venerdì 16 novembre 2018

Da oggi già ‘presidenziali Usa 2020’ Trump caccia il ministro Russiagate

La partita per le presidenziali del 2020 è già iniziata. Un braccio di ferro lungo due anni, una battaglia senza esclusioni di colpi cominciata ieri con democratici rigenerati da una vittoria comunque strategica ma con un Donald Trump più motivato che mai.
-Che subito inizia cacciando il ministro delle giustizia Jeff Session a cui Trump rimprovera da sempre di non aver sabotato il Russiagate

Trump per 4 o 8 anni?

Da oggi già ‘presidenziali Usa 2020’
«Sarà un braccio di ferro lungo due anni, una battaglia senza esclusioni di colpi dall’esito assolutamente imprevedibile. E’ cominciata ieri con democratici tonificati e rigenerati da una vittoria comunque strategica ma anche con un Donald Trump più vispo e motivato che mai», avverte Stefano Polli, Ansa.
Sappiamo che la reazione di Trump al risultato elettorale del midterm non si è fatta attendere. Via Twitter ha parlato di risultati «sorprendentemente positivi», per lui, in una tornata elettorale dove solitamente il partito al controllo della Casa bianca perde il controllo del Senato.
Costretto a confrontarsi con il fatto che i democratici hanno il controllo della Camera, prima si dice ansioso di ‘collaborare con i democratici’,’ ma subito avverte, niente ‘accordi bipartisan’, se la nuova maggioranza della camera democratica userà il suo potere per avviare indagini su di lui, il Russiagate o sulle sue dichiarazioni dei redditi. Piccoli interessi privati in atti d’ufficio.

Ed è subito Session

E ad evitare improbabili equivoci, a stretto giro di notizia, il ministro della Giustizia Jeff Sessions si è dimesso su richiesta di Donald Trump, formula educata per dire che è stato cacciato. Ovviamente con altrettanto educati e ipocriti ringraziamenti. La messa alla porta di Session, mandato via il giorno dopo le elezioni di metà mandato, non è una sorpresa. Il rapporto tra i due aveva conosciuto un momento di crisi quando l’ormai ex ministro si era astenuto durante l’indagine sul Russiagate, che nel 2017 aveva delegato al suo voce Rod Rosenstein.
Più diretto Federico Rampini su Repubblica: «Non aveva insabbiato il Russiagate. Trump gli rimprovera da sempre di non aver sabotato il Russiagate: Session si ricusò nel momento in cui bisognava designare il super inquirente, dando modo al suo numero due di nominare Robert Mueller». Russiagate e il suo pericoloso inquirente Mueller, protagonisti certi della prossima stagione politica Usa tra impeachement e ricandidature presidenziali.

Cosa aspettarci adesso?

Trump fa finta di festeggiare, effettivamente poteva andargli peggio, ma sarà una strada dura per lui, perché il controllo della Camera consentirà ai democratici di bloccare molte iniziative legislative – soprattutto quello nei settori fiscali e del bilancio, ci ricorda Stefano Polli dell’Ansa – «e di usare lo spettro dell’impeachment verso un presidente circondato dai guai delle inchieste su di lui e sulla sua famiglia». Sapendo tutti, però, che il ‘greve Trump’ ha la capacità di ‘sentire’ il proprio elettorato, dagli operai disoccupati della ‘rust belt’ ai nazionalisti dell’estremo sud. Sempre ‘America Firt’. Non è l’America che ci piace, ma è quella che numericamente ha portato Trump alla Casa Bianca.
Il campo democratico, qualche ritorno di coraggio, ritorno ai valori di riferimento che dovrebbero caratterizzare le sinistre nel mondo. E già si affaccia il possibile nuovo Obama, il concorrente prossimo di Trump. Berto O’Rourke, Texas, incarna queste due caratteristiche e, alla fine, sarà lui il candidato democratico nello scontro con Trump che deciderà il prossimo inquilino della Casa Bianca.

