venerdì 16 novembre 2018

Pregiudizi occidentali sulla Cina

Dalle infatuazioni ideologiche passate, alla riprovazione per mancanza di democrazia oggi, che è figlia di quel ieri spesso esaltato.
-Michele Marsonet rema decisamente contro, prima critica (con buoni argomenti) una diffusa prevenzione stampa occidentale nei confronti di Putin e oggi rincara la dose con la Cina.
-Il tentativo di imporre gli ordinamenti liberaldemocratici occidentali quando “i rapporti internazionali si basano, da sempre, su una robusta dose di realismo”.

Pregiudizi occidentali sulla Cina

Ordinamenti liberaldemocratici occidentali
tradizione confuciana e marxismo

Capita sempre più spesso di leggere sui nostri quotidiani articoli di critica al pragmatismo che i governi occidentali – Italia inclusa – usano nei rapporti con Stati più o meno illiberali. In sostanza detti governi vengono accusati di badare più al business e ai soldi che all’etica e al rispetto dei diritti umani, ignorando colpevolmente le politiche repressive praticate negli Stati suddetti.
E’ il caso, per esempio, della Cina. Dopo la sbornia (o infatuazione) per Mao Zedong, che negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso condusse tanti intellettuali, anche di grande prestigio, a esaltare la Rivoluzione Culturale e a descrivere la Repubblica Popolare come una sorta di paradiso terrestre, oggi si pone l’accento sulla mancanza di democrazia del colosso asiatico. Mancanza che, ovviamente, affonda le sue radici proprio nel periodo precedente.

Un simile approccio, adottato dalla maggior parte dei nostri mass media, è tuttavia problematico, e non tiene conto che i rapporti internazionali si basano, da sempre, su una robusta dose di realismo.
Fatto salvo che dalla Cina – ormai diventata una potenza politica ed economica globale – oggi non si può prescindere, resta da capire quale dovrebbe essere, secondo i critici di cui sopra, la giusta politica da adottare nei confronti di Pechino.
Si coglie, nelle loro considerazioni, una grande nostalgia per l’esaltazione dei diritti umani adottata (almeno a livello teorico) dagli Usa ai tempi di Barack Obama e Hillary Clinton. Insomma: niente rispetto dei diritti umani? Allora niente business, e al diavolo le probabili conseguenze negative sul piano economico e commerciale.

Si tratta di un approccio sicuramente ingenuo, ma menzionare l’ingenuità non basta. Nello sfondo troviamo, infatti, ben di più. I critici dianzi menzionati basano il loro ragionamento sul fatto che i cinesi – ma pure i russi, gli iraniani e tanti altri – dovrebbero essere “educati” a riconoscere la superiorità degli ordinamenti liberaldemocratici occidentali rispetto a quelli che essi adottano.
Non tiene conto, questo approccio, delle enormi differenze di cultura esistenti tra l’Occidente e il resto del mondo. In Cina, la tradizione culturale di gran lunga dominante è quella confuciana che non attribuisce molto peso al singolo individuo, considerato significante soltanto in relazione all’insieme assai più vasto della società nel suo complesso.

E, in questo senso, la tradizione confuciana si sposa bene con il marxismo (o almeno quello più ortodosso) che identifica l’individuo con l’insieme delle relazioni sociali. Dire ai cinesi che, per avere rapporti economici con noi, debbono sovvertire la loro visione del mondo significa autocondannarsi.
C’è insomma un pregiudizio latente che si manifesta ben presto sul piano pratico, secondo il quale ogni tipo di società deve adeguarsi al modello occidentale per essere considerata degna di stima. Inutile dire che il ragionamento non funziona, soprattutto quando chi viene criticato può ignorare le richieste senza eccessivi danni.

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