• 27 Febbraio 2020

Le tre guerre che minacciano l’Italia

Afghanistan da 8 miliardi

Le tre guerre che minacciano l’Italia: Libia, Siria e Afghanistan.
In Afghanistan dal 2002 ad oggi l’Italia ha investito più di otto miliardi di euro, scrive Gian Micalessin su ‘Gli occhi della guerra’, «Oltre alle vite di 53 militari e al sangue di 650 feriti». A cos’è servito? Domanda a risposta libera. A cosa servono i 900 soldati italiani ancora a Herat e dintorni? A che serviranno i 700 che il governo giallo-verde intenderebbe lasciare, quel taglio promesso (molto mini), e il tentativo di non scontentare troppo l’amico Trump? Sulle molte domande da porci, non tutte quelle proposte da Micalessin coincidono con le nostre, ma la questione degli interessi nazionali interpretarti sul campo (per noi memoria passata), aiutano a superare molte diffidenze ideologiche. È nostro interesse restare in Afghanistan nel nome degli impegni Nato con una presenza tanto numerosa, costosa, e prolungata nel tempo? Non dovrebbero prevalere i nostri interessi in zone geo-strategiche cruciali come il Mediterraneo centrale e il Nord Africa?

Siria, 300mila vite dopo

Trecentomila vite il bilancio più vicino alla realtà in Siria, forse ad un passo dalla fine. Con la Russia che sta portando a casa un successo senza precedenti, e qui la confusione politica anche in casa italiana diventa caos, con destra e sinistra che incrociano contrapposte tifoserie. Piaccia o non piaccia Putin, mentre tutti i più recenti interventi umanitari dell’Occidente (Somalia, Afghanistan, Iraq e Libia), si sono rivelati un fiasco, Mosca in Siria sembra vicina ad una insperata pacificazione. Che centriamo noi? Micalessin parla di un dovere morale, «irrinunciabile per storia e tradizione. Contribuire al ritorno delle comunità cristiane che rischiano, anche in questa fase, di venir dimenticate e trascurate. Questo piccolo sforzo è fondamentale per riallacciare le relazioni con Damasco e tentare di tornare alla situazione precedente il conflitto quando l’Italia era uno dei più importanti partner economici della Siria». Decisamente interessante.

Libia, quarta sponda

Libia per ultima, anche se cuore dell’interesse nazionale (tra le altre cose alla vigilie del vertice di Palermo dove forse avremo quella attenzione e partecipazione internazionale per nulla certa sino alla vigilia ). «È la crisi che l’Italia non può permettersi d’ignorare, il buco nero su cui l’informazione deve tener puntati gli occhi per anticipare e comprendere eventuali minacce alla stabilità e all’economia del nostro paese». Piaccia o non piaccia una certa lettura politica dei fatti (in questo caso il Giornale’, che non è più di Montanelli), la considerazione quasi ovvia che, «Perdere la nostra posizione d’interlocutore privilegiato della comunità internazionale sul fronte libico significa rinunciare a governare i flussi migratori e di conseguenza la stabilità e la sicurezza del nostro paese. Ma abdicare al nostro ruolo in Libia significa anche rinunciare al petrolio che l’Eni estrae dai suoi pozzi e al gas che soddisfa il 12 per cento del nostro fabbisogno».

Remocontro

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