A noi cosa importa?

Il mondo di sinistra, in America e in Europa, ha guardato con molta curioriosità alla corsa elettorale di Beto O’Rourke in Texas: un leader ‘inspirational’, come si dice, ‘ispiratore’, che ha attraversato lo stato in auto con la famiglia, concedendo un selfie a ogni richiesta, sempre con il suo sorriso rassicurante, e un tesoretto che è stata la sorpresa di questa campagna elettorale: 69 milioni di dollari raccolti (59 spesi) per una campagna che tutti, ma proprio tutti, davano per perdente. Per un pelo non ha strappato la roccaforte repubblicana del Taxas all’Old Party in crisi trumpiana.
Perché la cosa ci interessa da vicino? Perché in America molto spesso vengono anticipate le tendenze politiche globali. «Il voto a favore o contro Trump è stato e sarà sempre, inevitabilmente, un voto a favore o contro il nazionalismo e il populismo. Sarà una lotta sulle contraddizioni profonde dell’America di oggi, sulle sue paure e su quel che resta del sogno americano. Una battaglia tra l’America della ‘nuova frontiera’ e tra l’America che le frontiere le vuole chiudere».

Il Corsivo di Piero Orteca

Tutto secondo previsioni. Sulla carta. Ma a leggere dentro le elezioni di Midterm americane, disaggregando il voto e togliendosi dagli occhi le fette di salame “ideologico”, si scoprono tante cose. Non tutte belle per i Democratici e non tutte brutte per il Presidente Trump. Il quale, è vero, ha perso il controllo della Camera, ma ha conservato, addirittura rafforzandolo, quello del Senato. Qui i Repubblicani hanno strappato (“picked-up”) ben 4 seggi cruciali agli avversari. Ergo, chi si aspettava una specie di Caporetto della Casa Bianca è rimasto deluso. Le Midterm spesso inguaiano i Presidenti Usa, indipendentemente dal colore politico. Le ha straperse anche Obama che, scusate il paragone, rispetto a Trump era un cavaliere senza macchia e senza paura.

Il nostro ronzino repubblicano, invece, è caduto in piedi. E tutto ciò nonostante le cappellate prese in questi mesi, in cui gli Stati Uniti sono sembrati una corazzata bascullante, governata da un timoniere con le convulsioni. Conservare il Senato gli basterà per arginare gli attacchi dei suoi avversari (a cominciare dall’impeachment) e per allungare il brodo di tutte le rogne a venire. I Democratici non avevano un leader che bucasse lo schermo (tranne, forse, Nancy Pelosi, rieletta a valanga in California). Tanti candidati interessanti (molte donne) e rappresentanti di minoranze onuste di glorie e di allori. Ma tutti incapaci di coagulare, a nostro avviso, un consenso su scala nazionale. Insomma, usando il grandangolo, si sperava che uscisse fuori un nuovo Obama, perché uno dei veri obiettivi di queste elezioni era trovare il possibile “front runner” per le presidenziali del 2020. Invece, niente.

O’Rourke e la colored Abrams (che correva per il Governatorato) hanno perso in Texas e in Georgia, sia pure di poco. In Colorado, è vero, dirigerà lo Stato Jared Polis (che ha fatto coraggiosamente outing dichiarandosi gay), mentre al Congresso è entrata la giovane “pasionaria” Ocasio-Cortez. Ma sono novità sparse, a macchia di leopardo. Il voto “polarizzato” ha continuato a premiare i Repubblicani nel sud, nel Midwest e, generalmente, in quasi tutti gli Stati rurali. Unica eccezione il Kansas, dove la guerra “santa” commerciale che Trump ha fatto alla Cina ha indotto gli agricoltori, molto penalizzati, a girargli le spalle. L’ultima riflessione non è bella per i Democratici: Trump ha “pareggiato” nonostante abbia votato, rispetto alle altre volte, il 12% in più degli elettori. Noi, più che festeggiare, ci preoccuperemmo.

 

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