venerdì 14 dicembre 2018

Regeni, servizi segreti colpevoli, prime incriminazioni dall’Italia

Regeni, la Procura di Roma indaga cinque ufficiali dei servizi segreti e della polizia investigativa del Cairo per concorso in sequestro di persona.
-Dall’attività di indagine svolta dal Ros e dallo Sco è emerso come abbiano avuto un ruolo nel sequestro del il ricercatore friulano.
-Ora alla magistratura egiziana, o colpire i colpevoli o farsi complice

Servizi segreti segreto burletta

Regeni, servizi segreti colpevoli, prime incriminazioni dall’Italia
Che Giulio Regeni sia stato torturato e ucciso da strutture più o meno ‘deviate’ della stato egiziano, somiglia alla scoperta delle piramidi. Qualche perplessità in più sulla incertezza investigative egiziane che non riescono a trovare dei colpevoli da sacrificare. E allora ci pensa la magistratura italiana che, ‘fraternamente seccata’ da tanta attesa, anni, ‘suggerisce’ ai colleghi del Cairo, una bella sfilza di nomi di potenziali colpevoli, o coinvolti in quella orrenda vigliaccata da macellai. Il tutto ‘suggerito’ da investigatori esperti dei Ros e dello Sco, i reparti speciali delle nostre polizie, quandi da non prendere sottogamba.

I nomi e adesso qualche alibi

Sabir Tareq, generale. Usham Helmy e Ather Kamal, colonnelli. Magdi Sharif, maggiore. Mhamoud Najem, agente. Sono i cinque ufficiali del dipartimento di Sicurezza nazionale, i servizi segreti civili, e dell’ufficio dell’investigazione giudiziaria del Cairo, la polizia investigativa, iscritti nel registro degli indagati dalla Procura di Roma. Nei loro confronti il procuratore capo Giuseppe Pignatone e il sostituto Sergio Colaiocco contestano il reato di concorso in sequestro di persona. Gli aggettivi sono liberi e a vostra completa disposizione, da vigliacchi, al peggio..

Le indagini solo di Roma

Dall’attività di indagine svolta nei mesi scorsi dal Ros e dallo Sco è emerso che quei cinque avrebbero avuto un ruolo nel sequestro di Giulio Regeni, il ricercatore friulano scomparso il 25 gennaio 2016 e trovato morto il 3 febbraio sulla strada che collega la capitale con Alessandria d’Egitto. La notizia era trapelata il 29 novembre sui giornali italiani, riferisce il Fatto Quotidiano. Ora la procura, buttata la bomba in casa egiziana, formalizza e signorilmente tace. Nei prossimi l’iscrizione nel registro degli indagati, magari con prossima la richiesta di estradizione di quei cinque ai colleghi egiziani che ora qualcosa dovranno pur dire.

Troppa pazienza, strade divise

La strada degli inquirenti dei due Paesi dunque si divide. Con questa decisione a Roma si prova a imprimere un’accelerazione dopo mesi di stallo e dopo quasi tre anni di indagini andate tanto a rilento da sembrare più facilmente ferme. Certezze acquisite, il ricercatore friulano “attenzionato” da polizia e servizi egiziani già settimane prima del rapimento. Le indagini sui tabulati telefonici hanno dimostrato il collegamento tra gli agenti che si occuparono di tenere sotto controllo Giulio tra dicembre 2015 e gennaio 2016, e gli ufficiali della National Security che provarono ad attribuire l’omicidio ad una banda criminale.

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