Facebook e i legami inconfessabili dietro l’attacco a Soros
“Quindi Facebook decide di passare al tacchino la vigilia del Ringraziamento, con l’ammissione che Definers è stata incaricata dalla dirigenza della compagnia di colpire e imbrogliare George Soros perché aveva criticato pubblicamente il loro modello di business fuori controllo. Ci dispiace, ma questo ha bisogno di supervisione indipendente, congressuale”.
In un tweet di pochi giorni fa Patrick Gaspard, presidente della Open Society foundation di Soros, ha delineato tutti gli elementi che sono alla base dello scontro tra il “social blu” fb e il magnate di origine ebraico ungherese naturalizzato statunitense. Nel suo scritto compaiono personaggi noti e altri più coperti, gente che preferisce agire dietro le quinte.
Come sono presenti gli attacchi che hanno colpito Facebook e la risposta dura che lascia adito a moltissimi sospetti. Tante cose da indagare.
E’ stato il New York Times a rendere nota una vicenda che non era ancora deflagrata in tutta la sua potenza. Dopo aver condotto un’inchiesta attraverso le rivelazioni di almeno una cinquantina di persone che a vario titolo avevano lavorato o lavoravano per Facebook, si è scoperta la campagna condotta dal social creato da Mark Zuckberg , contro l’ottantottenne Soros. L’accusa è stata quella di aver finanziato direttamente gruppi anti Facebook come ‘Freedom from facebook’ e ‘Color Chang’.
Per portare avanti la sua campagna, il colosso social californiano si è affidato ad una società specializzata in questo genere di lavori ben poco trasparenti, la ‘Definers Public Affairs’ appunto. In un primo momento sia Zuckberg che Sheryl Sandberg, la direttrice operativa della compagnia, considerata un vero e proprio falco, avevano negato le conclusioni dell’inchiesta del NYT.
Ora. di fronte alla quantità, quantità e contenuto delle rivelazioni, hanno dovuto fare marcia indietro ammettendo in parte di aver voluto colpire Soros.
‘Confessione’ parziale via Social. E’ stato il capo della comunicazione, Elliot Schrage, a dare la versione di Facebook, naturalmente attraverso un post sul blog della società. “Si, abbiamo incaricato Definers Public Affairs di indagare su Soros. Ma no, non abbiamo chiesto loro di contribuire a creare fake news” scrive Schrage, aggiungendo ancora, “nel 2018, l’investitore e filantropo George Soros ci ha definiti una minaccia per la società. Non avevamo mai sentito prima da lui simili critiche e volevamo capire se aveva motivazioni finanziarie. Definers ha indagato su questo usando informazioni pubbliche”.
Ma che cosa ha detto di così grave il finanziere ungherese-americano per scatenare la rappresaglia? Nel gennaio di quest’anno a Davos, durante il World Economic Forum, Soros intervenne praticamente su tutto il quadro geopolitico mondiale. Definì Putin un autocrate di uno stato mafioso e Donald Trump un pericolo per il mondo. Si lanciò poi in una sfuriata contro i social che -disse Soros- «sfruttano il contesto sociale, tolgono autonomia di pensiero e inducono dipendenza, oltre a scaricare le responsabilità su ciò che viene pubblicato sulle piattaforme che controllano».
Difficile dire con precisione i motivi di un attacco del genere; maliziosamente si potrebbe adombrare il sospetto che Soros sia rimasto scottato da un’avventura finanziaria tentata nel mondo digitale partecipando al sistema di messaggeria Snapchat.
Il Soros Fund manager però non ha dato gli esiti e soprattutto i ricavi sperati e ben presto, nel 2017, Soros ha ceduto la sua quota ritirandosi dall’affare.
Oppure le ragioni sono altre e stanno in un accenno circa la necessità di imporre tasse e regole ai giganti del web. Ma probabilmente sono le ultime righe che hanno inquietato Zuckberg.
Facebook da almeno due anni è alle prese con seri scandali. Nel 2016 scoppia il caso delle interferenze russe nella campagna elettorale americana che porterà alla vittoria Donald Trump. Da quello che appurò l’inchiesta, utenze russe offrivano ai media, tramite la piattaforma social, informazioni trafugate col furto delle conversazioni e-mail di diversi esponenti del Partito democratico e della candidata presidenziale Hillary Clinton.
