circondati, letteralmente sollevati da terra, separati, poi caricati in auto diverse. Completamente spogliati delle nostre borse e dei nostri documenti. Brutta, anzi pessima sensazione.
Il percorso in auto fu breve. L’attesa in una stanza, al piano terra di un palazzo, assai più lunga. Non potrò mai dimenticare quando vidi aprirsi la porta e il mio sguardo incontrò il volto, incorniciato da una folta e ben curata barba nera, di un giovane dall’aspetto autorevole e ben vestito. In mano, lo notai subito aveva i nostri due passaporti.

Ricordo anche, molto bene, le sue prime parole, pronunciate in un inglese corretto: ”perché non avete detto, subito, che eravate italiani, due giornalisti italiani?”
Non ebbi il tempo di rispondere che nessuno ci aveva concesso la facoltà di parlare e di spiegare. Il mio giovane interlocutore aveva già messo nelle nostre rispettive mani i passaporti. Poi ribadì: “Per noi gli italiani sono amici. Perché così si sono sempre comportati, qui a Beirut.”
Ci fu il tempo per altre parole, segnate dal rispetto e dall’amicizia, e per l’immancabile tè. Il nostro incontro non terminò quando i bicchieri furono vuoti. Avremmo voluto andar via, ma il giovane ufficiale degli Hezbollah ci disse che voleva farci vedere un luogo, che sarebbe servito a noi per capire meglio le sue parole.

Salimmo nuovamente in auto, non più separati e con tutte le nostre cose. Andammo verso il mare. Davanti ad uno spiazzo vuoto e brullo, le auto si fermarono. Fummo invitati a scendere. “Qui, nel 1982 e per tre anni, i vostri militari avevano l’ospedale da campo. Non solo per curare i soldati – precisò immediatamente- ma era aperto anche a noi. Ero un bambino e qui mio padre mi portò per essere curato, per una malattia che non si riusciva a debellare. Io a quei militari devo la vita.”
Il comandante di quei soldati era il colonnello, poi generale, Franco Angioni. Nei giorni scorsi a commento delle parole del ministro Salvini aveva detto: ”un politico deve pesare le parole…L’Italia ha sempre cercato di mantenere l’equidistanza tra le parti in causa.”

Per i militari italiani a Beirut questo non volle dire comportarsi come Pilato o chiudere gli occhi davanti alle prevaricazioni delle parti in causa. Al contrario. Quel contingente di soldati italiani, giunti dall’Europa cristiana, dimostrò sin dal primo giorno di permanenza a Beirut cosa volesse dire “equidistanza”. Lo capirono bene i miliziani falangisti cristiani quando, di fronte al loro rifiuto arrogante di non mostrare le proprie armi nella zona della città sotto controllo italiano, furono fermati e disarmati. Un gesto di “equidistanza” che impressionò le milizie sciite, che accettarono le richieste del comandante italiano.

Il rispetto e l’autorevolezza di cui hanno goduto gli italiani in Libano nasce da questi comportamenti. Anche un canto di Natale, pronunciato con parole italiane, ha le sue lontane radici in quella serietà e in quella coerenza. Valevano negli ’80 e valgono ancor oggi. Per questo “un politico deve pesare le parole”.
Altrimenti significa schierare i nostri soldati solo dalla parte dei più forti. In questo caso verremmo trattati come militari occupanti e non basterà la bandiera dell’Onu a farci da scudo.

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