Privacy Policy Allarme Banca d'Inghilterra: 'Brexit rischio peggior crisi dal 1945' -
sabato 7 Dicembre 2019

Allarme Banca d’Inghilterra: ‘Brexit rischio peggior crisi dal 1945’

Senza accordo di uscita dall’Ue, per cattiva che sia, ci sarebbe solo la catastrofe, avverte la Banca d’Inghilterra la peggiore crisi dalla fine della seconda guerra mondiale.
-Numeri da apocalisse, economia -8 nel solo 2019, Pil -10 peggio che per la crisi del 2008, sterlina a picco verso il -25

Come un dopo
Seconda Guerra Mondiale

Allarme Banca d’Inghilterra: ‘Brexit rischio peggior crisi dal 1945’
«Potrebbe aspettarci la peggiore crisi dopo la Seconda Guerra mondiale», e lo dichiara la Banca d’Inghilterra che non è certo usa ad enfatizzare. E lo psicodramma della Brexit si avvicina pericolosamente alla paura, al panico, ben oltre l’umiliazione dopo tanto/troppo orgoglio imperiale. Cronache giornalistiche che quasi si inseguono.
La Banca d’Inghilterra pubblicato le stime sulle conseguenze della Brexit in caso di “no deal”, di “nessun accordo”, scenario che potrebbe verificarsi se il Parlamento britannico boccerà il piano che May ha raggiunto con l’Europa per trascinare Londra fuori dall’Ue. Cifre ‘apocalittiche’ per Antonello Guerrera, che le propone su Repubblica.

No Deal, nessun accordo

In caso di “no deal”, la peggiore delle ipotesi, l’economia britannica si contrarrà immediatamente dell’8 per cento soltanto nel 2019, secondo la Banca d’Inghilterra, e Londra perderà 10,5 punti di Pil in cinque anni. «Una voragine, sapendo che durante la devastante crisi dei Sub Prime del 2008, il Pil britannico scese “soltanto” di 6,25 punti».
Ma c’è di peggio: la sterlina, orgoglio valutario britannico anti Euro, potrebbe crollare del 25 per cento del ormai già bistrattato valore già oggi ai minimi, il prezzo delle case capitolerebbe di un altro 30 per cento, mentre la disoccupazione raddoppierà. «Per tornare a una catastrofe simile, ha fatto notare il governatore della Banca d’Inghilterra Carney, bisogna appunto tornare al 1945, dopo la guerra contro Hitler», riferisce il corrispondente da Londra.

E il governo confessa

Theresa May e il ‘cancelliere dello Scacchiere’, il ministro delle Finanze britannico Philip Hammond ammettono: qualsiasi piano di uscita renderà il Regno Unito più povero, rispetto a ora come membro dell’Ue. L’accordo di May, sempre secondo la Banca d’Inghilterra e sempre qualora passi in Parlamento, comunque eroderà il 3,9 per cento di Pil britannico nei prossimi 15 anni.
Ma non potevate pensarci prima, teste britanniche non siate altro? Questo lo diciamo noi. Il beneducato Guerrera parla di ‘smarrimento del Paese’. Perché gli economisti dello stesso governo May finalmente svelano altre scomode verità: 1) nessun vantaggio in accordi commerciali rispetto al mercato unico Ue; 3) beffa ultima (e strameritata) l’economia britannica meno prospera senza i migranti dell’Unione Europea (e italiani).

Anche il Labour ora trema

Vigilia di catastrofe nazionale e ripensamenti patriottici. Jeremy Corbyn accantona ufficialmente l’obiettivo laburista di andare al voto se May cadesse in Parlamento. Prima di cercare di cacciare dal governo i conservatori con la elezioni politiche, un “Secondo referendum sulla Brexit”. Svolta d’emergenza per panico in corso, perché fino a qualche giorno fa una nuova consultazione popolare era l’ultima soluzione. Nel dubbio di tutti su cosa un secondo referendum, in questa confusione politica ed economica, potrebbe produrre.
Un pensiero al passato e allo scomparso (politicamente scomparso) giovin e vincente Cameron (quello della guerra a Gheddafi assieme a quall’altro genio di Sarkozy): l’aveva inventato per distrarre l’elettorato dai guai di casa, convinto di nessuna Exit in vista dall’Europa. Invece fu lui il primo, a lasciare il 10 di Downing Street, e senza rimpianti nel mondo.