L’allora capo della sicurezza di Facebook, Alex Stamos, avrebbe informato con colpevole ritardo i vertici della società su ciò che stava accadendo. In seguito, quando avrebbe voluto uscire allo scoperto svelando la scoperta, sarebbe stato bloccato dai vertici della società. Nel frattempo Zuckberg aveva negato ogni influenza di Facebook a favore dell’elezione di Trump.
A marzo di quest’anno poi esplode un altro caso, questa volta c’è di mezzo una società britannica la Cambridge Analytica. I giornali Times, Observer e Guardian rivelano come furono usati i dati degli elettori statunitensi attraverso un quiz propagato sulla piattaforma social. Milioni di profili vennero letteralmente passati ai raggi x (in gergo ‘profilati’).
Nonostante il tentativo di autodenuncia di Zuckberg, un modo per mostrarsi vittima, la politica statunitense non poté stare a guardare e l’ex enfant prodige della Sylicon Valley fu chiamato a chiarire l’accaduto più volte davanti al Congresso.
Colpi duri dunque per Fb ai quali bisognava rispondere con una strategia decisa. E nel mirino di Zuckberg vengono messi i concorrenti: Apple e Google. Partita miliardaria senza esclusione di colpi.
Poi diventa necessario stoppare ogni provvedimento di legge che possa sfavorire Facebook e così inizia un lavoro di lobbying per frenare l’Honest Ads Act, un’iniziativa democratica al Senato per la trasparenza delle campagne pubblicitarie online, per evitare intromissioni illecite nelle campagne elettorali digitali.
E’ in questa situazione che entra in gioco la Definers Public Affairs. Una società con sede ad Arlington, in Virginia Principalmente svolge servizi di monitoraggio dei media, conduce ricerche utilizzando il Freedom of Information Act e crea anche una comunicazione strategica per influenzare negativamente l’immagine pubblica di individui, aziende, candidati e organizzazioni che si oppongono ai loro clienti. Società specializzata in ‘inchieste killer’, viene anche definita.
Ma c’è di più: Definers è stata fondata da ex politici del partito repubblicano e quando comincia a lavorare per Facebook si installa nella Sylicon Valley e a dirigerla c’è Tim Miller che, non tanto casualmente, è stato anche il portavoce di Jeb Bush, l’erede bruciato dei Bush presidenziali.
Come se non bastasse Miller era anche a capo di America Rising, struttura della destra repubblicana specializzata in dossier contro democratici e ambientalisti. A chiudere il cerchio della campagna della Definers c’è il sito Ntk Network vicino ad ambienti di destra e piattaforme come Breibart, e l’altro gentlemen Steve Bannon.
Zuckberg dunque cerca di sparigliare le carte, di allontanare attenzioni e inchiesta contro, offrendo a stampa e opinione pubblica via social un altro bersaglio rispetto agli attacchi piovuti da sinistra. Tentativo abbastanza palese, denunciano a più riprese molti commentatori statunitensi: Facebook deve far dimenticare gli scandali che la toccano spostando l’attenzione su altro.
Quale bersaglio facile e ‘naturale’ di Soros, uomo nero per tutte le destre nel mondo, critico verso i social? La campagna è arrivata anche ad accusarlo di finanziare organizzazioni con simpatie anti ebraiche, un controsenso date le sue origini. Ma il polverone è stato alzato.
Solo che attaccare Soros in qualche modo significa anche lanciare un messaggio al partito democratico. Patrick Gaspard, il presidente della Open Society, il primo a commentare l’inchiesta del NYT, ha un curriculum Dem di altissimo livello. E’ stato ambasciatore degli Stati Uniti in Sud Africa, direttore del comitato nazionale democratico dal 2011 al 2013, nonché capo dell’Ufficio per gli affari politici della Casa Bianca durante l’ amministrazione Obama.
E proprio l’ex inquilino della White House, già precursore delle campagne social per la sua carriera politica, ha lanciato uno sfumato avvertimento quando lo scorso marzo, ha avvertito come: «le grandi piattaforme -Google e Facebook, ma anche Twitter e altre che sono parte dell’ “ecosistema social”, debbano avere una conversione, un cambiamento sul loro modello di business che riconosca la loro natura di bene pubblico, oltre che di impresa commerciale. Non sono solo una piattaforma invisibile, stanno plasmando la nostra cultura in maniera potente». Forse con Facebook finisce l’American dream. E tante altre forme di democrazia politica nel mondo.