venerdì 14 dicembre 2018

Ancora Crimea, quella di Cavour, dei bersaglieri e del primo cronista

In Italia, che esistesse una terra chiamata Crimea lo scoprimmo nel lontano 1852, quando non eravamo ancora Stato Unitario. Una trovata politico militare di Cavour che spedì il neonato corpo militare dei bersaglieri ad esibire il loro combattivo pennacchio nella battaglia della Cernaia.
-Storia tra molto leggenda a spiegarci oggi, che da quella parti del mondo, le complessità strategiche sono in genere molto più complesse di quanto spesso ce le fanno apparire.
-E anche un po’ di storia del giornalismo.

Una zuffa tra monaci al Santo Sepolcro

Ancora Crimea, quella di Cavour 1852
Della guerra di Crimea oggi ricordiamo soprattutto due episodi: i bersaglieri italiani alla battaglia della Cernaia e la carica della brigata di cavalleria leggera inglese a Balaklava. Al contrario ricordare i reali motivi della disputa all’origine della guerra richiede un piccolo sforzo all’indietro nella storia europea e non solo, perché la guerra si estese ben al di là della penisola del mar Nero. In Francia, nel dicembre 1852, Napoleone III si era proclamato imperatore dei francesi e per questo aveva la necessità del sostegno degli ambienti cattolici e anche del papato. In precedenza del resto, nel 1849 quando era ancora presidente della repubblica, Napoleone III aveva inviato a Roma un contingente militare per abbattere la repubblica romana e restaurare papa Pio IX sul trono. Da imperatore appoggiò allora i monaci e i religiosi francesi che si trovavano in Terra Santa che tentarono di assumere il controllo dei Luoghi Santi scontrandosi – non solo a parole – con i monaci e i religiosi dell’altra religione cristiana, ovvero gli ortodossi protetti dalla Russia. Da tre secoli, dai tempi dello zar Ivan il Grande, la Russia inoltre rivendicava anche di essere la ‘terza Roma’, ovvero l’erede politica dell’impero di Bisanzio che a sua volta aveva ereditato il potere dalla Roma imperiale.

L’astuto Cavour

La Russia e i Balcani

La confessione ortodossa infatti aveva appena ottenuto un decreto da parte dell’impero ottomano con cui le era stata attribuita la basilica del Santo Sepolcro, nonostante papa Pio IX avesse ripristinato da un decennio il patriarcato dei Latini in Terra Santa proprio allo scopo di accampare lo stesso diritto sulla basilica. Minacciati dalla flotta francese gli ottomani in un primo tempo cedettero, ma le cose si complicarono ulteriormente quando la Russia, interessata tra l’altro anche ai Balcani che erano in quel periodo una sorta di condominio austro-turco, pretese di diventare la potenza protettrice di tutti i cristiani (cattolici compresi) dell’impero ottomano occupando i cosiddetti ‘principati danubiani’ di Moldavia e Valacchia, staterelli semi indipendenti, ma comunque nell’orbita turca da secoli. Come in un effetto domino, ben presto furono coinvolte anche l’Austria e l’Inghilterra e la seconda, alleatasi alla Francia, organizzò una spedizione navale che nel gennaio 1854 penetrò nel mar Nero in appoggio alla flotta turca che nel frattempo aveva subito una pesante sconfitta da parte russa a Sinope (oggi Sinop in Turchia). Dopo questa prima fase nell’area danubiana sul mar Nero, lo scontro tra anglo-francesi e russi si estese anche al Caucaso, al Baltico, alle coste siberiane del Pacifico e alla penisola di Crimea che finì poi per dare il nome a tutta la guerra, anche se si combatté altrove.

Napoleone III

Una guerra moderna che non fu compresa

La guerra di Crimea fu soprattutto una guerra moderna, molto diversa da quelle combattute prima, e che anticipò alcuni aspetti dell’evoluzione bellica senza che questi fossero tuttavia compresi del tutto. Da un punto di vista militare una delle numerose innovazioni fu che, anche sotto lunghi bombardamenti di artiglieria, le fanterie in trincea protette con terra e travature di legno potevano resistere con meno perdite e il problema semmai diventava quello degli attaccanti o degli assedianti che comunque dovevano attraversare un tratto di terreno scoperto risultando molto vulnerabili. L’altra grande questione fu che per la prima volta si manifestò anche la necessità di disporre di un adeguato sistema sanitario e logistico. Se in passato il compito principale dei chirurghi era direttamente collegato alle ferite o alle amputazioni, la guerra di Crimea rese indispensabile organizzare delle strutture sanitarie dove proseguire le cure oltre il primo soccorso e contemporaneamente si sviluppò anche il problema dell’igiene, sia per le malattie epidemiche sia per le cure dopo gli interventi. L’ultima grande questione che emerse fu che l’approvvigionamento di un intero esercito via mare – anche per le due più grandi marine del mondo – si rivelò un problema di difficile soluzione.

William Howard Russell, primo reporter di guerra

Ma la grande novità furono i giornalisti …

Il telegrafo – o meglio il cavo telegrafico sottomarino – per la prima volta collegò direttamente le capitali con il teatro d’operazione e la novità fu salutata con un certo entusiasmo, ma attraverso il nuovo strumento non passavano solo gli ordini alle truppe. Nell’altra direzione, cioè dal teatro d’operazioni alle capitali, arrivavano invece alle redazioni dei giornali le prime corrispondenze degli inviati e proprio quelle provenienti dalla Crimea non furono sempre accolte bene a Londra o a Parigi. William Howard Russel, che nel 1844 aveva realizzato il primo scoop della storia del giornalismo annunciando l’esito di un clamoroso processo tenutosi in Irlanda, fu il primo a mettere al corrente l’opinione pubblica inglese delle modalità quanto meno discutibili con cui era stata condotta la carica di Balaklava, delle condizioni disperate dei soldati inglesi privi di rifornimenti e dell’attività dell’infermiera Florence Nightingale in mezzo ai colerosi. Sebbene avesse coniato l’espressione «thin red line» (sottile linea rossa), che da quel momento avrebbe accompagnato le glorie dei reggimenti inglesi, fu improvvisamente richiamato in patria. Dieci anni dopo, pur simpatizzando per i nordisti nella guerra civile americana, non nascose però l’insuccesso della prima battaglia di Bull Run, guadagnandosi un altro imprevisto e veloce viaggio di ritorno in Inghilterra.

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