venerdì 14 dicembre 2018

Chi decide la politica estera Usa? L’ondivago Trump e il tiro a segno

Chi decide la politica estera Usa? E’ ormai chiaro che non è soltanto Robert Mueller, procuratore speciale per le indagini sul Russiagate, a mettere i bastoni tra le ruote di Donald Trump. E non sono neppure gli esponenti del Partito democratico, che puntano con costanza al suo impeachment, a rappresentare l’unica opposizione. Diventa infatti sempre […]

Chi decide la politica estera Usa?

E’ ormai chiaro che non è soltanto Robert Mueller, procuratore speciale per le indagini sul Russiagate, a mettere i bastoni tra le ruote di Donald Trump. E non sono neppure gli esponenti del Partito democratico, che puntano con costanza al suo impeachment, a rappresentare l’unica opposizione.
Diventa infatti sempre più netta l’impressione che il tycoon newyorkese sia nel mirino di vasti settori della sua stessa amministrazione, i quali cercano in modo più o meno esplicito di frenarne azioni e strategie, particolarmente in materia di politica estera.

Rammentando che l’attuale Presidente è sul “taccuino nero” anche di importanti ambienti dei servizi segreti, dell’Fbi e dell’apparato militare, risulta evidente che la politica estera Usa si trova in una situazione piuttosto caotica, giacché l’inquilino della Casa Bianca è spesso costretto ad adottare comportamenti che non gradisce.
Fosse per lui, Trump non avrebbe remore ad incontrare frequentemente Vladimir Putin, verso il quale ha spesso avuto parole di stima. Col passare del tempo, tuttavia, gli incontri sono diventati fugaci e assai brevi, come se il tycoon avesse paura di irritare maggiormente i suoi tanti collaboratori anti-russi.

Mueller e altri attendono solo l’occasione propizia per inchiodarlo, dimostrando che Trump ha avuto rapporti privilegiati con Putin in passato e – se solo potesse – vorrebbe averli anche ora. Ed è pure costante l’irritazione di molti esponenti dell’amministrazione per il ruolo assegnato dal Presidente a membri della sua cerchia familiare.
Le critiche interne al governo toccano inoltre i rapporti con l’Arabia Saudita. Si rammenterà che, in campagna elettorale, il tycoon aveva attaccato in modo pesante i sauditi per i loro rapporti con ambienti del terrorismo sunnita. Una volta entrato alla Casa Bianca si è ben guardato dal mettere in pratica le accuse precedenti ribadendo, invece, l’asse di ferro con Riyad.

Il caso Khashoggi e le responsabilità di bin Salman hanno indotto parecchi consiglieri trumpiani a suggerire prudenza, ma il capo non si è dato per vinto e ha continuato ad appoggiare Riyad, anche per quanto riguarda le tragiche vicende yemenite.
Dulcis in fundo, buona parte dell’attuale amministrazione non gradisce l’atteggiamento critico -per non dire ostile- di Trump verso la Nato. Molti dei circoli che contano a Washington continuano a considerare la Russia il nemico principale e l’Alleanza Atlantica come strumento ideale per contrastarla. Pare invece di capire, pur in mezzo a tanti ondeggiamenti, che per il tycoon il nemico vero sia ora la Cina.

Tenendo conto del fatto che la politica estera Usa non riguarda solo gli americani, ma il mondo intero, è lecito chiedersi cosa dobbiamo attenderci. La risposta non è per nulla scontata. Gli scenari possibili del futuro sono più d’uno, e può darsi che dagli stessi Stati Uniti venga l’input interno in grado di porre fine a una presidenza così anomala.

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