Caldo o gelido Natale?

Il termine più usato, domenica, al veloce vertice Ue a Bruxelles che ha approvato l’accordo di divorzio tra i 27 e la Gran Bretagna (un testo di 585 pagine più una Dichiarazione politica e qualche allegato, su Gibilterra e la pesca) è stato «tristezza» e «domenica nera». Attenzione perché sono le parole espresse dai difensori britannici dell’Europa, che esistono e che potrebbero oggi essere maggioranza, a differenza del 23 giugno 2016, al referendum che ha dato la vittoria al Brexit. Ma i problemi maggiori, abbiamo visto,i sono tutti in casa britannica: il testo deve passare l’esame dei Comuni (entro Natale), il voto dell’Europarlamento sarà a gennaio-febbraio. Salvo non intervengano ‘colpi a tradimento da dove non te li aspetti.

Larga Manica stretto Atlantico?

E Trump ‘so tutto io’ già critica l’accordo sulla Brexit: “Può danneggiare gli scambi Usa-Uk”. E col solito twitt, “sembra un grande affare per l’UE che potrebbe pregiudicare gli scambi commerciali tra i due Paesi”. I due Paesi da privilegiare nella logica Usa sono spesso gli Stati, quelli Uniti. “In questo momento, se guardate l’accordo, il Regno Unito potrebbe non essere in grado di commerciare con noi, e non sarebbe una buona cosa. Non credo fosse quello che volevano”, ha spiegato il Presidente americano ai giornalisti. Downing street ha risposto sostenendo che il Regno Unito sarà in grado di firmare accordi commerciali con paesi di tutto il mondo. Nessun ostacolo a un futuro trattato di libero scambio privilegiato fra Londra e Washington prova a rassicurare Downing Street di fronte a quel bel strano cliente alla Casa Bianca.

 

Brexit, stime choc della Banca d’Inghilterra
la versione ‘tecnica’ de Il Sole24ore

Una delle più buie previsioni sicuramente la più sorprendente è dello stesso governo britannico che alla Camera dei Comuni promuoverà l’accordo con la Ue ma nel frattempo pubblica una valutazione che si basa su una simulazione molto vicina a quanto stabilito nel testo di quasi 600 pagine firmato solennemente con la Ue che si sta per lasciare.

Financial Times

In base a questa simulazione, i funzionari governativi stimano -riporta il Financial Times- che con il mix di restrizioni all’immigrazione e alcuni nuovi attriti sul commercio nel lungo termine il Pil della Gran Bretagna calerà del 3,9%, cosa che non accadrebbe se il Regno rimanesse nella Ue.

Il documento del governo non menziona invece il tanto contestato backstop, quella condizione transitoria in cui rimarranno le due Irlande almeno fino a dicembre 2020 per evitare il ritorno di frontiere, quindi tensioni fra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord che in questo modo resta più legata alla Ue di quanto non sarà al Regno Unito di cui formalmente è parte.

Quanto costa il «no deal»
per Bank of England

Nelle stesse ore arriva l’analisi di 88 pagine della Banca d’Inghilterra. Senza accordo – cioè nello scenario peggiore del «no deal»- il Pil della Gran Bretagna sprofonderebbe dell’8% nel giro di un anno rispetto alla ricchezza prodotta nel Paese nel periodo pre-referendum.

Contemporaneamente il prezzo del case crollerebbe del 30 per cento, la sterlina crollerebbe del 25% e vi sarebbe una inevitabile impennata dell’inflazione al 6,5%; il tasso di disoccupazione raddoppierebbe e raggiungerebbe vette finora inimmaginabili, fino al 30%. La conferma di quanto sopra

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