sabato 17 Agosto 2019

Ungheria, autoritarismi di ritorno: la «Victatura» di Victor Orban

Ungheria, la protesta non si ferma e il governo non cede.
-La riforma del lavoro porta in piazza, ormai da giorni, studenti, sindacati, opposizione (e perfino qualcuno di Jobbik): «Abbiamo conosciuto il regime, ora ci stiamo riavvicinando a quella realtà».
-E l’autoritarismo di Victor Orban già diventa una ‘victatura’.

L’autoritarismo di Victor Orban
cerca di imporre una ‘Victatura’

In Ungheria la memoria dell’autoritarismo dittatoriale, allora il comunismo sovietico, è ancora sulla pelle di molti e nella memoria dei più, e quando la cosiddetta «Democrazia illiberale» contata da Victor Orban ed applicata da leggi autoritarie senza opposizione parlamentare adeguata, allora anche nella conservatrice e ancora un po’ asburgica Ungheria, scatta la paura. «Per gli orbaniani, i manifestanti che da giorni protestano contro il governo e la sua riforma del lavoro non sono altro che provocatori ispirati da George Soros. Provocatori e vandali che hanno come unico scopo quello di far danni e turbare la quiete pubblica», scrive l’amico Massimo Congiu da Budapest «Gli interessati rispondono che c’è poco da stare quieti con quello che succede nel paese da quando Viktor Orbán è al potere».

Non mollare la presa

I sostenitori di questa lunga protesta non sembrano affatto intenzionati a mollare. Una ormai desueta alleanza studenti-lavoratori che si rinnova dopo decenni e loro assieme, lavoratori e studenti, con qualche sigla sindacale accanto, e persino qualche esponente politico e deputato. Un Paese quasi anestetizzato che sembra voler uscire dal letargo del consenso gratuito e scontato. Per loro, lunedì mattina, la manifestazione alla Rai magiara, totale controllo governativo, per poter spiegare le cinque ragioni della loro protesta. Una rapida e ‘decisa’ cacciata fuori del ‘Viale Mazzini 14’ di Budapest (vedi le immagini sotto). Quasi che il concetto di pluralismo sia bestemmia a quasi ‘antistato’.

Le ragioni delle proteste

Le rivendicazioni dei manifestanti, su tre temi cruciali: 1) la cancellazione degli straordinari, obbligatori, quasi illimitati, e pagati a loro comodo; 2) la libertà di stampa (subito assaporata alla tv pubblica) ormai generalmente plaudente o strangolata; 3) Tribunale speciali, marcia indietro del governo rispetto alla legge che prevede l’istituzione di tribunali speciali presieduti da giudici fedeli all’esecutivo. Si tratta di corti destinate a giudicare i reati contro lo Stato. E qui torna utile la bistrattata Europa come garanzia da sovranisti sovra eccitati, con la richiesta di adesione del Paese alla Procura europea. Dalle parti di Bruxelles saranno pure degli euro burocrati, ma valgono le regole.

Il governo non vuole cedere

«Quando la dittatura è un dato di fatto è necessaria la rivoluzione», si leggeva su un cartello alla manifestazione di sindacati e lavoratori, scrive Congiu sul Manifesto. Nessuna rivoluzione in vista, da quella parti. Non è questa l’aria che si respira in questa fase politica in Europa e nel mondo. Ma la rabbia popolare ha da sempre, strami modi di orientarsi, e nonostante Facebook e i social -effetto imitazione- non valgono modelli o colori di Gilet, gialli a Parigi e piumini da gelo a Budapest. E l’Ungheria dei diffusi consensi conservatori, scopre di aver una parte di paese che esprime un chiaro dissenso. Ed era da tempo, troppo forse, «che non si assisteva da queste parti a una mobilitazione quotidiana».

Chi sono e cosa vogliono

Non eiste un programma politico preciso, in compenso li accomuna la voglia di voltar pagina e vivere in un paese diverso. «In un paese democratico legato ai valori europei», dicono gli universitari e riferisce Massimo Congiu. «Molti qui hanno la sensazione che, con la legge sugli straordinari, si sia arrivati alla classica goccia che fa traboccare il vaso. Così hanno fatto impressione le immagini dei deputati dell’opposizione cacciati dalla tv con maniere forti, quelle dei buttafuori«». Loro, i deputati, hanno promesso battaglia legale in quanto sottolineano il fatto che, per il loro status, nessuno può mandarli via dalle sedi di istituzioni pubbliche. Attori noti in come Róbert Koltai e un’attrice conosciuta anche all’estero, come Mária Törocsik: «Abbiamo conosciuto il regime, ora ci stiamo riavvicinando a quella realtà».

LA CACCIATA DALLA TV DI STATO 

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