Ungheria. Il 16 dicembre scorso, a Budapest, un corteo di circa 10mila persone si è diretto verso la sede della televisione nazionale Mtva, la loro Rai, per protestare contro quella che è stata definita “legge schiavitù” (la possibilità per i datori di lavoro di chiedere centinaia di ore di straordinari pagabili solo dopo alcuni anni). Operai, sindacalisti e studenti fermati ldal classico schieramento di agenti antisommossa. La loro richiesta -bestemmia!- era stata quella di far leggere in tv, da parte di una delegazione di parlamentari dell’opposizione, le loro osservazioni critiche contro il provvedimento voluto dal governo ungherese di Viktor Orban, la ‘Vistatura’, la dittatura personale di Victor.
La voce dell’opposizione, nonostante le dimostrazioni continuino attualmente, è stata dunque silenziata, almeno dagli organi ufficiali e sotto il controllo governativo (ma stragrande maggioranza). Ma presto sarà peggio, perché il controllo dell’informazione (qualche venticello anche italiano), caro a ogni regime autoritario, sta assumendo una forma ancora più preoccupante. Ad una velocità che sembrava impensabile solo quest’estate, si è costituito un agglomerato di media che rischiano di mettere a tacere ogni voce indipendente in Ungheria. Il mostro che è stato partorito si chiama “Central European Press and Media Foundation (Cepmf)”.
Dieci editori, fra i più grandi nel paese magiaro, hanno dato vita ad un gruppo che riunisce 480 testate (giornali, radio, portali web, televisioni). La particolarità è che tutti questi media sono favorevoli alla linea politica di Orban. Ufficialmente, anche se sembra difficile da credere, gli editori hanno donato spontaneamente le singole testate. Il nuovo colosso è formato da imprenditori che con ogni probabilità tentano di mantenere il predominio economico nel campo dell’informazione visto che si sono ripetuti, nell’ultimo anno, casi di emittenti e giornali indipendenti chiusi dal governo.
Trombettieri di Stato, e morte degli avversari per soffocamento. Ha chiuso ad esempio il quotidiano Magyar Nemszet, l’emittente radiofonica Lanchid Radio, così come il settimanale Vasarnapi Hirek ha bloccato le rotative per divenire un semplice inserto di un quotidiano schierato con il regime, la Nepszava. Una pratica, quella di fusioni improvvise e acquisizioni massicce, rappresenta il modo più facile in cui si maschera la fine delle voci più critiche.
Anche la “ragione sociale” del Cepmf lascia intendere quelle che sono le intenzioni di Orban. Il conglomerato mediatico infatti nasce come fondazione no profit che deve “promuovere una discussione pubblica ispirata ai valori nazionali”, una dichiarazione d’intenti in salsa sovranista, rinforzata dal direttore della fondazione Gábor Liszkay, già pasdaran del governo e a capo del giornale Magyar Idok.
Non solo stampa plaudente, ma anche cantori d’assalto ben protetti e garantiti. Orban ha potuto affrontare la questione della concentrazione di media disponendo di un potere quasi incontrastato. La Central european press and media fundation è infatti stata dichiarata “struttura di interesse nazionale”, questo per metterla al riparo dai rilievi che avrebbe potuto sollevare l’Antitrust ungherese, per qualche flebile voce di critica democratica che ancora si leva dal suo interno. Eppure il panorama mediatico magiaro è abbastanza chiaro: a favore del governo guidato dal partito Fidesz esistono circa 500 tra giornali, siti, tv e radio. Tutti guidati da imprenditori filogovernativi che fanno capo fondamentalmente a tre gruppi, Mediaworks, Opimus Press e Russmedia.
La nascita del mostro mediatico è oggetto delle proteste dei sindacati dei giornalisti che denunciano il gravissimo restringimento degli spazi di libertà soprattutto in vista delle elezioni europee 2019. Come sottolinea la rivista on line Eastwest, da Bruxelles non è ancora arrivata una reazione al progetto ungherese, ai fatti ungheresi di controllo dell’informazione, salvo uno striminzito report del parlamento europeo nel quale si sottolinea la pluriennale difficoltà di interagire con Orban in materia di libertà di stampa.
Per finire, escalation del peggio, alcuni dati di ciò che sta succedendo: rapporto di Reporters sans Frontiers, Ungheria al settantatresimo gradino nella classifica del diritto all’informazione. Un calo di cinquanta posizioni rispetto al 2010, cioè da quando Viktor Orban (modello politico molto amato da alcuni anche in Italia), prese la guida del governo. Commento di Reporters sans frontieres: «la fusione di così tanti gruppi editoriali favorevoli ad un unico partito non si vedeva in Ungheria dai tempi del comunismo ed è senza precedenti in Europa».
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