lunedì 27 maggio 2019

Perché nelle guerre in Afghanistan alla fine tutti costretti a scappare?

Il «grande gioco» del XIX secolo e l’Afghanistan imprendibile prima dei nani odierni.
Un territorio enorme tra l’Himalaya, la Cina e l’ex Unione sovietica, crocevia strategico del’Asia centrale a partire da un certo Alessandro Magno che ebbe l’intelligenza di attraversarlo e poi andarsene per non dover fare i conti con le decine di popoli che lo vivono e spesso se lo contendono.
-A conquistare veramente l’Afganistan, fu solo Gengis Kan, ma quell’inizio del 1200 era altra cosa.
-Subito alla fine del ‘900. Solo 33 milioni di abitanti per un territorio immenso ma molto impervio. Religione prevalente musulmana sunnita. Le lingue ufficiali sono il pashtu e il dari. Pashtu, lingua iranica parlata in Pakistan, e il dari, versione locale del farsi persiano-iraniano.
-I popoli più numerosi (censimenti molto relativi): pashtun: 36% (popolo indoeuropeo maggioritario); tagiki: 27% (stirpe iranica); hazara: 15% (prevalenti nella regione montuosa dell’Afghanistan centrale); uzbechi: 9% (gruppo etnico di origine turca); aimak: 4% (popolazione di lingua persiana); turkmeni: 3% (altra stirpe turca); baluchi: 2% (popolo iranico delle montagne); altri: 4% (tra cui nomadi Kuchi).

La regina sbigottita

Perché nelle guerre in Afghanistan alla fine tutti costretti a scappare?
Si racconta che quando giunsero a Londra i dispacci che annunciavano la drammatica conclusione della prima guerra anglo-afghana, nessuno del governo ebbe il coraggio di dirlo alla regina Vittoria che venne a saperlo casualmente dalla gaffe di un dignitario di corte: nel gennaio 1842 le truppe inglesi avevano infatti subito una cocente ed umiliante sconfitta che aveva coinvolto non solo le truppe, ma anche migliaia di cittadini britannici costretti ad evacuare la città di Kabul in pieno inverno, a piedi e con pochi carri, scarsi viveri e poco equipaggiamento. Dopo aver occupato Kabul e messo sul trono un personaggio gradito a loro, gli inglesi erano stati letteralmente travolti da una rivolta popolare che li aveva ricacciati verso l’India dalla quale baldanzosi erano partiti mesi e mesi prima. L’armata dell’Indo – che aveva assunto questo nome altisonante nell’auspicio di grandi conquiste come quelle di Alessandro il Grande – fu costretta insomma a tornare sui suoi passi e per un certo periodo l’Inghilterra rinunciò al controllo degli spazi dell’Asia centrale contesi con l’impero russo.

Il ‘grande gioco’

I conflitti però non cessarono perché tra i due imperi scoppiò la guerra di Crimea e in India, nel 1857, scoppiò anche una rivolta tra le truppe coloniali che fu duramente repressa: rinunciare all’Afghanistan e alla sua posizione strategica era però fuori discussione, tanto più che i russi avevano occupato la città tartara di Taskent e proteggevano lo stato persiano a condizione che collaborasse nel fermare gli inglesi. Date queste premesse scoppiò una seconda guerra anglo-afghana (1883-1884) che si concluse però in maniera meno drammatica della prima. Abdur Raman Kahn, emiro dell’Afghanistan, nonostante non fosse stato sconfitto sul campo, accettò un compromesso onorevole con gli inglesi: la sua politica estera sarebbe stata ‘suggerita’ da Londra, ma sul piano interno fu libero di rafforzarsi senza eccessive ingerenze. Soprattutto – cosa più importante – inglesi e russi si accordarono direttamente sui confini afghani fissandoli lungo il fiume Amu Darya, anche se per decenni ‘strani’ esploratori curiosi e mercanti girovaghi continuarono ad aggirarsi tra le vallate per rilevare il terreno e disegnare mappe accurate. Il ‘grande gioco’ era insomma nel suo pieno svolgimento.

Occupazione e ritiro sovietico

Solo poco prima dello scoppio della Prima guerra mondiale, di fronte alla normalizzazione delle relazioni tra impero russo e impero inglese, il ‘grande gioco’ si fermò e dall’altra parte l’impero russo cessò anche di esistere nel 1917 mentre la Raf nella terza guerra anglo-afghana (1919) si illuse di aver domato gli irriducibili con i bombardamenti aerei. La scomparsa di uno dei giocatori non scalfì però l’alto valore strategico e geopolitico dell’Afghanistan che continuò ad interessare sia i russi, che le nazioni eredi dell’impero delle Indie (India e Pakistan) alle quali si aggiunse la Cina, potenza da poco rinata sul piano internazionale. La vicenda dell’occupazione sovietica, che iniziò esattamente trentanove anni fa, nella notte del 24 dicembre 1979, è ormai storia recente, quasi cronaca, e dopo le campagne inglesi dell’Ottocento fu un altro fallimento militare. Dopo anni di combattimenti e atrocità di ogni sorta anche i sovietici furono costretti a ritirarsi sull’altra sponda dell’Amu Darya nel febbraio 1989: anche se l’operazione si svolse con ordine, i combattimenti di retroguardia costarono all’Armata rossa – incalzata comunque dai guerriglieri – circa cinquecento morti.

Un esito scontato dopo due secoli di guerre?

Dopo due secoli di guerre nelle quali sono stati sempre coinvolti potenti eserciti, sembra che alla fine anche questa volta i guerriglieri afghani abbiano dato parecchio filo da torcere o almeno abbiano costretto a riflettere sul senso stesso dell’arte della guerra. Gli inglesi del XIX secolo appresero dure lezioni sulle guerre coloniali e per un secolo continuarono a dominare un grande impero; i russi compresero che le guerre combattute con i mezzi meccanizzati adatti al teatro europeo non potevano funzionare ovunque, ma nel frattempo scomparve anche l’Unione Sovietica. Viene spontaneo ora chiedersi quale sia il significato della nuova esperienza maturata, visto che una svolta importante nel ‘grande gioco’ per il dominio dell’Asia centrale sembra vicina e forse ci sorprenderà.

I nomadi Kuchi: in Afghanistan mai fermarsi

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