martedì 16 luglio 2019

A schiena dritta: su elitarismo culturale e anti-intellettualismo

A schiena dritta vuol dire battersi contro ogni conformismo: quello ignorante dominante e quello che ha devastato la nostra cultura nei decenni passati.

Nei momenti difficili, quando la fatica si sente sulla pelle e sale dal cuore la rabbia, occorre ripescare negli anfratti della memoria, sugli scaffali della libreria, qualcosa che faccia bene al cuore affaticato. Una medicina che dia quel sollievo utile alla vita. Che restituisca il vigore dell’ottimismo, il sorriso e ci faccia percorrere la strada cantando Gioia e rivoluzione.

“Canto per te che mi vieni a sentire
suono per te che non mi vuoi capire
rido per te che non sai sognare
suono per te che non mi vuoi capire…”

Rido per te che non sai sognare, suono per te che non mi vuoi capire. Già, che bella sfida. Che sovversione evidente! E cantando raccolgo energie e sorriso, spalanco il cuore a qualcosa di diverso, all’ascolto di una filastrocca, al racconto di una vecchia amica, alla curiosità che rinnova senso critico e genera conflitto. Sano e puro. Non asfittico e virtuale.

Tutto questo mi serve per non farmi trascinare in un gorgo di polemiche e prese di posizioni rigide e strumentali. Mi serve per tenere viva quella parte di me che con gioia ha sognato la rivoluzione, ha vissuto per un cambiamento che prima sembrava possibile e collettivo, e adesso somiglia al piccolo passo che ognuno di noi deve fare, su una strada di coerenza e libertà. Il vero miracolo, con le cose e attraverso le cose lasciarci cambiare. Diffondendo una cultura fertile dove l’azione si coniuga all’idea, e non sparisce nel fumo di un virtuale che ci spinge sempre di più a declinare le idee di altri con un semplice e risolutivo clic su I Like.

Che poi di scorciatoie si tratta, quando invece è necessaria la fatica della ricerca. La scorciatoia di essere rivoluzionari condividendo frasi di rivoluzionari o addirittura scoprendo come è semplice e facile quell’ignoranza supportata da mille buone motivazioni. Prendo in prestito una frase di Simona Maggiorelli: “L’anti-intellettualismo, la diffidenza verso chi si dedica allo studio per la crescita culturale di tutti, l’ignoranza ostentata, la gara a chi ha meno titoli di studio caratterizzano tutti i movimenti conservatori e reazionari. Tenere il popolo all’oscuro è necessario perché sia completamente subalterno. Noi invece siamo tenacemente convinti che lo studio e la corretta informazione siano importanti e irrinunciabili strumenti di auto-emancipazione e di crescita culturale collettiva”.

Brava la Maggiorelli, quando sottolinea il concetto di auto-emancipazione legandolo a quello di crescita culturale collettiva. Perché l’altra faccia della medaglia è rappresentata da quell’intellettualismo sterile e da salotto che – purtroppo per tutti noi – con la propria autoreferenzialità e con atteggiamenti elitari sciocchi e senza senso, ha contribuito a scavare il baratro tra chi possiede e chi no. Tra chi ha tutti i diritti e chi meno. In un sistema di ingiustizia e disuguaglianza sociale come dato di fatto, a partire dallo squilibrio tra chi possiede conoscenze e chi no.

Proprio perché stimo Simona Maggiorelli, ho scritto per il giornale che lei dirige, Left, un testo intitolato “A schiena dritta”, sulla libertà, sull’uguaglianza e sul fare del pensiero un’azione.
Ecco questo mio articolo:

“Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze”.
[Italo Calvino]

Le parole gettate alla rinfusa, confuse e superficiali, chiuse nelle loro narrazioni omogeneizzate da media tutti uguali. E le parole potenti. Quelle invincibili, che rappresentano un seme di speranza e di bellezza.
Le parole che ascoltiamo nelle mille arene mediatiche, che non lasciano traccia nella memoria, che creano una sensazione di disagio e arroganza; e le parole per le quali vivere e talvolta morire. Quelle politiche scintillanti di promesse senza principio né fine, e quelle delicate e crudeli, conflittuali, che sono state in grado di sventolare nella storia come bandiere, di colorare di rosso la terra e il cielo.
Parole che evaporano alla fine di ogni discorso e parole verso le quali abbiamo un debito di riconoscenza. Che ci vengono dal sangue e dalla memoria, ci vengono per il rispetto che dobbiamo ai nostri figli, per il nostro sguardo libero, per quello che abbiamo creduto e per quello che dobbiamo continuare a tessere giorno dopo giorno, nell’azione costante e sensibile, con cura e attenzione.

Per parlare di libertà di stampa, parto dal dubbio. E camminando a piedi nudi sulle macerie dell’informazione, mi interrogo su quali anticorpi possano essere più efficaci per liberarci di quella parte di parole che mentre suonano in un modo, agiscono nell’altro. Mentre ululano un concetto apparentemente esaltante, ne demoliscono le basi.

