venerdì 14 dicembre 2018

Ma sta Gran Bretagna exit o no? Londra lacerata sull’Ue perduta

La scelta è “fra questo accordo, un no deal o nessuna Brexit affatto”. E’ l’ultimatum rivolto ieri sera dalla premier Theresa May alla Camera dei Comuni al via del dibattito sull’intesa da lei raggiunta con Bruxelles.
-Ma la maggioranza parlamentare non c’è. E allora, cosa potrebbe accadere?

O così, o Pomì

Ma sta Gran Bretagna exit o no? E con umorismo britannico, non immediato da capire, il parlamento di Londra che deve decidere sull’accordo di uscita dall’Unione europea firmato da Theresa May tentenna. La quale premier lancia l’ultimatum dell’ovvio: Brexit con l’accordo, Brexit senza accordo, o non Brexit. Ma no! Quarta opzione non citata, chiedere a Trump di accettare l’isola sulla Manica come altro stato dell’Unione. Senza arrivare a questi estremi, la premier conservatrice, di fronte alle numerose interruzioni dell’aula, sostiene che tutte le alternative sono peggio. Mentre l’Ue non offrirà in nessun caso “un accordo migliore”. E quindi, o così, o pomì, o..

O nuovo referendum

A due settimane dal voto, la maggioranza necessaria per ratificare la Brexit è lontana. May punta sull’incubo “no deal” per trovare i voti. Intanto prende corpo l’ipotesi di un altro referendum per una sofferta No Brexit e la retromarcia arrabbiata di un popolo che ha scoperto di essere stato ingannato. La Ue sembra pronta a concedere più tempo. Ma serve il sostegno del Labour. E il partito, ci raccontano da Londra, è a sua volta spaccato. E il Regno Unito, più disunito che mai, questa volta sta veramente spaccando veramente è spaccato.

Emergency Exit

L’11 dicembre il Parlamento britannico deciderà se approvare o rigettare i due documenti concordati in 18 mesi di difficilissimi negoziati fra il governo di Theresa May e Bruxelles. Prova a spiegarci di che si tratta Sabrina Provenzani, su EastWest. 586 pagine dell’accordo di recesso, che indicano le condizioni del divorzio fra le parti, e le 26 della dichiarazione politica, espressione di intenti alati ma non vincolanti, che tracciano, rendendoli quasi carini, in materia commerciale, di difesa, cooperazione, politica estera, sicurezza.

«Il miglior accordo possibile»

Non il meglio in assoluto, ovviamente. Ma il meglio che la Gran Bretagna uscente poteva ottenere, ribadisca il Continente all’Isola isolata. Il cui parlamento, uno dei primi della storia, dovrà esercitare tutta la sua saggezza con la prima ratifica ufficiale del processo di uscita. Se dirà di si. Dopo toccherà al Parlamento europeo, voto previsto entro gennaio, non ci sarebbero più ostacoli alla separazione fra Regno Unito e Ue, fissata per le ore 11.00 londinesi del 29 marzo 2019. Ma siamo sicuri che davvero exit? E se non exit, che caspita accade?

Il quasi Natale

A due settimane da quel voto, Theresa May non sa affatto che Natale le si prepara. Lontanissima dalla maggioranza necessaria per l’approvazione a 320 voti. E secondo accreditate previsioni, la sua Brexit rischia di essere respinta con uno scarto che va dai 30 ai quasi 200 voti contrari. Distribuiti fra tutti gli schieramenti. «Circa 90 Conservatori contrari, con i 12 Lib-Dem, i 35 nazionalisti scozzesi, i 10 unionisti nord-irlandesi, i 240/250 laburisti fedeli al mandato del segretario Jeremy Corbyn, deciso ad affossare il deal, andare al governo e, da Downing Street, rinegoziarne uno sulle premesse indicate dal manifesto laburista per Brexit», la contabilità politica di Sabrina Provenzani.

Theresa May caparbia

Ma laq premier Theresa May insiste. Nessuno, eccetto una minoranza di fanatici Brexiteers, vuole un’uscita senza accordo, a cui il Paese è drammaticamente impreparato. Nei giorni scorsi, sia il Ministro del Tesoro Philip Hammond che il Capo della Banca d’Inghilterra Mark Carney hanno reso note proiezioni economiche in caso di mancato accordo: crescita fino all’8% inferiore alle aspettative, raddoppio della disoccupazione, pesante svalutazione della sterlina e del mercato immobiliare. Scenari troppo pesanti perché qualunque politico di carriera abbia il coraggio di contribuirvi.

O il baratro o il bis

Secondo i più acuti osservatori politici, il governo ora scommette sulla paura del no-deal. Scenari: “Quando i parlamentari rigetteranno il piano, il mercato azionario e la sterlina precipiteranno e questo spaventerà i Tories ribelli, al punto da convincerli a tornare sui loro passi e approvare l’accordo in un secondo o terzo voto”. Possibilità con i suoi rischi (sempre EastWest) per estremisti e populisti che anche oltre Maniche attecchiscono. Possibili alternative? Una sola: l’ipotesi di un secondo referendum. Una nuova consultazione popolare probabilmente con tre quesiti, inclusa l’opzione di restare nell’Ue.

Ri referendum

Evitare una uscita senza rete riportando la decisione nelle mani degli elettori. Con già una ipotesi di data, il 30 maggio 2019. Non irrealizzabile: estensione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona con l’assenso di 27 Stati europei ma da Bruxelles arrivano segnali di disponibilità alla concessione di maggiore tempo, purché finalizzato ad un obiettivo preciso. Serve, però, il sostegno del Labour, spaccato fra una maggioranza di giovani attivisti contrari a Brexit e una leadership molto tiepida che preferirebbe andare al voto anticipato e mandare a casa prima la May dell’Europa. Ma ora, crisi economica che minaccia, il numero due di Corbyn, John McDonnell, dichiara che un secondo referendum sarebbe «inevitabile».

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