domenica 18 Agosto 2019

Imre Nagy e Orban, un po’ di storia contro l’autoritarismo ignorante

Se Orban rinnega gli eroi della rivoluzione ungherese….
-Il premier sovranista, eurofobo e dal manganello facile, ha fatto rimuovere la statua di Imre Nagy, eroe nazionale, tacciato di essere un comunista della peggiore specie.

Se Orban rinnega gli eroi della rivoluzione ungherese…

Imre Nagy e Orban, un po’ di storia contro l’autoritarismo ignorante
Questa volta Viktor Orban, padre-padrone della politica magiara, l’ha fatta grossa: si è messo la storia sotto i piedi. Ha ordinato di rimuovere la statua di Imre Nagy, il Presidente del Consiglio ungherese che, nel 1956, osò contrapporsi alle direttive politiche ed economiche che arrivavano dal Cremlino. Nagy, la cui reazione diede fuoco alle polveri della rivolta di Budapest, pagò con la vita la sua insubordinazione. I sovietici, infatti, lo impiccarono due anni dopo. L’attuale premier magiaro, per giustificare la sua decisione, ritenuta “blasfema” da molti storici e dalle stesse opposizioni, ha fatto sapere che Nagy “era un comunista della peggiore specie” e che “aveva collaborato col KGB russo”.

Come motivazione, la sparata di Orban, notissimo sovranista eurofobo, lascia il tempo che trova. Vorremmo vedere chi poteva essere al potere nell’Europa Orientale post-Yalta senza essere comunista. Nagy, allo stesso modo del polacco Gomulka, tanto per fare un altro notissimo esempio, e come Tito e Milovan Gilas in Jugoslavia, aveva cercato di “mediare” tra le cervellotiche politiche economiche centralistiche elaborate a Mosca, e le istanze nazionali magiare, dove c’era una vecchia tradizione imprenditoriale e di mercato. La morte di Stalin nel 1953 aveva scatenato le prime fibrillazioni in Germania Orientale e nella stessa Polonia.

I tre anni successivi, durante i quali il potere sovietico cercò nuovi equilibri fino al XX Congresso, furono di grande confusione, politica e ideologica. Fino all’affermazione di Kruscev, il cui discorso dalla massima tribuna del Pcus provocò grandissime (e fallaci) aspettative. Al Cremlino cambiarono i musicanti, ma lo spartito, però, rimase loi stesso. Certo, non con le stesse asprezze del periodo stalinista, ma con uguale determinazione nel tenere dritta la barra sovieto-centrica. Chi sperava, in Europa Orientale, di potere imprimere una via nazionale ai vari movimenti comunisti si sbagliava.

Imre Nagy

Il problema di fondo non era solo la contrapposizione ideologica tra i due blocchi, ma anche e soprattutto la necessità di adeguare le politiche economiche dei vari “satelliti” alle esigenze dell’Urss. Una sorta di vero e proprio imperialismo delle ferriere, dove, accanto alle esigenze militari, crescevano e si affermavano le necessità sovietiche di controllare e condizionare i sistemi produttivi e distributivi degli “alleati”. Cercare un posto al sole in queste condizioni era molto pericoloso. Anzi, mortale. La Polonia fu a un pelo dall’essere invasa per le idee ritenute troppo “riformiste” di Gomulka. L’Ungheria seguì la sua strada, pensando di poter conciliare il diavolo e l’acqua santa. Ma sbagliò i suoi calcoli.

E l’atteggiamento di sfida dei comunisti riformisti magiari nei confronti del Pcus finì per alimentare nella popolazione aspettative ed entusiasmi che sfociarono, giorno dopo giorno, in aperta rivolta. L’intellighentsia del partito e i militari come Pal Maleter sperarono di trovare a Mosca una sponda che non ci fu. E non ci poteva essere. Come sarebbe stato per i cechi , successivamente, ai tempi di Dubcek e Ota Sik, che avevano pensato di trovare sostenitori nelle fazioni del Pcus che si rifacevano a Kosygin. La richiesta di uscire dal Patto di Varsavia fu l’inizio della fine per l’Ungheria e scatenò l’invasione sovietica.
Oggi Orban dissacra il ricordo di un manipolo di eroi, che avevano solo sperato di poter dare al marxismo un’impronta nazionale e rispettosa della volontà e delle sacrosante aspirazioni di ogni popolo.

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