domenica 24 marzo 2019

I manganelli sui sogni dei migranti tra Bosnia e Croazia

Braccia e gambe doloranti, con lividi visibili sotto vestiti e coperte, documenta Federica Iezzi sul Manifesto. Preda di sbirri violenti eredi degli Ustascia e della fallimentare politica europea sui diritti dei rifugiati, nelle fredde colline boscose del confine nord-occidentale della Bosnia con la Croazia.
– Quelli che vediamo nella foto sono fortunati, individuati e alle prese con poliziotti bosniaci che i manganelli li minacciano soltanto.

I manganelli sui sogni dei migranti

La Croazia non gode di una gran storia di democrazia, almeno in tempi relativamente recenti. Né prima della Jugoslavia, col regime fascista Ustascia alleato coi nazisti e con Mussolini, né dopo, sempre contro la Jugo-Serbia in conto tedesco e a colpi di marco e altro. Dal 2105, ci viene ricordato, è governata dall’Unione Democratica Croata, partito nazionalista nello stato dell’Unione europea (i soli ex jugoslavi), che onora i criminali di guerra condannati del tribunale internazionale per la pulizia etnica durante il conflitto degli anni ’90, e che ha nascosto se non addirittura santificato molti crimini del regime fantoccio nazista croato, durante la seconda guerra mondiale. Il Paese sta ora spingendo per l’ammissione nella zona Schengen, e cerca di dimostrare di poter mantenere le sue frontiere sicure, pestando a più non posso chi cerca di violarle.

Il reportage di Federica Iezzi sul Manifesto. Ideologico? No, cronistico. Sempre più numerose le denunce per violenze e furti da parte delle forze dell’ordine croate, durante le espulsioni sommarie dal Paese. Il Ministero dell’Interno croato respinge con fermezza ogni accusa, e si nasconde dietro il dito Ue: “Adottare tutte le necessarie misure legislative e amministrative interne, per contrastare i movimenti migratori”. Il prossimo giro a colpi di mitraglia? I funzionari dell’Unione europea, pur richiedendo controlli di frontiera più rigorosi, chiedono in realtà un trattamento umanitario verso migranti e rifugiati, ma forse gli sbirri al confine con la Bosnia da cui respingono i poveracci, non hanno ancora completato la lettura dell’ultima mezza riga.

Nel frattempo, migliaia di migranti rimangono imbottigliati dentro e intorno alla cittadina nord-occidentale bosniaca di Bihac, memoria di guerra nei Balcani anni 92-95, cosa per pochi ormai. Fino a 200 i migranti che continuano ad arrivare ogni giorno nell’area di Bihac. Secondo i dati di Croce e Mezzaluna Rossa, nel 2018 la sola Bosnia ha registrato l’ingresso di oltre 27.000 rifugiati e migranti, molti dei quali provenienti da Afghanistan, Iraq, Iran, Siria, Pakistan, Yemen, Africa del nord. Fino al 2015 e per due anni il Paese di passaggio era la Serbia, principale punto di partenza verso gli stati dell’Unione europea, per chi attraversava la rotta balcanica senza visto d’ingresso. Dal 2015 il confine con l’Ungheria è stato sigillato da una recinzione, e ora la strada della disperazione ha virato verso la Bosnia.

In queste ultime settimane una coltre spessa di neve nasconde case, strade e montagne. E prima ancora, percorsi e racconti da brivido nei -9 gradi della Bosnia. Fuga da un qualche villaggio perso nell’Afhanistan, fino a Kabul, poi Nimroz, al confine con Iran e Pakistan, e poi il confine con la Turchia, lago di Van. A piedi fino ad Edirne, al confine con la Grecia. Il passaggio in Macedonia, fino alla cittadina di Lojane, ricettacolo di trafficanti e di corruzione. Per un anno rimbalzati da un campo rifugiati all’altro in Serbia. Dalla Serbia alla Bosnia, l’ultimo ostacolo è la città di Zvornik, sulle rive del fiume Drina, quello del romanzo del premio nobel Ivo Andric. Niente ‘Ponte sulla Drina: qui la poesia se n’è andata da un pezzo. Per i banditi (in borghese e in divisa) 4.000 euro per raggiungere Trieste o Milano, e senza botte.

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