martedì 26 marzo 2019

Grande guerra e i segreti centenari sui servizi segreti

L’attualità del centenario della fine della Grande Guerra e il cambio ai vertici dei Servizi segreti. ‘C’era una volta’ praticamente obbligato tra Vittorio Veneto e il saluto ad Alberto Manenti, spia a capo di spie.
-Invidia generalizzata sull’antesignano italico della spia cinematografica alla James Bond, almeno sul fronte dei segreti femminili.
-O viceversa la contessa di Castiglione che mise le sue grazie a disposizione di Cavour per irretire Napoleone III.
-Frammenti di volumi scritti e molti altri ancora da scrivere.

Casanova sul fronte femminile
molto prima di Jamen Bond

segreti centenari sui servizi segreti
Esibito oggi quasi con un certo orgoglio nella galleria degli antenati, uno dei primi e moderni agenti segreti italiani fu il veneziano Giacomo Casanova che, oltre ad aver dimostrato in più occasioni un talento straordinario, era persona molto colta, amante dei piaceri e frequentatore della migliore società. Nel 1772, dopo aver fatto un po’ di apprendistato nel mondo delle informazioni finanziarie a favore della Francia, ricevette il primo incarico ufficiale dalla Serenissima: osservare discretamente un gruppo di monaci armeni che, trasferitisi dal convento veneziano a Trieste con l’intenzione di avviare una stamperia nei territori asburgici, avrebbero privato Venezia di una prestigiosa attività commerciale. Abilmente Casanova riuscì a farli desistere indossando proprio le vesti di un intermediario che avrebbe dovuto al contrario aiutarli ad ottenere il permesso per l’attività e nel 1780 divenne «confidente ordinario», specializzato nella morale pubblica, nei libri proibiti e soprattutto adeguatamente e regolarmente retribuito.

La Contessa di Castiglione
molto prima di Mata Hari

Purtroppo nel corso del Risorgimento le prove dell’intelligence italiana non furono sempre tutte brillanti. Partiamo dai successi della contessa di Castiglione – che aveva ricevuto direttamente da Cavour i cifrari per comunicare tra Parigi e Torino – portò a compimento con successo la sua missione volta ad ottenere l’appoggio di Napoleone III, ma nel 1866, durante la terza guerra d’indipendenza, le cose andarono diversamente: nonostante una rete di informatori sul campo, sfuggì proprio la notizia che il grosso dell’armata austriaca era uscito da Verona puntando con decisione direttamente sugli italiani e il risultato fu Custoza, una delle battaglie più controverse della storia d’Italia che costò la reputazione a molti generali. Lo smacco però ebbe effetti positivi: fu riordinata la struttura dello stato maggiore e dei servizi che, nell’ultimo ventennio del’Ottocento, benché piccoli e con risorse molto limitate, raggiunsero un apprezzabile livello qualitativo.

Alpinisti maliziosi
per la Grande guerra

Nonostante il regno d’Italia avesse aderito alla Triplice alleanza a fianco di Austria e Germania, negli anni che precedettero la Prima guerra mondiale, l’attività dell’intelligence nei confronti dell’alleata procedette lo stesso con discrezione e regolarità, soprattutto nelle zone di frontiera con particolare attenzione alle fortificazioni e alla rete viaria. Non si trattava solamente di una questione di armamenti, ma – trattandosi di zone di montagna – conoscere vie e sentieri, rifugi e ricoveri era della massima importanza per pianificare eventuali future operazioni. A partire dagli ultimi anni dell’Ottocento moltissimi ufficiali del regio esercito – nella stragrande maggioranza alpini e dunque ottimi camminatori – percorsero cime e vallate, apprezzando le straordinarie bellezze naturali, intrattenendo amichevoli rapporti con la popolazione residente, ma soprattutto compilando anche dettagliate relazioni che, lette con attenzione, aggiornavano continuamente le conoscenze geografiche a disposizione dello stato maggiore.

L’alpino Tullio Marchetti
meglio dell’asburgico Conrad

L’ufficio informazioni (ITO) 1a Armata Verona

Tra i tanti camminatori di quegli anni, vale la pena di ricordare soprattutto il capitano degli alpini Tullio Marchetti (poi generale) che conosceva veramente come le proprie tasche il confine, anche grazie alla collaborazione di tanti gestori di rifugi. Che il confine potesse del resto diventare fronte di guerra lo sapevano bene anche gli austriaci, che si mossero invece con grande lentezza e poca fantasia. Nell’anteguerra il capo di stato maggiore austriaco Conrad intrattenne una volta i suoi ufficiali teorizzando sui luoghi più idonei per un possibile attacco all’Italia, ma era certamente all’oscuro del fatto che almeno dieci anni prima il capitano Marchetti li aveva invece già visitati e descritti minuziosamente nei suoi rapporti. Di fronte all’atteggiamento un po’ tronfio degli alti ufficiali austriaci in escursione tra i monti, i montanari avevano preferito la schiettezza del capitano italiano che, per accedere comodamente e nella massima tranquillità ai rifugi anche fuori stagione, disponeva tra l’altro di una chiave passepartout consegnatagli in persona dal presidente dell’associazione alpinistica trentina.

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