venerdì 14 dicembre 2018

Stupore e ricerca da cronista conflittuale

Una parola mi arriva nel cuore. Come uno stupore, mi lascio trasportare da questa parola. Che poi è stupore. E tesse i tempi della mia vita, gli insegnamenti e le intuizioni, le sconfitte e l’agire.

Quando scrivo le mie dita battono sulla tastiera un poetico furore che pervade l’aria. Raccontano il mistero, scavano le loro tracce in luoghi più profondi di me. Ascoltano l’armonia di un conflitto che disegna e ridisegna attraverso il polemos il mio abitare, quindi lo stupore, che non è l’incanto di fronte alla meraviglia. È quel quid che indica paura e smarrimento di fronte a uno scenario inaudito.

Stupore è una parola bellissima. Per caso, niente è mai per caso, è arrivata al mio cuore, in questi giorni autunnali, attraverso due diversi libri. Proprio nelle prime pagine. Così che io potessi interrogarmi sul senso profondo di questa parola che agisce e percuote. Uno si intitola “Sophón”, aforismi per l’anima di Italo Valent tra i quali ho citato quello sul miracolo del precedente scritto. L’altro, “Virgole inesauste” di Maria Rosa Tinti. Splendido.

Lasciare scorrere il flusso che mi attraversa è fatica e gioia. Scolpisce il mio profilo di essere umano, attonito e oscuro. È così da sempre, da quando scrivevo per i giornali e qualcosa avvampava dentro il cuore, chiamandomi a interrogarmi, a dissentire. A procedere per domande e dissenso. Scavando. Scavando. Scavando. Anche quando sarebbe bastato restare sulla superficie. Non interrogarsi, ma affermare. Non esigere da sé, ma sempre e solo dagli altri.

Su queste pagine ho portato avanti per un anno intero queste riflessioni. Come fosse il diario di bordo di un naufragio felice, lo schiudersi di nuove possibilità. Un percorso nella profondità delle ragioni, per cercare nuove domande da porre a questa professione, all’idea di cultura, alla bellezza necessaria, se è ancora una necessità.

Come ci poniamo di fronte alla complessità. Siamo chiamati a essere testimoni civili, visionari e folli, oppure no? Dobbiamo limitarci a suonare sullo spartito del tempo, in chiave di violino o di basso, oppure siamo chiamati a essere maggiormente umani? A restare umani, tanto per cominciare, come terminava le sue meravigliose cronache Vittorio Arrigoni.

Non sempre questo scavare ha portato alla superficie la lepre zigzagante dell’intuizione. Però qualche volta sì. Un vecchio saggio, Sergio, il comandante partigiano che fa parte dell’insieme dei miei maestri, mi raccontava camminando alla deriva lungo le strade di Volterra, che non sempre le cose che aveva deciso, le idee che aveva avuto, le scelte fondamentali della sua vita erano passate attraverso il filtro della ragione. Qualche volta aveva assecondato una visione, un sogno, un qualcosa di sconosciuto che si accendeva improvviso.

Fu stupore all’epoca. È stupore oggi che ci ripenso e avverto la profondità dello smarrimento, la dolcezza magica del perdersi per poi potersi ritrovare. Questo dialogo ha continuato ad agire, perché così avvengono le cose quando nel remoto della nostra anima si accendono luci improvvise, e oggi scava la sua profondità. E dalla profondità emerge dal torpore quel senso principe della vita che è l’azione, la scelta di coerenza, la passione che guida e rende uniche le nostre esistenze.

Con gioia e rivoluzione, continuo a tessere nel tempo gli insegnamenti dei maestri. Occorre rendere fertile la propria vita per far crescere il seme della bellezza che vola nel vento.

La rassegnazione e il prezzo della libertà

Il miracolo del lasciarci cambiare

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