sabato 25 maggio 2019

2018, anno nero per i giornalisti: 80 morti non solo per guerre

Il primato delle vittime lo detiene di nuovo l’Afghanistan: 15 morti solo quest’anno.
-E’ il bilancio annuale di Reporters sans frontières, organizzazione che promuove e difende la libertà di informazione e la libertà di stampa.
-Da Khashoggi al nostro Antonio Megalizzi a Strasburgo.

Giornalismo scomodo
da sempre il bersaglio

2018, anno nero per i giornalisti
Giornalisti bersaglio, e spesso siamo anche innocenti. Auto ironia rispetto a dati che minacciano il diritto di tutti noi ed essere informati correttamente. Il diritto alla libera informazione che è anche diritto alla vita per chi l’informazione la fa, quella sul serio, professionale ed onesta (l’obiettività è virtù teologica, l’onestà un dovere). Di colleghi impegnati sul fronte dell’onestà, ne sono stati uccisi 80 in giro per il mondo.


L’anno scorso hanno perso la vita 65 giornalisti, uccisi nell’esercizio della professione. Tra le vittime di quest’anno, 63 giornalisti professionisti, con un incremento del 15%, 13 giornalisti non professionisti (dato puramente formale, e il giovane Antonio Megalizzi ucciso a Strasburgo, ‘pubblicista’ ad onorem post mortem), e quattro collaboratori dei media, ha spiegato l’Ong di Parigi. Oltre le forme, la sostanza di 80 vite

In totale – secondo Rsf – più di 700 giornalisti professionisti sono stati uccisi negli ultimi dieci anni. Oltre la metà dei reporter sono stati “deliberatamente presi di mira e assassinati”, ‘bersagli politici’ come l’editorialista saudita Jamal Khashoggi, ucciso il 2 ottobre scorso all’interno del consolato di Riad a Istanbul. E come il giornalista slovacco, Jan Kuciak, trucidato nella sua abitazione il 21 febbraio scorso.

«L’odio verso i giornalisti, dichiarato e sostenuto da leader politici, religiosi o uomini d’affari senza scrupoli ha conseguenze drammatiche sul terreno, e si traduce in un aumento preoccupante delle violazioni», avverte Christophe Deloire, segretario generale di Rsf, che mette sotto accusa anche i social. «Sentimenti di odio legittimano la violenza e indeboliscono, ogni giorno di più, il giornalismo e con esso la democrazia».

L’inferno dei reporter è di nuovo l’Afghanistan dove qualcuno, dagli Usa, ci aveva detto di guerra finita: nel 2018 vi hanno perso la vita 15 giornalisti, nove solo nel doppio attacco del 30 aprile con gli operatori dell’informazione bersaglio diretto. Seguono Siria, settenale di guerra, con un 11 morti, Messico (9), India (6) e Stati Uniti (6 morti, di 4 nell’attacco alla redazione di Capitolo Gazette del Maryland). Follie varie.

Nel 2018 è aumentato anche il numero di giornalisti detenuti (non per reati comuni, sia chiaro): sono 348 (nel 2017 erano 326). Oltre la metà dei reporter in prigione si trova in cinque Paesi: Iran, Arabia Saudita, Egitto, Turchia e Cina. Poi ci sono i problemi di ‘repressione democratica’, leggi o proposte di legge che minacciano sul piano normativo o finanziario il pluralismo delle voci, e sta accadendo anche in Italia.

 

Potrebbe piacerti anche