domenica 21 aprile 2019

Fronte austro-ungarico, 100 anni fa già tempo di inganni

Vigilia di Vittorio Veneto, cento anni prima del giovin Kurz e di Orban attuali, che fanno rimpiangere in vecchi Asburgo.
-Allora, trattative segrete di resa e l’equivoco sull’orario, rispetto all’oggi del migrante e solidarietà europea a perdere per poterne parlare male.

Fronte austro-ungarico, 100 anni fa già tempo di inganni

Un suddito austriaco di lingua italiana

Kamillo Ruggera

All’alba del 29 ottobre 1918 a Trento un capitano di stato maggiore austriaco si preparava a raggiungere Rovereto per presentarsi alle prime linee italiane: Kamillo Ruggera non era però un qualsiasi ufficiale dell’esercito imperiale, né la missione di cui era incaricato rientrava nell’ordinaria amministrazione. Oltre ad essere un buon soldato, soprattutto fedele alla duplice monarchia, Ruggera – nativo di Predazzo – era stato scelto in quanto di madre lingua italiana perché la sua missione – seppure poco piacevole – rivestiva la massima importanza: doveva presentare la richiesta formale di avvio delle trattative di armistizio tra Italia e impero austriaco dopo quarantun mesi di guerra duramente combattuta. Accompagnato da due trombettieri e sventolando una bandiera bianca, alle ore 07.45 (in Austria, dove vigeva l’ora legale, erano invece le 06.45), Ruggera si incamminò lungo la linea ferroviaria in direzione sud verso gli avamposti; sotto il pastrano – come scrisse nelle memorie – indossava l’alta uniforme con le decorazioni.

Due trentini

Nonostante gli squilli di tromba e la bandiera bianca dalle trincee italiane partirono però dei colpi isolati e una raffica di mitragliatrice che, oltre a ferire uno dei due trombettieri a una gamba, spezzò l’asta della bandiera che finì in una buca allagata, scomparendo tra l’altro per sempre dai tanti oggetti storici custoditi nei musei. Ruggera non si perse d’animo e scandendo a gran voce ‘parlamentare’ ottenne infine un cenno di risposta da parte italiana con altri squilli di tromba. Finalmente nelle nostre trincee spiegò l’incarico ricevuto e fu condotto al comando di settore dove si presentò al generale Giuseppe Battistoni: per ironia della sorte il generale italiano e il capitano austriaco erano entrambi originari della provincia di Trento. Il capitano fu rifocillato, il ferito fu medicato e furono porte anche le scuse per lo ‘spiacevole incidente’ che per fortuna non aveva prodotto conseguenze peggiori. Alle 8.30, dapprima solo nella rete di comunicazione militari, partì il primo messaggio della richiesta di armistizio, ma solo alle 21.00, concluse le consultazioni tra i vertici militari, arrivò la risposta positiva italiana per iniziare le trattative.

Pre armistizio di Avio

Le trattative

Nonostante questo inizio in apparenza cavalleresco (perché la Prima Guerra mondiale del resto rappresentò anche la fine delle guerre romantiche dell’Ottocento), le trattative che si svolsero a villa Giusti, nei pressi di Padova, a partire dalle 10.00 del 1° novembre, non furono facili, né prive di difficoltà. Cortesia ed autocontrollo poterono solo fino ad un certo punto trattenere i sentimenti reciproci nati in lunghi mesi di guerra. Da una parte un impero secolare praticamente al tappeto e dall’altra, esattamente un anno dopo, gli sconfitti di Caporetto potevano invece dettare le loro condizioni. Parlare quindi di clima di fiducia sarebbe sbagliato – anche perché gli italiani avevano provveduto a mettere dei microfoni nelle stanze destinate alla delegazione austriaca –, ma nell’essenziale ci fu correttezza. Sebbene la delegazione imperial-regia avesse comunque affrontato all’inizio le trattative con una buona dose di arroganza e cercando di tergiversare per non affrontare le questioni più spinose, nei due intensi giorni che seguirono l’atteggiamento cambiò, se non altro per realismo, date le notizie catastrofiche sugli avvenimenti austriaci che arrivavano con il passare delle ore e che imponevano di fare presto.

Un’eredità avvelenata

Uno dei punti dell’accordo – che non era ancora il trattato di pace, ma solo un armistizio – era destinato in seguito ad originare velenose accuse di ambiguità nei confronti degli italiani e riguardava l’ora esatta della cessazione delle ostilità. Fissato il termine alle 15.00 del giorno 3 novembre, le truppe austriache che si fossero trovate al di qua della linea di armistizio sarebbero cadute prigioniere degli italiani. Per una serie di malintesi tra la delegazione austriaca e il rispettivo comando, angosciato dall’avanzata italiana e dal panico che anche a Vienna si potesse ripetere quanto era accaduto a Pietroburgo l’anno precedente, l’ora fu comunicata all’esercito austriaco come ‘cessazione delle ostilità’, prima che fosse raggiunto il pieno accordo con la controparte italiana. A questo si aggiunse che, nella confusione delle disgregazione, l’imperatore ritardò altre risposte, mentre a Budapest messaggi urgenti sulle trattative rimasero fermi per sette ore. Era evidente, ragionando pacatamente, che i vertici militari italiani avevano semmai favorito gli austriaci in preda al panico, ma rimaneva comunque un forte risentimento nei confronti dell’Italia, accusata di avere imbrogliato per ingrandire la vittoria e tornarono le accuse di infedeltà come nel 1915. Solo nel 1921, nel corso di una lunga inchiesta parlamentare a Vienna, furono messe in luce tutte la dabbenaggini dell’ex comando militare e l’incapacità politica di gestire una situazione. Alla fine di quelle giornate del novembre 1918 «uno dei più potenti eserciti del mondo risaliva in disordine e senza speranza le valli discese con orgogliosa sicurezza».

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