E mi rendo conto che la discussione sui media, sull’informazione in genere, è secondaria rispetto a quella sull’asimmetria delle conoscenze, sull’ineguaglianza, sociale e culturale, come dogma. Allora parto dalle parole e ne scelgo due. Le tengo salde nel cuore. Libertà e uguaglianza. Sono parole, pietra e delicati semi di futuro. Sono vita. Le tengo affiancate. Non possono che camminare affiancate.

Con tutto il liberismo che ci sfianca, con la sfrenata via alla trasgressione di tutto libero come conformismo assoluto e finale, la parola libertà va riscoperta e poi va difesa recuperando un senso originario e fecondo. La libertà è il nutrimento necessario per l’uomo. Concretamente, consiste nella possibilità di scegliere in un contesto sociale e culturale in cui, esistendo delle regole di utilità comune, i limiti siano visibili e condivisi. Verrebbe da dire, imposti più dalla coscienza che dalla regola.

Limiti visibili e condivisibili da tutti. Ecco che spunta la parola uguaglianza. Prendo in prestito un aforisma di Simone Weil: “L’uguaglianza è un bisogno vitale dell’anima umana. Essa consiste nel riconoscimento pubblico, generale, effettivo, espresso realmente dalle istituzioni e dai costumi, che lo stesso rispetto e gli stessi riguardi sono dovuti a ogni essere umano, perché il rispetto è dovuto all’essere umano come tale e non ha gradazioni”.

Solo congiunte e solo così possono agire – libertà ed uguaglianza -, quindi nel coraggio che anima le scelte più delicate e quindi difficili. Soprattutto in questa epoca in cui mediaticamente, culturalmente e politicamente hanno fatto credere ai cittadini che l’uguaglianza fosse un danno che limitasse la libertà (ma quale?), applicando politiche di disuguaglianza e privatizzazione, di meritocrazia selettiva che hanno portato questo Paese allo sbando dell’etica, con i risultati che vediamo. Scrive sapientemente Tamar Pitch: “Gli ultimi trenta anni hanno contrapposto libertà ed eguaglianza, facendo dell’eguaglianza l’ostacolo all’affermazione individuale, il freno alla crescita, il simbolo dell’invadenza statale e del primato del pubblico, la parola d’ordine dei fannulloni, dei senza merito e degli invidiosi, l’obiettivo e la giustificazione della barbarie comunista. Questa libertà però è soltanto di chi se la può permettere, e negli anni recenti sempre meno persone se la possono permettere”.

Il mondo dell’informazione vive nello stesso bacino culturale. Il sapere appare come un esercizio di potere. L’ignoranza e la propaganda procedono allineate con fierezza al servizio di un progetto scintillante e brutale, di efferatezza sociale e disumanità. Quale il fine? La lotta di classe del tempo. Il ricco contro il povero (qualunque sia), il potente contro l’indifeso. Per questo le parole-pietre devono tornare a essere chiare e sovversive. Non generici gusci vuoti, per galleggiare indifferenti sulla crudeltà, con elegante ironia e col ricamo sulla camicia nell’esposizione inutile nelle arene mediatiche televisive.

Prima di essere difesa, la libertà di stampa va conquistata. Ogni giorno, sulle strade e nelle redazioni; nella mentalità di chi crede che la conoscenza sana e approfondita degli accadimenti rappresenti un valore per chi vuole vivere con pienezza la propria esperienza civile. Perché la stessa democrazia, per essere compiuta e non formale, ha bisogno di questo pane quotidiano fatto di saperi che agiscono sul piano della giustizia sociale e dell’uguaglianza.
Che poi di questo si tratta: di quell’uguaglianza di possibilità nell’accesso alle informazioni che possa garantire una maggiore giustizia sociale. Come dire: riempire di contenuti etici un concetto che non può essere esibito come freddo distintivo da appendersi al bavero della giacca da professionista.

C’è pessimismo in queste affermazioni? No. Perché lontano dai riflettori dei media lavorano, si battono, mettono la loro vita a disposizione degli altri, tanti bravi bravissimi cronisti. Giovani e meno giovani. Narratori e testimoni del tempo, che continuano a raccontare il mondo. Senza paura. Senza allinearsi al facile vantaggio (che sicuramente procura anche successo e notorietà) delle battaglie mediatiche a utilità di questo o quel potentato.
Il giornalista che amo, in cui credo, vive nel conflitto non nelle stanze che contano. Vive nei territori e non nei salotti buoni. A questo sovversivo, che tiene alta la bandiera dell’informazione nella sua purezza feconda, dedico questo verso di una poesia di Velimir Chlebnikov:
“La libertà arriva nuda,
Gettando nel cuore dei fiori,
E noi, andando al passo con lei,
Al cielo diamo del tu”.

A tutti gli altri, dedico quest’altra poesia, dello stesso autore:
“Sarebbe bello se un grande popolo
Vi sfilasse di tasca il fazzoletto da naso
E voi cercaste con gli occhi qualcuno
Che rimproverasse il ladruncolo”.

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