venerdì 16 novembre 2018

Il miracolo del lasciarci cambiare

Polemos ricomincia a tessere i suoi dubbi, ad agire il conflitto, in questa domenica autunnale di metà ottobre, dopo due mesi e mezzo di sospensione. La forza evocativa della narrazione, l’epoca oscura e il medicare meditare.

Riprendo da dove ho lasciato. Da un fiore di carta e dalla sua immagine, delicata e sfuggente, scattata da Barbara Cau. Un miracolo di donna, capace con le sue fotografie sensibili di proiettare un’ombra sul buon senso del già visto, di rovesciare il mondo come un guanto.
In questi due mesi e mezzo, ho potuto vivere con maggiore intensità lo stupore – con il senso di sospensione che porta con sé – della liberazione attraverso la scrittura, della costruzione pubblica di un abitare poetico che fino a qualche anno fa ritenevo incompatibile con il mio ruolo di giornalista.
Mi sono spostato, con il mio Polemos, sul confine del senso, per osservare meglio la realtà, per catturarne aspetti non codificati. Con atteggiamento anarchico e ho spiazzato la mia realtà per provare a uscire dalla bolla virtuale del senso comune e delle risposte già date. Ha avuto senso farlo? Serve davvero accendere nuove domande se non abbiamo risposte neanche a quelle precedenti?

L’estremismo mi appartiene culturalmente. Che sia conveniente o meno sul piano professionale mi è indifferente. Siamo nel tempo in cui è necessario tornare a chiedere e a chiedersi, a cercare una via meno semplice. Visto che tutte queste certezze scintillanti, questi format e percorsi super agevolati ci hanno trascinati in questa terra di mezzo del niente, in una palude di banalità, ottusità, brutalità. Senza orizzonte. Solo giudizio a freddo, a caso, a pelle, per sentito dire.

Quindi sì. Abbiate pazienza. Proseguo questo esercizio a cavallo tra meditare e medicare. Cura e attenzione. Passione civile e utopia concreta. Niente virtuale, solo azione. Non temo il giudizio, né il buon senso comune che indica sempre e solamente la via più battuta, la più scorrevole, la meno utile per la nostra libertà, per la vita, per il miracolo. Sono qui per rovesciare il mondo, con dolcezza e conflitto. Come fa Barbara quando scatta una foto.
Che poi miracolo è meraviglia. È ciò che appare concretamente dalla nostra utopia, da quell’insieme di sapienza, esperienza, sensibilità che ci spinge ad agire in un modo anziché in un altro.

Riparto da questa parola. E lo faccio citando un filosofo, Italo Valent:
“Il vero miracolo – ciò che in cuor nostro tutti attendiamo – non è cambiare le cose, ma attraverso le cose e con le cose lasciarci cambiare”.

Ho scritto questo aforisma sulla vetrata e le persone l’hanno letto, ragionato, fotografato. Non accade niente in un battito di ciglia. Ma nel tempo di un battito di ciglia si può prendere coscienza che un altro mondo è possibile. E che abbiamo tutto quello che serve per sovvertirlo, per lasciarci cambiare.

Storia di un cigno e di un fiore di carta

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