lunedì 27 maggio 2019

Libia a Palermo, Haftar snobba tutti, la Turchia se ne va, e adesso?

Libia, Haftar in visita di cortesia in Italia ma diserta le riunioni collegiali del summit di Palermo e la Turchia va via.
-Conte e Salamè provano a cercare qualche risultato, ma le distanze tra gli attori in campo restano e le grandi assenze hanno pesato.
-La doppiezza Usa con suo cittadino Haftar

Palermo sulla Libia
non passerà alla storia

Libia a Palermo, Haftar snobba tutti. Bilancio finale di tanto sforzo politico diplomatico, pochi ad avere tutti gli elementi su quanto accaduto anche dietro le quinte, e il destino di apparire o pennivendolo o puttana a scriverne. Problemi anche per il premier Giuseppe Conte e dell’inviato dell’Onu Ghassan Salamè alla conferenza stampa finale, sul summit iniziati tra molte defezioni e finito tra mille difficoltà, tanto che non si è arrivato neppure a una “dichiarazione finale” firmata dai partecipanti. Ciao ciao, e via.
Mentre l’Onu prova a consolarci dicendo che Palermo è servita per convocare un’altra conferenza in Libia agli inizi del 2019 e poter arrivare a elezioni in primavera. Di fatto e senza ipocrisie, oltre i bla bla ufficiali ufficiali restano le distanze e le rivalità tra tutti gli interlocutori in campo.

Haftar e Turchia in fuga

Il generale Khalifa Haftar ha lasciato Palermo in anticipo con un’intervista in cui diceva di non aver partecipato appieno alla conferenza. Qualche ora più tardi lascia anche la delegazione turca, che sbatte la porta. Non era stata coinvolta nella riunione informale del mattino con al Serraj e Haftar.
Lo dice in turco ma si fa ben capire il vicepresidente, Fuat Oktay: “Pensate di risolvere la crisi in Libia coinvolgendo le persone che l’hanno causata ed escludendo la Turchia”. Che diamine è accaduto? Per organizzare almeno un incontro allargato con il generale Haftar, la presidenza italiana ha accettato di escludere dalla riunione del mattino Turchia e Qatar, i due avversari dichiarati del generale. C’erano i capi di governo e di Stato “del Mediterraneo” (il presidente egiziano Sisi, il tunisino Essebsi, il premier russo Medvedev e altri) assieme ad Haftar e al presidente libico Fayez Serraj. Ad Akara sono correttamente girate.

Molto Generalissimo

Haftar vola via da Palermo nella tarda mattinata ma lascia la sua delegazione a seguire tutti i negoziati ai tavoli economici e della sicurezza, che lui vuol fare il duro, ma i soldi cantano. A Palermo non c’erano né Trump né Putin, e nemmeno Merkel e Macron, e persino l’arrivo non arrivo Haftar fa il prezioso. E nei corridoi di Villa Igiea sbruffoneggia: “Non parteciperei alla Conferenza nemmeno se dovesse durare cento anni. La mia presenza è limitata agli incontri con i ministri dell’Europa e poi riparto immediatamente”.
Arrogante ma con qualche ragione: “Siamo sempre in stato di guerra e il Paese ha bisogno di controllare le proprie frontiere. Abbiamo frontiere con la Tunisia, Algeria, Niger, Ciad, Sudan ed Egitto e la migrazione illegale viene da tutte le parti” ha aggiunto Haftar.

Al Serraj a scadenza

Una concessione non da poco è stata fatta a proposito della fase di transizione che dovrà portare la Libia al voto, concedendo la possibilità al premier riconosciuto dalla comunità internazionale, Fayez Serraj, di rimanere al suo posto fino al compimento del processo elettorale. «Non è utile cambiare il cavallo finché non si è attraversato il fiume», è la frase simil profetica del maresciallo della Cirenaica, acerrimo nemico della Fratellanza musulmana, e quindi dell’asse turco-qatariota.
Cosa significa? Vuol dire che il generale deve ancora decidere come gestire la prossima fase nella vita politica libica, quella che secondo il ‘Piano Onu’ di Ghassan Salamè prevede una “Grande Assemblea” in Libia, elezioni politiche, il rinnovo della Costituzione ed eventualmente elezioni presidenziali.

Non detto ma sottinteso

I sorrisi nella foto di gruppo della conferenza di Palermo a confronto con l’infelicità della Libia e con la sorte crudele dei migranti di cui più nessuno parla, intrappolati tra torture, estorsioni e stupri, come documenta l’ultimo rapporto di Amnesty International, rileva Alberto Negri, controcorrente sempre. Conferenza di Palermo ‘soprattutto un’operazione cosmetica’ sotto cui traspaiono le crepe profonde nella comunità libica e internazionale. Il governo Conte con una foto da sventolare al prossimo summit sotto il naso dei francesi, e poi?
Ma a Palermo nessuno ha firmato niente e nessuno si è impegnato davvero su nulla. Per gentile concessione il generale avrebbe dichiarato che Sarraj può restare la suo posto fino alle elezioni, data da stabilire perché lui ha fatto fuori islamisti radicali e jihadisti, cioè ha vinto almeno in Cirenaica la sua battaglia.

Haftar cittadino Usa

Promemoria finale utile dal sempre essenziale Alberto Negri (Alberto, Di Battista ti ha messo tra i sette giornalisti ‘da salvare’, come l’hai presa?). I russi appoggiano Haftar e gli egiziani per avere nuove basi militari, con che Putin sostiene anche gli sforzi di mediazione dell’Italia per tenere a bada la Francia concorrente più pericoloso di Roma. «Ma se la Russia fa il doppio gioco, gli Stati Uniti ne fanno uno triplo. In fondo Haftar, che fu coinvolto in un paio di piani di colpo di stato dagli Usa, è cittadino americano da oltre venti anni.
Allo stesso tempo però gli Stati Uniti tengono d’occhio il generale per i suoi legami con Mosca e si servono della Francia per controbilanciare il ruolo dei russi. In una delle foto di Villa Igea si vedono Haftar, Sarraj e Conte che si abbracciano di fronte al sorridente premier russo Medvedev, mancava solo l’altro generale del nuovo tentativo di ordine arabo, l’egiziano Al Sisi, uno che sul caso di Giulio Regeni continua a prenderci per il naso».

AL JAZEERA E IL ‘GENERALE RINNEGATO’

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