mercoledì 23 gennaio 2019

Debito di bilancio Italia e Francia, arbitro Europa cornuto?

La Cattiva Commissione Europea che sul debito farebbe favori alla Francia (al 3%), mentre si dimostra inflessibile con l’Italia al 2% o lì attorno? Chi dà i numeri, chi conta frottole, come si calcola il debito, soprattutto chi e cosa stabilisce la credibilità del debitore
-Sul debito italiano e sullo spread che sale e mangia i nostri risparmi, è ‘cornuto’ l’arbitro o è la nostra squadra che gioca fallosamente?

Debito contro ricchezza

Debito di bilancio Italia e Francia, arbitro Europa cornuto?
C’è ancora qualcuno, in giro, che si ostina a puntare il dito contro la Commissione europea perché accetterebbe lo sforamento del deficit della Francia, mentre si dimostra inflessibile con l’Italia. La questione è mal posta. Le due realtà non sono confrontabili, per diversi motivi. Parliamo, intanto, di due sistemi economici ben diversi: la Francia prevede un incremento del Pil dell’1,6%, ha una disoccupazione al 9%, investimenti in crescita, un rapporto debito/pil al 98,5%; l’Italia viaggia con un Pil intorno all’1%, disoccupazione al 10,4%, investimenti che stentano, rapporto debito/pil intorno al 130%. Cifre sterili, è vero, che niente dicono a molti, come è anche giusto che sia. Cerchiamo di spiegarci in modo più semplice.

Credibilità del debitore

Entrambi i Paesi sono indebitati e vogliono aumentare questo debito, ma se la Francia ha una economia vivace, riesce a far fronte agevolmente ai suoi impegni, i creditori sono soddisfatti e non tengono quel Paese sotto pressione. Infatti, lo spread con la Germania si mantiene sotto i cinquanta punti (quindi, meno interessi da pagare e più soldi da spendere per il welfare e per gli investimenti). Se, invece, in Italia l’economia tende alla stagnazione od alla recessione (come sembra), qualche preoccupazione a gestire il debito comincia a fare capolino. I creditori sono nervosi, ed intanto, si tutelano chiedendo un compenso più alto per il loro investimento. Ecco un motivo per il quale lo spread viaggia, in questi ultimi tempi, tra 270 e 300 punti.

Il ‘deficit strutturale’

Un altro dei motivi è la fiducia nel sistema politico e di governo. Macron, certo, sta avendo i suoi problemi, ma va dritto per la sua strada. Promettendo aumenti ai contestatori ma, nello stesso tempo, garantendo alla Commissione europea che seguirà il suo percorso di contenimento del deficit strutturale (quello che continua ad esistere, a prescindere dall’andamento dell’economia ed al quale la Commissione sta dando sempre più attenzione). In Francia, inoltre, lo sforamento avrà effetti solo per il 2019, a causa della restituzione di un credito d’imposta straordinario. Restituirà, nei fatti, soldi anticipati dai cittadini. Riprenderà il suo percorso virtuoso nel 2020, con l’obiettivo di azzerare il disavanzo entro il 2022.

I debiti ‘a divenire’

Il governo Conte, invece, ha presentato una proposta di incremento del rapporto deficit/pil (ora al 2,04% dal 2,4% iniziale) nel 2019, con pesanti ripercussioni negli anni successivi, abbandonando la strada virtuosa della riduzione intrapresa negli ultimi anni. Ma il punto non è solo questo. L’incremento serve principalmente per distribuire soldi ai cittadini e per aumentare la spesa pensionistica, non per gli investimenti e per stimolare la ripresa economica. I mercati non apprezzano, la Commissione non apprezza. Se a questo, poi, si aggiunge la cattiva comunicazione e la scarsa trasparenza della manovra finora evidenziata, il danno è fatto. Su comunicazione e trasparenza, comunque, anche la Francia ha le sue lacune da colmare.

Non ‘numerini’ ma qualità della vita

Ma per entrambi i Paesi c’è ancora tempo per rimediare, perché soltanto in primavera sarà fatta la revisione dei documenti economici presentati a dicembre dai vari Paesi. Cosa significa tutto questo? Non “numerini”, come dice qualcuno, ma impatto notevole sulla vita dei cittadini. Esempio per spiegarci. Se una azienda va in banca a chiedere un prestito, la banca esamina il suo “merito creditizio”: “fammi vedere il tuo bilancio, cosa produci, qual è il tuo mercato, quanto sei credibile come imprenditore, ecc”. Se la valutazione è positiva, la banca concede il prestito e magari applica un tasso di interesse più basso. Lo stesso fanno gli Stati quando si presentano sui mercati per collocare o rinnovare il loro debito.

Mercati ‘cattivi’ ma i soldi per pagare stipendi, pensioni…

Gli investitori (per intenderci, “la banca”) valutano il merito creditizio, e quindi, anche la credibilità dei governi. Al momento -come detto- quella del nostro non è molto alta, quella di Macron sta scemando, ma di poco. In Italia, in più, si progetta di dare soldi in giro aumentando i debiti. “Non dobbiamo sottostare al ricatto dei mercati”, strilla qualche “neo economista”, qualcuno laureato in filosofia. Sarebbe bello, ma non è fattibile. Come ben sa il Tesoro dello Stato italiano che, se alle varie scadenze il debito non viene rinnovato, rischia di trovarsi senza soldi per pagare pensioni e stipendi, oltre che per assicurare la gestione. E’ quasi accaduto nel novembre del 2013. E’ accaduto realmente in Grecia ed in tanti altri Paesi. Non dimentichiamolo.

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